Mysterium Salutis

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Mysterium salutis - Storia Chiesa Moderna e contemporanea

Storia della Chiesa




LUTHER : IL CINEMA NELLA PROMOZIONE DEL CONFRONTO TRA LE RELIGIONI

Esponiamo una riflessione sul lungometraggio LUTHER del regista tedesco Eric Till, nel pieno approfondimento dello spirito ecumenico del quale tutte le confessioni cristiane, a cominciare da quella cattolica, si impegnano nel ricercare la profonda unità di fede, di vita e di dottrina, secondo le linee indicate dal Magistero della Chiesa cattolica nel Concilio Vaticano II.

Importante é il radicamento di una controversia dottrinale nella storia per capire quelli che appaiono come gli enigmi delle grandi divisioni che ancora lacerano il tessuto religioso della Cristianità. La comprensione delle origini di una riforma religiosa deve indurre gli autentici cristiani al riconoscimento dei propri e altrui torti, all'assimilazione di valori compatibili e al rispetto della diversità reciproca, come base di una comunione tanto auspicata.

Anche se
Luther, purtroppo, offre un'interpretazione di parte, abbastanza tendenziosa e forzata, dai colori forti e vivaci, dello scisma dalla Chiesa di Roma attuato dal celebre religioso agostiniano tedesco. Lungi dal presentarne una battagliera apologia, tuttavia ne esce un quadro abbastanza lusinghiero di Martin Lutero ( 1483-1546 ) come di una specie di genio e liberatore, campione dei diritti della nazione germanica contro il Papato e il Sacro Romano Impero di Carlo V d'Asburgo.

Noi cattolici non possiamo non prenderne atto, apprezzando il film di pregevole fattura tecnica ed artistica, ma non rinunciando a espletarvi un senso critico con alla mano i documenti storici.



Sul celebre riformatore religioso sono state curate, in passato, diverse edizioni cinematografiche. Nel 2004 ci riprova il tedesco Eric Till con un cast di eccezione e il finanziamento della Federazione Luterana Mondiale.
La pellicola vuole rievocare la figura di Martin Lutero, presentandocela come quella di un sincero cristiano che, agli inizi del Cinquecento, si batté contro i mali e gli abusi della Chiesa di Roma.

Per le cosiddette "comunità evangeliche" le guerre di religione -che insanguinarono la Germania e l'intera Europa in un arco di tempo che va, pressappoco, dal 1522 al 1648- furono solo un semplice incidente di percorso non desiderato e voluto dal ribelle agostiniano.

Se per una sorta di eterogenesi dei fini, il Nostro fu un po' come l'apprendista-stregone che non seppe dominare gli spiriti da lui suscitati, a Martin Lutero ( nato ad Eisleben nel 1483 e morto ivi nel 1546 ) rimarrà la tragica patente di responsabilità morale per tanti massacri e per la spaccatura dell'unità religiosa dell'Europa che perdura tuttora.

Altro che riforma, si trattò di una vera e propria rivoluzione !

Se i vertici delle istituzioni cattoliche dell'epoca, Papato in testa, non avessero commesso tanti vergognosi abusi e si fossero impegnati a rendere più facilmente accessibile, in modo attivo, dinamico e non uniforme, il dogma, oltre a stimolare un confronto dottrinale più aperto con chi richiedeva un'adeguamento del messaggio evangelico alle proprie sensibilità e alle aspettative di una riforma interna del mondo ecclesiastico, forse questo disastro si sarebbe potuto evitare.

Tempi difficili quelli di Lutero. L'unità religiosa coincideva con quella civile e politica. Chi metteva in discussione un solo principio dottrinale ed etico attentava all'unità socio-politica dello Stato a cui apparteneva. Con l'aggravante delle contese che opposero l'imperatore Carlo V d'Asburgo al sovrano francese Francesco I di Valois per una maggiore egemonia in Europa e un dominio diretto in Italia, con l'Inghilterra di Enrico VIII Tudor pronta a tifare per l'uno o per l'altro, entrando anch'essa in campo aperto. Per non parlare poi della minaccia ottomana che, con Solimano il Magnifico, raggiunse Vienna.

No, non furono tempi facili a favorire una messa in discussione, magari non contro la Chiesa, di certe convinzioni radicate.
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Ma Martin Lutero tenne duro. Una idea fissa percorse il suo cervello già intorno al 1510. "Si può ottenere salvezza fuori della Chiesa, ma non fuori dal Cristo" : fino alla morte rimase risoluto su questa posizione.

Il rapporto tra Dio e l'anima del credente, secondo il Nostro, doveva essere diretto e senza l'intermediazione istituzionale e sacramentale. Ne discendevano le necessarie conseguenze: individualismo; primato assoluto della Sacra Scrittura; libero esame ( vale a dire libera interpretazione dei testi sacri da parte di qualsiasi credente ); cessazione del sacerdozio ministeriale; negazione del culto dei santi, del purgatorio e di cinque sacramenti.

Sarebbero rimaste semplici convinzioni personali se non fossero state predicate in un contesto più che favorevole, dove principi, sudditi ed intellettuali si trovarono uniti : i) da un deciso anticurialismo; ii) nell'opporsi all'eccessiva fiscalità della Santa Sede; iii) dall'esigenza di una religiosità più austera ed autentica; iv) dal rifiuto di sterili speculazioni teologiche; v) contro un formalismo liturgico eccessivo e non facilmente assimilabile.

Numerosi principi tedeschi e i monarchi scandinavi ebbero così modo di impadronirsi dei beni ecclesiastici, cominciando a regolare -quella che si suol definire oggi- la 'Chiesa di Stato'. Lutero consacrò questo loro assolutismo, asserendo che, a causa del peccato originale, una semplice comunità non era in grado di autogovernarsi, onde l'indispensabilità del potere di spada del principe. Un assolutismo -quello germanico- che, sul piano fattuale, andò rafforzandosi dopo la repressione della 'guerra dei cavalieri' ( 1522-23 ) e le agitazioni anabattiste, e dopo la pericolosa 'guerra dei contadini' ( 1524-25 ) che il Nostro deplorò incoraggiando i governanti allo sterminio dei ribelli.

