Mysterium Salutis

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Mysterium salutis - Rassegna stampa



IL SABATO SANTO

Una meditazione di Francesco Cuccaro sul contenuto del libro di padre Xavier Tilliette S.J., “La settimana santa dei filosofi”, edito dalla Morcelliana




Il tema della silenziosità del Sabato Santo, aderente all'idea di un Cristo che permane in un abisso di solitudine dopo l'Agonia del Gethsémani e la crocifissione, é stato trattato ampiamente da filosofi e letterati.
Per il carattere paradossale che assume un tale evento, la 'sepoltura', di fronte ad un 'Logos' che proclama di essere la 'Vita' , il gesuita padre Tilliette ci invita a meditare su questo grande mistero : il 'Sabato Santo' .
Apparentemente sono vuote le ore che separano il decesso dalla Resurrezione, perché in esse si svolge un processo dinamico che si può tutt'al più percepire, ma non comprendere senza l'ausilio di una fede profonda.
Il noto teologo svizzero, Hans Urs von Balthasar ( 1905 - 1988 ), traendo spunto dai contributi mistici di Adrienne von Speyr, sostiene che il 'Sabato Santo' non ha interrotto o sospeso il processo salvifico operato dal Cristo.
Sulla 'croce' Gesù grida : "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?" ( Mc. 15, 34; Sal. 22, 2 ). Questa esclamazione esprime un senso di abbandono e di sconforto di fronte alla totale 'assenza di Dio'.
E lo iato sepolcrale sembra suggerire piuttosto un tempo più o meno indefinito e senza contenuto, dove tutto sembra essere sospeso. Ma il Cristo nella tomba evoca anche il suo soggiorno presso i morti. Si badi bene : non tanto il dato tradizionale che ce lo fa vedere come il liberatore dei giusti che hanno creduto nel Messia ancora da venire, prigionieri di forze tenebrose.
Nell'Inferno, stato e/o luogo della dannazione eterna, é discesa l'anima umana di Cristo, creata dal nulla da Dio. Gesù ha toccato il fondo della derelizione dell'uomo, dell'abiezione più totale. Ha sperimentato, solo per un momento, la dannazione eterna, l'assenza di Dio più propria che la caratterizza. Ma Gesù, uomo senza peccato, doveva vincere la morte ed essere il vero signore dell'Inferno. Ha superato questa terribile condizione che, per un peccatore perduto, é senza speranza.
Non é mancato, tra letterati e studiosi, chi ha suggerito il 'Sabato Santo' come il prolungamento del Venerdì di Passione. Avendo la consapevolezza che non si tratti di un semplice "iato" che collega male due episodi così importanti per noi credenti, vivere questo "tempo del Sabato Santo" significa viverlo non con una rassegnazione di fronte ad una disgrazia ineluttabile e trionfante, ma come un momento di raccoglimento e di attesa.
Padre Tilliette indica una analogia tra la morte e l'inumazione del Gesù terreno, da un lato, e la vita sacramentale e la vita della Chiesa ( che sono poi la stessa cosa ), dall'altro. Anche l'Eucaristìa é silenziosa. Eppure, per chi crede, sembra produrre effetti di grazia, in primo luogo la crescita di una comunità di fede.
Il mistero di questa apparente discontinuità rende più serio il problema della morte di Gesù, ma anche quello della morte di ogni uomo. Quando prendiamo in considerazione questo episodio, non possiamo non affrontare il tema della 'passibilità di Dio' . La morte del Cristo é un evento trinitario, ma anche un fatto empiricamente accaduto, a dispetto di tutte le interpretazioni di tipo gnostico.
Poniamoci un interrogativo provocatorio. Se Cristo fosse risuscitato subito dopo la trafissione del costato da parte del soldato romano, che differenza ci sarebbe stata tra la resurrezione ed una semplice rianimazione del cadavere ?
Queste "ore vuote" ci danno un'idea di come Gesù abbia sperimentato la 'morte' in tutta la sua tremenda e distruttiva realtà. Si tratta, tuttavia, di un evento e non di un simbolo.
Come, del resto, la Resurrezione corporea di Gesù non sembra essere accettata dallo stesso Hegel che collega direttamente il decesso di Gesù all'effusione dello Spirito Santo e alla nascita ufficiale della Chiesa.
Contemplare i 'Misteri della vita di Cristo' vuol dire, in un certo modo, contemplare la vita di ognuno di noi che si trova a dover fare i conti con la sofferenza, con i propri fallimenti, con la ricerca di un significato su cui fondare il proprio esistere, alle prese con il problema della morte e dell'oltretomba.
Quest'ultimo é insormontabile e non fa altro che generare angoscia. Il 'Sabato Santo' ci induce a riflettere su questo dramma esistenziale. E lo studioso gesuita sottolinea quanto sia stato imbarazzante, anche per Dostoevskij, il tema della 'sepoltura di Cristo' : "la morte dell'Uomo-Dio, grido spaventoso, impone una realtà non meno sconvolgente, lo spettacolo del giacente" (1).
Per una persona in crisi di fede, un tale evento, preso seriamente in considerazione, sembra generare sconforto. Addirittura per un ateo, oppure per un agnostico, suscita indignazione magari mista ad ironia, piuttosto che indifferenza. Dà fastidio solo la rappresentazione del Dio inerte e cadaverico.
Anche per un ateo non si può concepire un Dio che si lasci soggiogare dalle inesorabili leggi di natura. Il romanzo "L'idiota" rispecchia un orientamento nichilistico. Se Dio si arrende di fronte a questa Natura inesorabile, é segno che non é Dio. Quindi una pura illusione !
Il 'Sabato Santo' non é semplicemente un evento che ha interessato solo Gesù, la Vergine Maria, gli Apostoli. Può anche essere interiorizzato da ognuno di noi, perché il senso ultimo di questo giorno non é un cadavere tumulato, né il dolore provato nella cerchia dei suoi più intimi.