Strana applicazione del suo principio della 'libertà del cristiano' !

L'estremista Carlostadio ( Andreas Bodenstein detto Karlstadt ), i profeti di Zwickau, Nikolaus Storch, gli anabattisti e l'ex monaco Thomas Muntzer, si richiamarono proprio alle sue dottrine, uccidendo preti, frati e suore, saccheggiando conventi e castelli.

Auspicando l'uguaglianza socioeconomica e la comunione dei beni, nonché imponendo l'iconoclastia, i radicali sfruttarono le angosce e i fermenti di ribellione di una grande massa di servi della gleba. Questi ultimi, privi di unità di comando in campo militare, furono selvaggiamente sopraffatti dalla repressione feudale. Si contarono centomila vittime : una cifra spaventosa !

I radicali si ispiravano al criterio della libertà del cristiano, ma Lutero sconfessò la loro azione appellandosi al principio di obbedienza che ogni suddito deve avere nei confronti del proprio sovrano.

Eppure i suoi sostenitori videro in lui il campione dei diritti della nazione germanica contro le pretese romane ed imperiali. La sua traduzione della Bibbia nella lingua del volgo fu il fondamento dell'idioma tedesco, ma egli non si dimostrò neanche un felice traduttore : un biblista suo contemporaneo, Hieronymus Emser, potè ravvisarvi più di millequattrocento errori.

Il suo proposito di non voler rompere con la Chiesa cattolica si rivelò un grande "bluff" che all'inizio non convinse né papa Leone X, né Carlo V, né valenti teologi come Johann Eck e il cardinale Tommaso de Vio detto Caietano, né il diplomatico Girolamo Aleandro, ma illuse Federico il Saggio, il suo segretario Georg Burckhardt detto Spalatino, Filippo Melantone……

Dopo il 1520 la rottura con Roma divenne un evento compiuto. La presunta riforma della Chiesa sarebbe stata attuata dai laici, cioè dai principi e dai magistrati cittadini. Carlo V dovette riconoscere lo "status quo" e da allora la Germania rimase un territorio religiosamente diviso.

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Ma seguiamo il film di Eric Till.



Lungo la via di casa, Lutero ( Joseph Fiennes ) é sorpreso da un violento temporale. Sembra incredibile come un fenomeno naturale possa aver deciso della vocazione religiosa del Nostro in maniera così repentina.

Eppure il regista sembra suggerirci quest'interpretazione, non riuscendo tra l'altro a nascondere come Lutero sia invece una personalità complessa e nevrotica che, tuttavia, possiede un temperamento orgoglioso.
Chi l'ha indovinato bene é il suo genitore, Hans Luther ( Michael Traynor ), che gli rinfaccia il tradimento delle sue aspettative paterne. Durante la sua prima messa, Martin sembra avere un senso della presenza terrificante di Dio e questa considerazione lo assilla e l'opprime. Il timore per la dannazione eterna diventa ossessivo per il giovane religioso.

Il superiore degli Eremitani Agostiniani di Erfurt ( al quale il Nostro appartiene ), Johann von Staupitz ( Bruno Ganz ), cerca di rassicurarlo : "non é Dio che é in collera con voi ! Siete voi in collera con Dio !". Fa qualcosa di più per il suo confratello in crisi : lo manda a studiare teologia a Wittenberg e a perfezionare la sua carriera accademica.

E sarà proprio lo studio biblico a metterlo di fronte ad una formidabile scoperta, tale da fargli cambiare l'esistenza : la misericordia di un Dio d'amore che permette che il suo Figlio si immoli e ci renda giusti pur rimanendo, nello stesso tempo, peccatori anche incalliti. Lutero non crede nel libero arbitrio e, nel film, lo dimostrerà con i fatti dando sepoltura cristiana ad un ragazzino che si é appena suicidato.

Secondo Lutero l'espressione paolina "il giusto vivrà per fede" é da intendersi nel senso che, potendo noi possedere una fede fiduciale, Dio ci comunica la sua grazia, coprendoci con la sua misericordia.

Frequentando i corsi di teologia dogmatica, Lutero ha un confronto polemico con un professore di nome Carlostadio ( Jochen Horst ) nel mettere in discussione le dichiarazioni di papi e di concili che a suo giudizio si sono spesso contraddetti. Si conquista la platea e suscita perfino le simpatie del suo docente e collega di studi. Intanto papa Leone X ( Uwe Ochsenknecht ) ha bandito un'indulgenza per sostenere l'opera di ricostruzione della Basilica di San Pietro, estendendola alla Sassonia. E' un modo assolutamente vergognoso di coprire la compravendita di un vescovato da parte di un giovane ecclesiastico pieno di ambizioni, Alberto di Magonza ( Johannes Lang ), il quale incarica un domenicano, Johann Tetzel (Alfred Molina), di predicare tale indulgenza nei suoi territori.

La grossolanità dell'intervento di questo religioso scatena le ire di Lutero che non solo contrasta la vendita di questa remissione delle pene temporali per i peccati commessi, ma ne invalida addirittura la dottrina. Con le sue celebri 95 tesi che, secondo la leggenda, avrebbe affisso alla porta della cattedrale di Wittenberg, Lutero consegue grande popolarità e il favore degli umanisti capitanati da Filippo Melantone ( Lars Rudoblph ), altro astro della Riforma nascente.

Tetzel viene sfiduciato. L'arcivescovo Alberto di Magonza deferisce la causa dello "scandalo delle indulgenze" a Roma. Papa Leone X é preoccupato. Lutero si sente incoraggiato a proseguire tra l'imbarazzo e l'appoggio convinto di Federico il Saggio Grande Elettore di Sassonia ( Peter Ustinov ), e del suo segretario Spalatino ( Benjamin Sadler ).
Arrivano in Germania due alti prelati : il cardinale Caietano ( Mathiéu Carriére ) e il diplomatico Girolamo Aleandro ( Jonathan Firth ). Questi ultimi impongono al monaco agostiniano la completa ritrattazione delle sue idee. Lutero chiede invano una discussione ma rischia di essere scomunicato e di rimetterci pure la libertà e la vita.

Staupitz lo dispensa dall'esercizio dei voti espellendolo dal convento, anche per garantire l'incolumità personale del suo confratello. Quest'ultimo insiste nella provocazione grazie alla popolarità e al favore di Federico il Saggio, Ormai é un ribelle che viene scomunicato nel 1521 e che brucia pubblicamente la bolla di condanna papale e il Corpus Iuris Canonici, reclamando l'intervento dei principi nella riforma della Chiesa.
Su richiesta di Federico di Sassonia -che ritiene conforme alla legge tedesca giudicare l'accusato nella propria terra- l'Imperatore Carlo V ( Torben Liebrecht ) convoca Martin alla Dieta di Worms (1521), perché possa ritrattare pubblicamente le sue idee. Alla presenza dei convenuti, il teologo Johann Eck ( Christopher Buchholz ) gli impone severamente l'abiura. Lutero risponde deciso : "a meno che con la Sacra Scrittura non mi si dimostri il contrario, io non ritratto nulla, perché non è giusto andare contro coscienza. Iddio mi aiuti. Amen !". E' messo al bando dall'Impero e chiunque potrebbe ucciderlo. Federico il Saggio e Spalatino, pur non compromettendosi pubblicamente per difenderlo, organizzano un finto rapimento per salvarlo. Lutero finisce per trovarsi nel castello di Wartburg quasi solo e in questo rifugio conduce e porta a termine la traduzione del Nuovo Testamento in lingua tedesca, in modo che tutti possano leggerlo ed interpretarlo.

Ma ormai il vento della ribellione ha invaso ogni dove. Ne approfittano gli estremisti come Carlostadio che fomentano disordini in nome della Riforma, tanto che Lutero -appoggiato da Spalatino- deve abbandonare, sotto falso nome di "Junker Jorg", Wartburg e raggiungere Wittenberg per sconfessare e far esiliare il suo ex professore di teologia ( che morirà a Basilea nel 1541 ). La 'rivolta dei contadini', eccitati da "predicatori evangelici", sembra essere inarrestabile. Lutero condanna la sedizione, invocando i principi a soffocarla spietatamente. Ne segue un bagno di sangue spaventoso : circa centomila vittime. Questa efferatezza impressiona lo stesso riformatore che tuttavia é deciso a perseguire i suoi obiettivi fino all'ultimo.

Si incontra con una giovane monaca cistercense, Katharina von Bora ( Claire Cox ), la quale, rinnegati i voti ed approfittando dei disordini scoppiati, é riuscita a fuggire dal monastero di Nimbschen con alcune consorelle, facendosi portare via su un carro trasportante barili di aringhe, Martin e Katharina si innamorano e si sposano. Dalla loro unione nasceranno sette figli, scandalizzando non solo i cattolici ma anche alcuni tra i riformatori più convinti. Un ex confratello di Martin, l'olandese Ulrich di Utrecht ( Marco Hofschneider ) se ne va da Wittenberg al suo paese di origine per propagare dottrine eterodosse. Giunto alla frontiera, viene catturato ed arso vivo sul rogo.

Intanto l'Imperatore, spalleggiato da Aleandro, decide l'ultima carta contro la Riforma per potersi impadronire della persona di Lutero. Nella Dieta di Augusta ( 1530 ) numerosi principi, Melantone, e alcune città germaniche "protestano" ( da qui il termine di 'protestanti' ) confessando la loro forma di fede conforme alle nuove dottrine. Carlo V è costretto a recedere dalle sue richieste.
La Riforma ha vinto e Martin Lutero non può essere più perseguito.




GIORDANO BRUNO




La valenza simbolica di
Giordano Bruno, in questi ultimi tre secoli, é stata sempre sfruttata sia da parte dei settori più conservatori all'interno della Chiesa cattolica ( che ravvisarono nel filosofo campano un "soggetto demoniaco" che andava, per così dire, "neutralizzato" ) e sia da parte degli orientamenti laicisti che, contrapponendolo all' "oscurantismo" della Chiesa della Controriforma, lo celebrarono e continuano a farlo all'insegna della promozione a tutti i costi della libertà di pensiero contro tutti i dogmatismi.

Eppure, a ben riflettere, in tutti e due i versanti sussisteva e sussiste ancora l'inconveniente di dare una lettura riduttiva -e sempre da un certo "punto di vista"- del personaggio senza la corretta maniera di riconsiderare l'uomo e il tempo in cui visse.

E' innegabile che, dopo la parentesi cruenta dei regimi totalitari del Novecento, l'esigenza della libertà di pensiero, di parola e di espressione, si era fatta sempre più insopprimibile e la figura di Giordano Bruno si adattava molto bene ad incarnare, più di ogni altra, questa esigenza, anche se Giuliano Montaldo, nel suo celebre ed omonimo lungometraggio del 1973, offriva una chiave di lettura della vita di un tale studioso in un'epoca ( primi anni Settanta ) dove la "contestazione generale" rivendicava una "libertà da" e non piuttosto una "libertà per", fino a fare di Bruno il simbolo di un anticonformismo esasperato, sostenuto e difeso fino alla propria morte violenta.

In effetti l'intellettuale domenicano visse in un contesto religioso e sociopolitico -quello della Controriforma- caratterizzato dal monolitismo, dalla uniformità e nella difesa di un ordine costituito, per cui ogni novità in religione era eresia, in filosofia errore e nella politica rivoluzione. Non si consentiva un'apertura ad alternative di pensiero : l'irregolarità andava punita o, quanto meno, emarginata tanto nei paesi cattolici quanto in quelli protestanti.

La cosa che stupisce di Giordano Bruno, al di là di una vita avventurosa vissuta all'insegna dell'eccentricità, fu la sua "apparente" moderazione. Dal punto di vista politico, in Francia, il filosofo si schierò con i "politiques" che -sostenitori di Enrico III di Valois- si fecero sostenitori di una linea mediana ed equidistante tra i "liguers" ( leghisti ) ultracattolici dei Guisa e gli "huguenots" ( calvinisti ) di Enrico di Navarra.
Per quanto concerne la sua morte violenta, Bruno non fu un parossistico autolesionista. Una volta consolidate le sue convinzioni filosofiche, non si mostrò più disposto ad accettare compromessi con un potere ufficiale che sembrava calpestare e mortificare la dignità della ragione umana.