Ma é la 'ricerca del Dio perduto' in un giorno contrassegnato dalla tristezza e dalla malinconia.

Letterati non credenti, come i 'poets maudits' ( i 'poeti maledetti' ) hanno scritto libri dove la figura di Cristo viene esaltata come quella di un grande rinnovatore spirituale che ha fallito, immaginando lo scenario di una sua discesa agli Inferi solo per consolare i defunti, aspettando la decomposizione della sua salma.

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Il 'Sabato Santo speculativo' sembra adombrare l'ateismo, un tormentato umanesimo senza Dio. Tale orientamento, però, non respinge la figura di Gesù Cristo, sia che venga presentata come quella di un promotore di riscatto sociale, o come l'ultimo credente che si era illuso di trovare e di essere Dio.

Non si può attribuire a G.W.F. Hegel ( 1770 - 1831 ) la deriva atea e l'origine dell'apostasia della cultura moderna. Anche se é vero che l'insistenza sul 'Venerdì Santo speculativo' vanifica l'evento della Resurrezione, nel quale il filosofo di Stoccarda ravvisa una immagine prettamente allegorica.
Il più grande interprete dell'Idealismo classico tedesco é un sostenitore convinto della luterana 'Teologìa della Croce'. Alla luce di questa prospettiva, ma interpretando dialetticamente la 'Morte di Cristo', la 'rimemorazione del fatto' viene qualificata come 'negazione della negazione'. Rimemorazione operata dalla 'comunità dei credenti', della quale lo 'Spirito' é la 'autocoscienza universale'.

Di fronte allo stato cadaverico del Cristo, Dio nella sua esteriorità, da un lato, l'uomo Gesù nella sua individualità concreta, dall'altro, sembrano per così dire "volatilizzati".