Le sue continue provocazioni, prima dell'ultima prigionia, puntavano sempre alla ricerca di un punto di equilibrio con tutti, assieme al suo generoso, ma non meglio definito, proposito di una 'Riforma' ( dopo quella di Lutero e Calvino ) : riforma del Cristianesimo che fosse più "leggero" e più "razionale"; riforma della società ( fine delle guerre di religione, instaurazione di una pace universale, parità di condizioni per tutti gli uomini ); riforma del mondo alla riscoperta di una unità più profonda con la Natura considerata come qualcosa di divino e di unitario. Una riforma da trattare con i più alti vertici istituzionali dell'epoca : il re di Francia, la regina d'Inghilterra, il Sacro Romano Imperatore e….perfino il Papa, risolvendosi -come il film di Montaldo suggerisce- in un colossale "fallimento".

Ma questo suo patrimonio di convinzioni non aveva quasi più nulla di cristiano : negazione della Trinità, della divinità di Cristo, della verginità della Madonna, della creazione, della resurrezione dei corpi; affermazione dell'eternità e della infinità della materia e dottrina della trasmigrazione delle anime, ecc. Giordano Bruno fu coerente con la sua impostazione rigidamente razionalistica :

"io ho sempre diffinito filosoficamente e secondo li principii e lume naturale, non avendo riguardo principal a quel che secondo la fede deve essere tenuto".


Quindi, rigetto totale della fede e della teologia che riflette su di essa. "Sola philosophia" ! L'orientamento averroistico della doppia verità trionfava sul tomismo, ma solo in apparenza, perché alle verità di fede Bruno sembrava non crederci più, nonostante la loro validità ai fini dell'educazione delle masse ignoranti.

Il tribunale dell'Inquisizione non era nato con il fine primario dell'eliminazione fisica dell'eretico, anche se in esso sussiste un "paradosso", ben evidenziato dal film di Montaldo, per il quale la pena capitale era quasi d'obbligo per i recidivi. Tale tribunale perseguiva l'obiettivo della ricerca e dello smascheramento del reo eterodosso al fine di "correggerlo" più che punirlo, incoraggiandolo a percorrere un itinerario interiore ed esistenziale che doveva concludersi con una generale e consapevole "ritrattazione" delle proprie posizioni dottrinali, volendo provvedere alla salvezza della sua anima e alla sua reintegrazione nel corpo della Chiesa e della cristianità. L'unica differenza di un tale organo ecclesiastico rispetto agli strumenti repressivi messi in atto dai più terroristici e sanguinari regimi totalitari del Novecento, risiedeva nel paradossale rispetto della dignità personale dell'eretico ( nel film il cardinale Bellarmino asserisce di volere la morte del peccato e non quella del peccatore ) da parte della Chiesa cattolica, sempre laddove l'Inquisizione non fosse stata sviata dai suoi genuini propositi, solo perché strumentalizzata da certi poteri costituiti e per interessi che poco avevano a che fare con quelli religiosi ( si cfr. tra i tanti casi, la ripugnante esecuzione capitale del povero prete Urbain Grandier nel 1634, coinvolto nella vicenda scabrosa dei "Diavoli di Loudun", autorizzata dal cardinale Richelieu ). Da questa constatazione se ne può ricavare, se vogliamo, un giudizio meno severo e più obiettivo nei confronti della Chiesa di Roma dei secoli passati, senza però trascurare il peso di sofferenze da essa procurate.




Se già all'autore dei "reati di religione" venivano accordate alcune garanzie e certi diritti dalle stesse istituzioni ecclesiastiche, tuttavia ci si domandava : come comportarsi nei confronti di soggetti notori e sovrastimati ( ma anche detestati ) dalle masse e dai ceti dirigenti -quale poteva essere Giordano Bruno- per l'eccellente loro livello culturale e scientifico ?

Scartando la sbrigativa ma poco intelligente opzione omicida, pretesa ( come sembra suggerire la pellicola di Montaldo ) dal cardinale Sartori che preferiva "recidere il male dalle radici", il Sant'Uffizio si confrontava con un personaggio quasi unico nel suo genere, per il suo esasperato anticonformismo e per la sua insofferenza di fronte ai dogmi, con un individuo che si ergeva come un "campione assoluto" nello sfidare il potere del momento che lo sovrastava, facendo indispettire e confondere, con il suo atteggiamento pertinace e provocatorio, i suoi stessi persecutori.

Il Sant'Uffizio -e Bellarmino in testa- intuiva la "pericolosità" e la "novità" dell'atteggiamento del frate sfratato nei confronti delle istituzioni religiose e politico-sociali del tempo. Probabilmente nessun eretico era arrivato a tanto e ciò può spiegare la lunga durata della detenzione romana del Nolano che, negli auspici del Papa, non doveva concludersi con la sua morte sul rogo. Se proposito principale era quello di "salvargli l'anima", non meno importante e secondario risultava l'altro : assicurare la vittoria morale alla Chiesa cattolica attraverso "l'abiura" del prigioniero, "sbandierandola al mondo".

Eppure Bruno aveva già abiurato più di una volta, come dimostra la conclusione del processo veneziano del 1592. Rimane ancora per noi un mistero il suo rifiuto della prospettiva della ritrattazione prima del tragico finale di Campo dei Fiori.

Nelle vicissitudini trascorse una tale eventualità poteva apparirgli un "escamotage" e il "bluff" gli sarebbe servito per guadagnare tempo "per poter ancora pensare". Ma mentre nelle carceri veneziane il Nolano poteva ancora puntare sulla ricerca di un punto di equilibrio con le istituzioni della Serenissima che riuscivano a garantirgli, entro certi limiti, una relativa tolleranza in campo di circolazione di idee, il suo confronto con l'Inquisizione romana, purtroppo, si rivelò conflittuale sin dal principio, già con il diniego, da parte dei vertici vaticani, di prendere in esame il suo progetto di riforma del Cristianesimo.