Tutto questo discorso ci fa prendere consapevolezza di come Hegel abbia concentrato la sua attenzione sull'estrema serietà dell'evento della morte di Gesù che può richiamare due condizioni : tanto lo stato cadaverico del Figlio di Dio; quanto la coscienza umana rimasta orfana, cioé la 'coscienza infelice'.
Con la nascita ufficiale della Chiesa-Istituzione tale coscienza non viene superata.
Escludendo l'evento reale della Resurrezione di Gesù, secondo Tilliette, Hegel non intende però offrire, come contrariamente si pensi, un'interpretazione di tipo gnostico degli episodi evangelici.
Una comunità di fede é cementata sulla 'rimemorazione', nutrendosi di un passato sacrificale che perdura. Pertanto sarebbe un discorso ortodosso ( si cfr. la meditazione sulla Sacra Scrittura, da un lato, e la liturgia eucaristica, dall'altro ) se Hegel non avesse negato l'effettività della Resurrezione corporea. Tuttavia, per lui, non si dà Redenzione al di là del dolore, della sofferenza e della solitudine.
Ma come si può giustificare una fede così dinamica in un uomo morto, anche se il suo messaggio e le sue opere sono caricati di precise valenze soprannaturali ?

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Il filosofo di Stoccarda relativizza il luogo speculativo del Sabato Santo al fenomeno medioevale delle Crociate. Vediamo come.
Quello delle spedizioni guerresche europee in Oriente é un argomento affrontato attraverso il tema della 'irrealtà del sepolcro' nella Fenomenologia dello Spirito, dove l'Autore descrive il 'passaggio dalla autocoscienza alla ragione'. Un fatto storico talmente emblematico da suggerire l'idea di un mutamento della coscienza, tale da essere inserito come un momento nell'articolazione dialettica della Realtà.
Alla luce di questa prospettiva si può ritenere che il 'Sabato Santo' non sia stato affatto un giorno superato dalla domenica di Pasqua.
Una tesi teologica azzardata quella di Hegel !
Il 'Sabato Santo' é continuato anche nell'epoca di Pietro l'Eremita e di Goffredo di Buglione.
Sul "libro nero della Chiesa Cattolica", scritto non solo oggi ma già da alcuni secoli fa ( uno dei tanti autori é stato Voltaire ), non possono mancare le 'Crociate', spesso ritenute una delle degenerazioni segnate dal cieco fanatismo religioso. A dispetto di tanti letterati romantici che, invece, hanno rivalutato questo fenomeno storico.

Hegel, da non cattolico, sembra aver reso giustizia a quel passato un po' torbido, ravvisando in esso l'espressione di un grande dinamismo interiore. Le 'Crociate' vengono da lui rivisitate come "grandi migrazioni della Fede". 'Crociata' come sinonimo di 'pellegrinaggio', anche se armato.

I secoli medioevali, così pregni di religiosità, sono i secoli della coscienza infelice, vale a dire della coscienza dolorosa e nostalgica del Totalmente Altro.
E che ancora non si é elevata allo stadio di una religione spirituale e deistituzionalizzata.
I Crociati erano mossi, più che da una contingenza di fatto ( reazione alle persecuzioni che i Turchi infierivano contro i pellegrini in Terrasanta ), da un impulso inconscio a superare una scissione tra la coscienza individuale e Dio.
Non basta quindi la 'devozione'. Ci vuole anche un 'impatto visibile con il Divino', il 'ricordo-oggetto'.

Quando i Crociati conquistarono la Palestina, non trovarono ( o, meglio, "non
ritrovarono" ) Dio, facendo esperienza solo delle sue "vestigia".
Il fallimento di queste spedizioni di guerra non fu dovuto solo all'offensiva
vittoriosa dei Musulmani nella seconda metà del XIII secolo,ma anche all'esau
rimento di questo stimolo interiore, permettendo una ulteriore evoluzione
all'autocoscienza.


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Non basta quindi la 'devozione', ma ci vuole anche un impatto visibile con il Divino attraverso il 'ricordo-oggetto'. Un discorso di questo tipo si potrebbe fare, a proposito, dell'Ordine religioso dei Padri Carmelitani, collegato "ab origo" al movimento crociato.

Il 'Carmelo', come si sa, é una montagna dell'Alta Galilea, il cui nome significa
'giardino', ed é doppiamente sacra : a) per essere stata luogo di elezione da
parte del profeta biblico Elìa di Tisbe; b) per il culto che i primi monaci cristia
ni esercitavano, proprio in quel luogo, alla Vergine Maria.
Con la riconquista musulmana il Sacro Monte fu abbandonato dai numerosi
eremiti occidentali ivi residenti. Ne rimase pertanto il ricordo che durò anche
quando le autorità ottomane vi permisero il ritorno a certe condizioni.
S. Teresa d'Avila e S. Giovanni della Croce fecero del Carmelo un 'simbolo', in
teriorizzando il luogo ed intendendolo come un itinerario di vita spirituale.

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Se Hegel fa nascere, gioco forza, l'Età Moderna con la fine delle Crociate, il Medioevo sembra duro a morire nell'ottica di alcuni intellettuali schiettamente romantici. Su Novalis ( Friedrich von Hardenberg, 1772 - 1801 ) il 'Sepolcro di Cristo' esercita un fascino senza pari.
Esso richiama l'aspirazione all'eternità, suggerita da una 'nostalgìa della morte', caricata di valore mistico dal Romanticismo. Novalis ci insegna che con questa sete di eternità si potrebbe arrivare ad un tempo primordiale, attraverso una regressione nel passato. I suoi versi descrivono certi rapimenti mistici che richiamano la morte immatura di un'adolescente : la sua adorata Sophie. Espone un parallelo tra la tomba di questa giovane e il Sepolcro di Cristo. Trasfigura il cielo notturno ravvisando nei dettagli il volto del suo amore. Nei suoi scritti immagina di essere un crociato che intende liberare il Santo Sepolcro, sapendo che deve affrontare un percorso irto di difficoltà e di pericoli.

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'Cristo nella tomba'. Nell'ottica della riflessione di padre Gaston Fessard, il cristiano autentico non può essere diverso dal suo Signore. Per accedere alla 'libertà spirituale' bisogna attraversare il 'Triduum Mortis' . Si tratta di un processo ineluttabile e necessario.
Immaginiamo, per un momento ( e questa constatazione é stata già fatta prima ) che il Cristo fosse risuscitato subito dopo morto.
Ebbene -come asserisce padre Tilliette- il docetismo di tipo gnostico non sembra essere scongiurato, con grande pregiudizio della serietà e della realtà della morte di Gesù.
Nel 'commemorare' (o 'rammemorare', termine spesso usato dal dotto gesuita), vale a dire quando si compie una meditazione sul 'triduum mortis', leggendo la Sacra Scrittura, il nostro io opera un 'passaggio', contempla ed esperisce una 'discesa agli Inferi' simile a quella sperimentata da Gesù.
L'io regredisce nel passato ed é alle prese con i suoi ricordi.
La teologia del Sabato Santo, presentata da Hans Urs von Balthasar, é estremamente audace. Anche Cristo ha conosciuto, ma solo per un momento, la pena della dannazione, la totale 'assenza di Dio', il 'regno della privazione assoluta'.
Il Redentore stesso -che varca l'Inferno- incarna il paradosso assoluto di un Dio che va fino in fondo alla derelizione, all'abbandono di se stesso. La sconfitta della morte e del regno di Satana é stata possibile, perché Cristo, a differenza di uno spirito malvagio, ha la Fede, l'Amore e la Speranza. Ed essendo Dio non poteva non risorgere.
Questa meditazione sul 'Sabato Santo' sottolinea pure l'importanza di un nuovo ruolo assunto dalla figura della Vergine Maria, la quale accede ad una nuova consapevolezza percependo, nel corpo inerte del Figlio abbandonato, il carattere della 'offerta'. L'anima di Gesù, nella coscienza della Madre e della nuova umanità redenta, sprofonda nel suo lontano passato. Anche Maria ha sperimentato una solitudine paragonabile alla morte. Ha capito più degli Apostoli il valore sacrificale di quel corpo martoriato e questa considerazione le ha stimolato la speranza che non sarà resa vana. Un'anima eletta, nel momento di una decisione cruciale che la spingerà a percorrere un cammino di perfezione, vivrà sempre una condizione di malessere e di turbamento. Per cui é indispensabile patire questa morte e attendere, nella 'notte', che la sofferenza si tramuti in gioia.