Negli ultimi anni della sua prigionia Bruno consolidò la consapevolezza di aver scoperto la "verità" in modo tale da non ritenere più possibile la percezione di una compatibilità o meno delle sue teorie con il "dogma" insegnato dalla Chiesa di Roma. Possiamo dire che il filosofo, con le sue sofferenze fisiche, aveva riscoperto il valore dell'onestà intellettuale e, con la sua morte atroce, aveva riscattato un'esistenza all'insegna dell'eccentricità e dello scandalo; ma nei suoi ultimi anni, in un clima di mutata condizione spirituale, "l'abiura" gli sarebbe apparsa una gravissima colpa morale tanto da far notare, nel film, al giovane teologo Orsini nella sua visita in prigione :

"Forse adesso si accontenterebbero della mia abiura. Abiura può anche voler dire : percorrere un lungo cammino che allontana da Dio !".

E da allora si può dire che il suo sacrificio non risultò essere vano e che, anzi, diede i suoi frutti. Nel 1965, in pieno Concilio Ecumenico Vaticano II, la Chiesa cattolica riconobbe nella
Gaudium et Spes e nella Dignitatis Humanae l'indispensabilità di un'autentica autonomia della ragione umana.



Il film "Giordano Bruno" di Giuliano Montaldo ( 1973 )




Giuliano Montaldo realizzò nel lontano 1973 un lungometraggio sul celebre religioso domenicano arso vivo sul rogo a Roma il 17 febbraio 1600. Ci sembra ancor oggi un riconoscimento meritato e dovuto ad uomo di cultura di altissimo spessore e che segnò nel bene e nel male un'epoca nella storia della filosofia.

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Venezia 1592 : si festeggia la ricorrenza della vittoria della Repubblica di San Marco contro i Turchi a Lepanto. Alle manifestazioni di giubilo assiste, con sguardo ironico e divertito, un piccolo uomo, con lo scapolare, in cerca di provocazioni.
Invitato ad un ricevimento in casa del senatore Andrea Morosini, l'uomo si qualifica : é Giordano Bruno da Nola ( un istrionico Gian Maria Volonté ), un frate sfratato che si trova nella città lagunare in cerca di un editore che gli pubblichi i suoi scritti, ritenendo che la repubblica veneta sia in Italia la più tollerante in campo di libertà di espressione, garantendogli una "libera" circolazione della sua filosofia, servendosi della "copertura" offertagli dallo stesso Morosini, dall'amante di costui, la cortigiana Fosca ( interpretata da Charlotte Rampling ), e dal suo "mentore", il patrizio Giovanni Mocenigo ( Mario Bardella ).

Dopo una nottata di bagordi tra orge, festini e disquisizioni filosofiche basate sulle corrispondenze simpatetiche tra uomini, animali e astri, con un anziano arsenalotto (Giuseppe Maffioli) e i suoi compagni, Bruno rincasa ubriaco presso il suo protettore che resta sconcertato di fronte al comportamento così bizzarro e scostumato del forestiero.
Il confessore di Mocenigo ( Corrado Gaipa ) mette al corrente il patrizio sulle irregolarità del suo ospite, impressionandolo fortemente.
Dopo un violento diverbio serale nel quale il Nolano, negandogli l'insegnamento della magia, lo preavvisa della sua prossima dipartita, Mocenigo, aiutato dai servi, lo rinchiude in una stanza e lo denuncia all'Inquisizione, esponendone i motivi ad un giudice domenicano ( Vernon Dobtcheff ). Bruno viene condotto nel carcere di san Domenico di Castello dove incontra altri sventurati : il napoletano Francesco Vaia, Matteo de Silvestris, Frà Giulio da Salò, Francesco Graziano da Udine e il cappuccino Frà Celestino da Verona, al secolo Giovanni Antonio Arrigoni ( Massimo Foschi ).




Una situazione imbarazzante per le istituzioni della Serenissima che vorrebbero liberarsi di uno scomodo personaggio, ma neanche consegnarlo al Sant'Uffizio di Roma, per evitare una generale disapprovazione data la notorietà del filosofo.
Il Patriarca di Venezia intende processare quest'ultimo "in loco" a dispetto del Nunzio pontificio Ludovico Taverna ( José Quaglio ) che lo vuole invece estradato a Roma. Bruno previene il processo, disponendosi ad una ritrattazione delle proprie idee. Non é solo il timore di finire nelle prigioni papali che lo spinge all'abiura, ma anche il bisogno di altro tempo "per poter ancora pensare e per poter agire". Il doge Pasquale Cicogna tratta con lo Stato Pontificio l'estradizione di alcuni fuorusciti arrestati come delinquenti comuni, ma le pressioni romane per la consegna di Giordano Bruno si fanno sempre più pressanti.




Per il Nolano si tratta di un'altra sconfitta : anche la Serenissima gli volta le spalle e, nonostante la strenua difesa condotta da Morosini, il Senato concede l'estradizione del prigioniero con una larga maggioranza di voti.