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Anche Antonio Rosmini, al pari di Gaston Fessard, meditando sul 'Triduo pasquale', si orienta verso una originale riflessione eucaristica.

In quante maniere vive il Cristo ?

La 'vita eucaristica' é una delle quattro 'vite' che Rosmini annovera nell'essere umano-divino del Verbo. La sua é una posizione molto ardita.
Anche nel momento della 'crocifissione' Gesù "non fu mai senza una qualche maniera di vita" (2). Anche se il suo corpo naturale rimase inanimato, la sua vita eucaristica continuava, seppure in modo miracoloso, nell'interiorità degli Apostoli che l'avevano ricevuta nell'Ultima Cena. Si tratta di una 'vita assolutamente occulta', propria del Redentore, ma da lui comunicata nel suo essere sacramentale. La sorte dei defunti é legata al ricevimento, "più generalmente alla percezione della Santa Eucarestìa" (3).
Secondo padre Tilliette, il Roveretano ha avuto una intuizione sorprendente del mistero dell'Ostia consacrata. Mentre il corpo di Cristo, indenne da corruzione, giaceva nel Sepolcro, la sua anima era unita al suo essere sacramentale che la faceva vivere di una vita misteriosa e nascosta.

Si tratta di una constatazione affascinante fatta dal Rosmini, ma che necessita di ancorarsi a dei punti fermi. Padre Tilliette sottolinea come i Sacramenti siano pur sempre segni del tempo e, pertanto, provvisori (4), nonostante il loro rinvio ad una realtà che li trascende.

Rosmini ha saputo bene evidenziare una corrispondenza tra il tempo della Passione e il tempo della Chiesa, ma anche tra il Cristo trapassato e la situazione degli innumerevoli defunti che aspettano la resurrezione e la vita eterna.

Si tratta, la sua, di una intuizione che esula dall'analisi discorsiva, propria della teologìa speculativa, ed appartiene solo alla contemplazione silenziosa. Permettere al 'Cristo morto' di persistere come 'Pane vivente'.


NOTE :

1) XAVIER TILLIETTE, "La settimana santa dei filosofi", Morcelliana, seconda edizione ampliata, febbraio 2003, p.114;
2) op. cit., p. 136;
3) op. cit., p. 137;
4) op. cit., p. 139;
5) op. cit., p. 139.






PER UNA ‘TEOLOGIA DELLA CROCE’




La festività pasquale ci induce ad approfondire questa riflessione sulla 'Croce' e sulla 'Crocifissione' .

Con l'aiuto di un libro che il curatore del sito consiglia di leggere, curato da Gerard Rossé, dal titolo "Maledetto l'appeso al legno. Lo scandalo della croce in Paolo e Marco", edito da Città Nuova 2006, si puntualizza l'attenzione su due caratteristiche della 'crocifissione di Gesù' : il 'grido di abbandono' e la 'maledizione a chi viene appeso al legno' ( Gal. 3,13; si cfr. Dt. 21, 22-23 ).

Sia l'evangelista Marco che l'Apostolo delle Genti sottolineano un crudo realismo con il quale é avvenuta la morte del Cristo.

E' importante, adesso, soffermarci sul primo di questi due aspetti :


"E all'ora nona Gesù gridò con gran voce : Eloì, Eloì, lemà sabachtani, che
é tradotto : Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato ?" ( Mc. 15, 33; si cfr. Mt. 27,46 ).