Si istruisce così il processo romano. Bruno si difende da solo con le sue argomentazioni dialettiche, ma il tribunale del Sant'Uffizio esige dall'imputato la piena confessione dei suoi errori e la ritrattazione definitiva, non nascondendo il contrasto, al suo interno, tra una linea "draconiana", espressa dallo zelante e potente cardinale Sartori o Santorio ( Hans Christian Blech ) e dal Taverna che propendono per la condanna, ed una linea indulgente e più desiderosa di conoscere la consistenza e la novità del vero pensiero del Nolano, rappresentata dal cardinale Roberto Bellarmino ( Mark Burns ). A rafforzare quest'ultima posizione interviene, dall'esterno, lo stesso papa Clemente VIII Aldobrandini ( Hans Caninenberg ), informato sull'andamento del processo da un religioso, Alberto Tragagliolo ( Renato Scarpa ). Bruno accusa i magistrati di estrapolare parole e frasi dai suoi libri, distorcendone il significato e rivolgerlo contro di lui. Sartori autorizza l'uso della tortura della ruota per ottenere la confessione completa dell'imputato, ma questi, dopo aver negato, riesce a chiudersi in se stesso meravigliando i suoi stessi persecutori.
Come in un "flash-back" il prigioniero rievoca un tragico evento del quale é stato spettatore da giovane : il supplizio di una presunta strega.
In carcere Bruno incontra il fiorentino Francesco Pucci ( Angelo Guglielmi ), mistico platonizzante ed antitrinitario, da lui conosciuto in Inghilterra. Il cardinale Bellarmino fa introdurre Giordano nel suo studio per meglio saggiare le sue profonde qualità intellettuali, mostrando una certa curiosità verso il suo progetto di riforma del Cristianesimo; ma il prigioniero, ormai consapevole dell'atteggiamento repressivo delle istituzioni cattoliche della Controriforma, rifiuta la collaborazione con il porporato. Si assiste alla sequenza della decapitazione del Pucci ( 1597 ). Un protetto del Sartori, un teologo, il giovane Orsini ( Mathieu Carriére ), fa visita al Nolano, attestandogli la sua stima dopo aver analizzato il contenuto dei suoi scritti : Bruno ormai ha capito che, con i giudici pontifici, si tratta di una partita che deve terminare o con la sua morte o con la sua abiura, ma inorridisce di fronte a questa seconda possibilità che non gli appare più l'espediente di un tempo, bensì la totale sconfessione della "verità" da lui ormai definitivamente scoperta.
In un altro flash-back, il filosofo, in età adolescenziale, assiste ad una cerimonia di "auto da fé" che vede coinvolto l'arcivescovo di Toledo, Bartolomeo Carranza ( 1503-1576 ), accusato di "alumbrismo".
Fortemente turbato dalla tempra morale del Nolano, papa Clemente VIII, contrariamente a Sartori, mostra reticenza nel comminargli la pena capitale.
A segnare il destino di morte di Giordano ora intervengono le deposizioni dei suoi ex compagni di cella del carcere di San Domenico di Castello, prima tra tutte quella del cappuccino Frà Celestino da Verona. Finché permaneva l'accusa del Mocenigo, secondo il diritto canonico "unus textus nullis textis", non si poteva procedere nella continuazione del processo. Celestino, vittima strumentale dell'inganno perpetrato ai suoi danni, viene condannato a morte al rogo come recidivo ( settembre 1599 ). Intanto, si perviene ai risultati delle ricerche teologiche sugli scritti di Bruno che segnalano sue gravi deviazioni dottrinali che il Bellarmino fa riassumere in otto proposizioni nel tentativo di salvare la vita dell'accusato.
Alla presenza del Papa e di alcuni cardinali, il dotto gesuita accorda a Bruno quaranta giorni di tempo per pentirsi e rinnegare così i suoi errori.
Nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva, Giordano fa sapere di non avere nulla di cui pentirsi. Accoratamente, espone la confessione della propria sconfitta per il fatto di non aver potuto pacificare l'Europa e far cambiare la condizione degli uomini, attraverso la pressione sui maggiori sovrani dell'epoca compreso il Papa, essendosi cullato nella generosa illusione secondo la quale "il potere poteva riformare se stesso". Decide così per la sua condanna a morte che sarà ratificata da Clemente VIII.





L'8 febbraio 1600, nel palazzo del cardinale Madruzzo, alla presenza di Sartori, Bellarmino, e di altri porporati, dei notai e testimoni Francesco Pietrasanta e Frà Benedetto Mandina, a Bruno viene letta la sentenza di condanna al rogo da tenersi in Piazza Campo dei Fiori, ed autorizzata la sua consegna al braccio secolare nella persona di monsignor Ferrante Taverna ( Daniele Vargas ). Il filosofo, alla lettura della sentenza, in un soprassalto di orgoglio esclama :

"Tremate più voi nel pronunciare la sentenza che io nel riceverla !".

Nove giorni dopo, i confratelli di San Giovanni Decollato vanno a prelevarlo al carcere di Tor di Nona per condurlo al luogo del supplizio. Il tragitto del filosofo é veramente penoso e, per impedirgli di pronunciare irriverenze, gli viene chiusa la bocca con la mordacchia e, all'alba, alla presenza di una folla numerosa -e in essa del teologo Orsini- si dà fuoco alle fascine che circondano il patibolo









I DIALOGHI DELLE CARMELITANE




L'Albero della Libertà piantato in terra insanguinata

Il cinema francese ha sempre esaltato, da più di cent'anni, la 'Revolution' e i suoi discutibili 'ideali'. Non ci risulta, però, che si sia impegnato in un'opera revisionistica, vale a dire nel documentare le nefandezze di cui si macchiarono i giacobini, i sanculotti e il corrotto regime direttoriale messi assieme. Mai un passo avanti nel demolire il mito di Napoleone Bonaparte che, in realtà, non fu se non un arrogante generale repubblicano che portò la nazione transalpina allo sfacelo, con guerre continue e costosissime, nell'arco di un quindicennio. Analogo discorso potrebbe valere pure per Oliver Cromwell, un genocida di massa, ma considerato un eroe nei paesi anglosassoni.



Cinema e storiografia ufficiale, per tanto tempo, si sono trovati allineati in una sorta di vergognosa congiura del silenzio, "politically correct". Gli eccìdi della Vandea, ben documentati da un rigoroso studio di Reynald Sechér, per esempio, fino a qualche decennio fa erano sconosciuti ai più. Ci sembra che il lungometraggio del 1959, intitolato Les Dialogues des Carmélites, di R. L. Bruckberger - Ph. Agostini sia alquanto eloquente. Ispirandosi ad una vicenda tragica realmente accaduta, i romanzieri e i registi, senza alcun proposito acrimonioso, seppero rendere giustizia alle migliaia di migliaia di francesi di religione cattolica, in primo luogo ecclesiastici, vittime di un assassinio legalizzato, anche di massa, solo perché in odio alla fede.