Questa esclamazione, pronunciata dal Messia che agonizza, é terrificante.
Essa esprime una domanda fatta nel più atroce dei tormenti : "perché ?". Perché tutto questo ? Che senso ha un patire così ?
Questi versetti racchiudono la più sconvolgente autorivelazione della 'umanità di Gesù', limitata ed impotente di fronte a tutto il creato e al suo Autore, umiliata e ferita in tutti i modi.
Non si tratta tanto di un domandare dubitativo, in quanto Gesù ha accettato volontariamente il suo destino di morte violenta, anche se si dà un sussulto dell'Io carnale che intende prevalere su quello razionale, rivelando una 'agonìa interiore' che si prolunga fino all'atto finale del decesso.
La sofferenza psicofisica di Gesù é arrivata al culmine della sopportabilità.

La morte per crocifissione ( come pure quella per impalatura, praticata dai popoli della steppa e dai Turchi nel passato ) é la più orribile soprattutto se é lenta e se si accompagna al dolore acuto per le lesioni nervose procurate dai chiodi, per le continue emorragie e per l'inevitabile soffocamento dal punto di vista respiratorio. Per non parlare dell'immane stress emotivo dovuto alla paura di ogni continuo spasimo e all'impotenza di fronte ai dileggi dei persecutori…..Ma diventa ancor più penosa, a causa della rivelazione di una circostanza da far spavento : l'assenza di Dio. La 'coscienza umana di Gesù' sperimenta il 'nulla' che é, quanto dire, il fondo della derelizione di ogni essere.
Rossé riporta nel suo libro queste parole : "l'abbandono sperimentato da Gesù sulla croce appare innanzitutto come un 'abbandono oggettivo' che consiste nell'essere stato sottomesso al potere mortifero dei suoi avversari senza che il Padre intervenga per liberarlo…Tuttavia, quest'abbandono oggettivo comporta anche un 'aspetto soggettivo' legato ai suoi effetti nella coscienza umana di Gesù" ( 1 ). L'essere abbandonato nelle mani dei peccatori viene percepito come l'essere abbandonato da Dio. E la 'morte' e gli 'inferi' sono gli opposti della 'vita', essendo Dio il 'Vivente' per eccellenza. E Dio non risponde, perché non può rispondere di fronte al 'male' in tutta la sua seria e distruttiva concretezza.
I suoi "nemici" stanno trionfando. Gesù lo sa, ma si astrae da questo contesto e fissa la sua attenzione sul proprio rapporto, unico, con il Padre.
Il momento più tragico lo esprime quando chiama il Padre non con il termine affettuoso di "Abbà", ma con quello neutro di "Elohim", "Dio". Egli sembra non avvertire più l'intimità con il Padre celeste e lo considera lontano e totalmente distaccato da lui. I lamenti di Gesù non sono, però, quelli di un disperato come Giuda Iscariota o quelli del "cattivo" ladrone che maledice Dio, optando per una scelta definitiva di perdizione. Cristo si convince che il Padre l'abbia abbandonato, ma continua a rinnovargli l'amore, la fiducia e la speranza che con la sua morte non finisce tutto. Anche il "buon" ladrone sa che sta morendo, si pente amaramente dei suoi delitti, accetta questa pena come frutto della propria responsabilità, si aggrappa con fiducia a Gesù supplicandogli di "non dimenticarlo" ed offrendogli una prova di amore.
Gesù, tuttavia, rivendica questa intimità con il Padre quando grida "Dio mio, Dio mio,…." e quel "mio" é troppo forte ed intenso.

Ma Dio sembra averlo proprio abbandonato.

Egli non é lontano o completamente assente come si convince l'uomo Gesù.

Dio ha sperimentato, a suo modo, una 'morte', un 'abbandono', la totale 'derelizione'. Sembra essersi, per così dire, "estraniato" da se stesso.
Ed é incredibile questo mistero e l'evangelista Marco non offre una semplice cronistoria dell'evento della Passione. Certo, fa una descrizione di quello che sta accadendo al Messia, ma la fa all'interno di un punto di vista interpretativo e, quindi, di una 'precomprensione di fede'. Scrive un vangelo solo per i credenti perseguendo anche un intento mistagogico, cercando di "aprire l'intelligenza della fede del lettore ad una rivelazione grande come grande é il Mistero divino dal quale emana" ( 2 ).