Ci sembra che sia una pellicola controcorrente rispetto a tutte le altre, comprese quelle insistenti sulla parodia della Rivoluzione Francese, che hanno affrontato l'argomento della dittatura giacobina e dei suoi promotori più nefasti come Robespierre, Saint-Just, Barére de Vieuzac, Collot d'Herbois, Prieur de la Marne, il pittore David, Billaud-Varenne…..Molti di costoro non saldarono il conto con la giustizia neppure nel periodo della Restaurazione borbonica.
Una devastante crisi economica fu la causa prossima degli eventi del 1789-95, ma oggi tutti gli storici sono d'accordo nell'ammettere che ci fu un lungo periodo di gestazione del fenomeno rivoluzionario, grazie anche all'opera di corrosione che il pensiero illuministico, nei suoi aspetti più radicali ed eversivi, esercitò nei confronti delle istituzioni politiche, sociali, culturali e religiose francesi. Nelle fasi moderate e in quelle estremistiche della Rivoluzione fu all'opera un tentativo graduale, ma implacabile, di annientamento del Cristianesimo in tutte le sue forme e, in modo specifico, della Chiesa cattolica. Furono secolarizzati ed incamerati i beni ecclesiastici senza indennizzo. Furono proibiti gli ordini religiosi : prima quelli contemplativi; poi tutti gli altri. Con l'introduzione della Costituzione civile del clero lo Stato intese regolare la vita della Chiesa : vescovi e parroci divennero funzionari statali stipendiati. Si avviò la prima spaccatura in seno al clero. I preti e i religiosi anticostituzionali furono definiti refrattari e, pertanto, perseguibili penalmente. Solo una piccola minoranza si uniformò alle direttive del governo per salvare il salvabile illudendosi.



Il movimento massimalista dei sanculotti ( appartenenti ai ceti umili della città di Parigi e dei sobborghi, molti provenienti anche dal proletariato operaio ), approfittando degli errori del governo monarchico-costituzionale nella conduzione della guerra contro l'Austria, e del malessere popolare a causa del carovita e degli insuccessi militari, riuscì ad attuare un colpo di Stato il 10 agosto 1792 che rovesciò la monarchia. Nella capitale si instaurò una "Commune" insurrezionale che si rese responsabile di atroci massacri all'insegna della caccia ai sabotatori e agenti dello straniero. In questa tragica vicenda si manifestò, per la prima volta, una pubblica recrudescenza in odio alla fede : prime vittime furono sacerdoti e religiosi. Luigi XVI, dopo un discutibile processo, venne condannato a morte. La Francia si divise in due campi contrapposti e le tensioni, presenti nel territorio, degenerarono presto nella guerra civile. La nazione, soprattutto nel contesto rurale, era profondamente cattolica e, sul piano politico, professava un lealismo monarchico. La Vandea, la Normandia e la Bretagna insorsero contro il governo di Parigi e alle battaglie campali seguì la tattica della "guerriglia". Dopo che i girondini furono estromessi dal potere, con il colpo di Stato del 2 giugno 1793, anche le province, controllate dai repubblicani moderati e federalisti, insorsero, facendo causa comune con i realisti, contro il centralismo giacobino. "La patria e la repubblica sono in pericolo !" : si gridavano slogan di questo tipo dalle tribune della Convenzione Nazionale, egemonizzata dai montagnardi, nello stigmatizzare il pericolo esterno ( gli austro-prussiani e gli inglesi ) e quello interno ( monarchici e girondini ). Fu instaurato un governo straordinario, il Comitato di Salute Pubblica, che attuò misure di estremo rigore, imponendo calmiere, leva in massa contro i nemici stranieri, programmi di democrazia sociale e una durissima coercizione poliziesca. Nacque il regime del 'Terrore' i cui simboli tristemente noti furono il Tribunale Rivoluzionario che condannò circa sedicimila francesi alla ghigliottina, e le stragi in Vandea



I sanculotti, che per un certo periodo influenzarono la Convenzione, imposero l'ateismo di Stato con il grossolano culto della Dea Ragione. Fu la pagina più cupa della storia della Chiesa francese : gli edifici sacri furono chiusi e il culto -anche quello prima tollerato- proibito, moltissimi preti condannati a morte o deportati, la religione cattolica ridicolizzata, ex sacerdoti costretti a sposarsi. Furono introdotti il divorzio, il calendario repubblicano e alcune cerimonie civiche. Robespierre, ostile al cattolicesimo ma, nello stesso tempo, anche all'ateismo, considerato fattore disgregante della nazione, cercò di frenare le intemperanze degli estremisti, non solo mandando a morte gli esponenti più in vista come Jacques Roux e Jacques-René Hebért, ma introducendo un nuovo culto, quello dell'Essere Supremo e della Natura. Tale provvedimento si dimostrò una manovra controproducente del dittatore. I successi militari conseguiti a Fleurùs dal generale Jean-Baptiste Jourdan contro i prussiani, l'inerzia dei sanculotti che non perdonarono a Robespierre la condanna di Hebért, la passività degli operai esasperati dal maximum dei prezzi, l'ostilità di una borghesia che si sentì minacciata nei suoi interessi e nell'incolumità personale, segnarono il destino dell' "Incorruttibile" e dei suoi seguaci. L'ala moderata della Convenzione Nazionale, supportata dai reggimenti del generale Jean - Paul Barras, attuò il colpo di Stato del "Nove Termidoro" ( 27 luglio 1794 ) e riuscì a sbaragliare le deboli forze dei "terroristi". Robespierre arrestato, sommariamente processato, fu avviato alla ghigliottina il giorno dopo. Le carceri si sfollarono e una "doucer de vivre" sembrò caratterizzare la borghesia ( parigina e provinciale ) dedita alla finanza, una volta allentata la morsa estremista. Sorse un regime corrotto, il 'Direttorio', ma estremamente fecondo nelle conquiste militari all'esterno. Queste ultime fecero la fortuna di Napoleone Bonaparte che, con un altro colpo di mano, il "Diciotto Brumaio" ( 9 novembre 1799 ), instaurò la propria dittatura personale.
Dal 1789 al 1793 la Chiesa Cattolica fu discriminata in territorio francese. Dal 1793 al 1801, cioé fino all'anno della stipula del concordato con il papa Pio VII, apertamente perseguitata.
Questo fu il contesto civile, politico e socio-economico in cui si svolse la vicenda che ora descriviamo.