Lo 'scandalo della croce' sta tutto qui ! E' sensato per un ebreo o per un pagano accettare il 'concetto cristiano di Dio' ? ( 3 ) . Difficile dirlo "sensato".

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Ma lo 'scandalo della croce', di primo acchìto, impressiona più la coscienza ebraica che non quella ellenica.

"Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso male-
dizione per noi, come sta scritto : Maledetto chi é appeso al legno ! " ( Gal.3,13 ).



Lasciamo il lavoro agli esegeti stabilire, con molta approssimatività, se la citazione deuteronomica sia relativa ai crocifissi o agli impiccati o ad entrambe le due categorie di condannati a morte. Una cosa é certa : può essere "appeso al legno", da parte dei massimi custodi della Legge di Mosé ( le autorità religiose ebraiche ), chi cade sotto la sanzione della Legge espressa nel Deuteronomio :

"E se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l'avrai messo a
morte e appeso a un legno ( albero ), il suo cadavere non dovrà rimanere tut
ta la notte sul legno,ma lo seppellirai lo stesso giorno,perché l'appeso é una
maledizione di Dio,e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti
dà in eredità" ( Dt. 21, 22-23 ).


Si tratta di una disposizione tanto rigorizzata quanto elasticizzata dal Giudaismo a seconda delle e poche.

Tre cose vanno assodate : a) il territorio palestinese é luogo santo e non va contaminato; b) il colpevole deve essere punito per grave, anzi gravissima, violazione della Legge di Mosé; c) deve essere punito dalle autorità religiose legittime di Israele. A prima vista non sembra avere molta rilevanza la questione se il brano biblico si riferisca alla croce o ad un palo qualsiasi o all'impiccagione.

Gesù di Nazareth incorre in queste tre condizioni.

Si badi bene che la norma deuteronomica, all'epoca di Gesù, soprattutto per
quello che si é potuto appurare dai papiri di Qumran, risulta essere osserva
ta solo per alcuni reati gravissimi, come il tradimento contro Israele o il rifu
gio presso i Gentili di un condannato a morte ( colpa che comporta il rinnega
mento della propria fede ).



I Manoscritti del Mar Morto prevedono che, per alcuni reati, vi sia la crocifissione comminata dalle autorità ebraiche.
Quindi, anche l'Israele dell'età preromana conosce lo strumento della 'crocifissione'. Giuseppe Flavio, nel suo scritto "Antichità giudaiche" ( del 93 dell'E.V. ), documenta un supplizio riservato dal sovrano della dinastìa degli Asmonei, Alessandro Ianneo ( I secolo prima E.V. ), contro un certo numero di Farisei.

Gli Ebrei, probabilmente, hanno assimilato una tale forma di supplizio dai dominatori persiani.

Non per questo tutti i crocifissi, soprattutto quelli per opera dei Romani
perché rivoltosi o briganti, sono maledetti, ma solo quelli per i reati pre
visti dalla Legge mosaica.


Ora aggiungiamo il reato gravissimo di bestemmia come quello di farsi 'Figlio di Dio', rivendicando l'uguaglianza con Lui, e per Gesù di Nazareth il gioco é fatto. E' ineccepibile constatare la massima violazione della Legge dal punto di vista degli osservanti israeliti.

Il confronto tra i sinedriti e il Galileo deve essere vinto dai primi costi quel che costi. Solo facendo morire il sedicente Messia, le autorità religiose israelitiche possono garantirsi la protezione di Dio, la loro legittimazione presso il popolo e la sopravvivenza del loro culto esteriore per la Legge mosaica.
Ma facendolo morire in modo conforme alla disposizione deuteronomica.

Ed é probabile che questa consapevolezza di risultare "maledetto da Dio" l'abbia anche Gesù una volta crocifisso. Questo spiegherebbe il senso di disagio, di smarrimento e di dolore nel "sentirsi abbandonato da Dio".

La 'Resurrezione', successivamente, sconvolge una logica umana che si basa su questo sillogismo : Gesù ha violato la Legge facendosi Figlio di Dio; é stato condannato alla crocifissione in base ad un tale reato cadendo sotto la maledizione della Legge; dunque é morto ed é maledetto, e il suo messaggio di redenzione si é rivelato un'impostura.

La 'Resurrezione' vanifica, invece, il teorema infallibile di chi detiene il potere sulle masse.

Ma se la Legge é santa, in quanto proviene da Dio, e Paolo di Tarso, nella Lettera ai Romani, riferisce ai credenti che essa é buona, allora come si spiega che Gesù sia incorso nella 'maledizione della Legge' ?

Ed essendo lui risorto, ciò non ha vanificato la 'Torah' ?

Come Paolo di Tarso affronta questo apparente paradosso, questo problema teologico ?
Anche l'Apostolo dei Gentili ritiene che Gesù sia incorso nella 'maledizione della Legge', ma non nella maledizione di Dio, come la pensano i nemici giurati del Vangelo.
Egli utilizza la suddetta citazione deuteronomica, affermando che :

"Gesù crocifisso subisce la maledizione della Legge e si trova così in totale solidarietà con l'uomo sotto la Legge, per riscattare dalla maledizione chi é sotto la Legge" (4).

Cristo crocifisso 'scandalo per i Giudei', quindi. Come si può ammettere l'Inviato di Dio o l'Unto di Dio, morto per crocifissione e, pertanto, incorso nella 'maledizione della Legge' ?

Per i sinedriti non vi sono dubbi. Occorre non solo uccidere il personaggio, ma farne scomparire anche il "mito". Fanno sigillare il sepolcro dalle loro guardie e, una volta riscontrata la tomba vuota, essi gridano al trafugamento della salma da parte dei discepoli.
Le difficoltà che Paolo incontra nell'evangelizzazione dei Gentili non sono molte e massime a differenza di quelle prospettate dai suoi connazionali, a proposito dello 'scandalo della croce'.

Un documento cristiano del II secolo, a firma di Giustino di Sichem, autorevole Padre della Chiesa, riferisce una opinione diffusa tra i Giudei di quel periodo (5). L'avversario -l'ebreo Trifone- gli ribatte :

"Colui che voi chiamate Cristo fu senza onore, né gloria, tanto da
incorrere nell'estrema delle maledizioni previste dalla Legge : fu
infatti crocifisso" ( Dial. 32,1; 89, 2 ).



Insomma : un "urto teologico intollerabile" per l'antico Giudaismo.




NOTE :

1. : GERARD ROSSE', "Maledetto l'appeso al legno. Lo scandalo della croce in Paolo e in
a. Marco, pp. 43-44;
2. : op. cit., p. 44-45;
3. : op. cit., pp.50-53.
L'evangelista Marco riferisce un dettaglio a proposito della crocifissione di Gesù : quello di una
improvvisa confessione di fede da parte del centurione romano in una ipotetica natura divina
del giustiziato ( Mc. 15,39 ). Non ci troviamo, però, di fronte ad una confessione di fede cristia
na "ante resurrectionem". E questo prescindendo dal fatto se il militare sia un pagano o un con
vertito al Giudaismo ( proselita se circonciso o 'timorato di Dio' in quanto abbia accettato solo la
credenza monoteistica ). "Davvero, quest'uomo era figlio di Dio !". Il verbo nella frase viene mes
so all'imperfetto ( =era ). Inoltre manca l'articolo ( =figlio di Dio ). Come interpretare allora que
sto versetto ? Per Marco questa esclamazione deve rafforzare la fede dei credenti nella natura
divina di Gesù, quasi a sottolineare che la fede deve passare attraverso il riconoscimento di un
"incomprensibile" ma reale paradosso, nel cammino di croce e di resurrezione del Messia. Quel
lo che ha stupito il centurione romano é stato il modo in cui Gesù muore : cioé proclamando "la
sua filiazione divina nell'impotenza dimostrata dal suo morire".
4. : op. cit., p. 12;
5. : op. cit., p. 13.


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