Le 'sedici carmelitane scalze di Compiegne'

Occorre fare una precisazione. Il romanzo "L'ultima al patibolo" e i dialoghi di Bernanos sono finzioni letterarie che si ispirano ad una vicenda realmente accaduta. Bianca della Forza, invece, non é mai esistita. Gli autori, però, conoscevano la circostanza di una giovane novizia, incitata dai magistrati rivoluzionari ad accusare la priora e le sue consorelle di sequestro e di violenza psicologica. Questa ragazza, invece, confessò la sincerità della propria vocazione monastica e andò incontro al proprio destino. Le suore furono prima processate a Parigi, dove infierì contro di loro l'implacabile Antoine-Quentin Fouquier-Tinville ( 1747 - 1795 ), pubblico ministero al Tribunale Rivoluzionario, poi ghigliottinate, nell'arco di ventiquattr'ore, il 17 luglio 1794, dieci giorni prima dell'esautorazione dal potere di Robespierre.

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Seguiamo gli antefatti. Il testo di padre Antonio Maria Sicari OCD, "Libro dei santi carmelitani", edito dagli Scalzi di Morena, ci aiuta nella ricostruzione.
Gli ordini monastici di vita contemplativa furono soppressi fin dal 1790 e i loro beni fondiari incamerati dallo Stato.

Vigeva la proibizione assoluta per quanto concerneva la professione dei voti di povertà, castità e obbedienza. Le monache carmelitane scalze di Compiégne si videro costrette -finché fu possibile- ad assecondare le direttive del governo di Parigi e per il resto potevano vivere relativamente tranquille. Gli eventi, però, precipitarono e le carmelitane divennero, nella loro città, il capro espiatorio delle frustrazioni e del malessere del popolino aizzato abilmente dagli estremisti.
Padre Sicari afferma al riguardo :

"Il teorema era semplice : non può essere libero chi si rinchiude in un convento e si vincola con dei voti; se qualcuno lo fa, é segno che é stato costretto. Compito della ragione ( e della Nazione ) é restituirgli la Libertà" (1).

La 'rivoluzione' é sempre contro la natura e contro la 'storia' perché vuole inutilmente, per così dire, "mettere le brache al mondo", calare idee astratte nella realtà. E risulta sempre un'operazione controproducente il tentativo di affossare la 'tradizione'. Una cosa é operare una 'assimilazione critica di un patrimonio di nozioni, di consuetudini, di costumi'; altra cosa é voler abbattere codesto patrimonio. Il rivoluzionario, per sua indole, é un utopista e non riesce mai, seriamente, a fare i conti con la realtà concreta. Tutto ciò che sopravanza i limiti della ragione umana, di una Ragione livellatrice, uniformante, pianificatrice, che incasella entro schemi prestabiliti, ecc., é inspiegabile ed assurdo. Chi sostiene una posizione, difficilmente, inquadrabile entro questi parametri é un pazzo, un 'fanatico', un sovversivo da ridurre all'impotenza, oppure da eliminare.
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Questo era il quadro della situazione offerto, da un lato, dalle monache di Compiégne e, dall'altro, dalle nuove istituzioni nate con la Rivoluzione.

"Giunsero dunque gli ufficiali municipali, violarono la clausura e si insediarono nella grande sala capitolare. Alle due porte furono messe quattro guardie. Altre guardie furono schierate, una alla porta di ogni cella, per impedire che le suore comunicassero tra loro, e soprattutto che avessero contatti con la Priora. Anche le altre porte dei chiostri furono presidiate. L'idea che altrimenti le monache sarebbero state soggiogate e costrette a mentire dalla presenza della loro superiora ( o da qualche consorella più dispotica ) era data assolutamente per certa" ( 2 ).

I rivoluzionari peccavano di presunzione di sapere cosa fosse la 'libertà'. Facevano valere perciò il 'pregiudizio' : quelle donne -che la grata divideva dal mondo circostante- "erano rinchiuse contro la propria volontà". I nemici della Chiesa si sentivano investiti della missione di "liberarle", ma si trovavano confusi, invece, davanti alla determinazione delle suore "a continuare ad essere spose di Cristo", tanto da essere indispettiti ed irritati da questo loro atteggiamento così provocatorio. Da qui l'accusa di 'fanatismo' a quelle donne che esibivano la ragionevolezza delle loro convinzioni di fede e la loro serietà di vita. Praticamente, la 'libertà individuale' era anche quella -non compresa dai rivoluzionari- di "voler vivere e morire nel loro monastero". I magistrati, una volta interrogate le interessate, abbandonarono il luogo, per poi ritornarvi alla prima occasione, quando le contingenze di fatto avrebbero permesso la caduta in disgrazia di quelle poverette : per esempio, una sommossa popolare contro di loro a causa di una carestia o di un insuccesso militare.
Il caso di una giovane novizia -dal quale la Le Fort e Bernanos trarranno lo spunto per
I Dialoghi delle Carmelitane- che diceva "di aver trovato la felicità in quel monastero", già allora sembrava smentire il pregiudizio secondo il quale numerose fanciulle erano "costrette, contro la propria volontà, dai parenti ad abbracciare la vita consacrata". E' vero che sussisteva ancora l'istituto del maggiorascato, ma questo tuttavia si avviava ad un lento declino per scomparire del tutto tra il Settecento e l'Ottocento. Nel secolo XIX, purtroppo, non mancavano casi di monacazione forzata : non solo nelle famiglie altolocate, ma anche tra la povera gente ( si cfr. il celebre romanzo di Verga "Storia di una capinera" ), tuttavia sempre proibiti dalle autorità ecclesiastiche che applicavano le pene canoniche ai coartatori.
Gli ufficiali municipali di Compiégne tornarono, in seguito, al monastero per disperdere le abitanti, permettendovi l'acquartieramento di reparti dell'esercito. Le "sedici monache" (precisamente tredici professe e una novizia più due inservienti laiche) si incamminarono per Parigi dove vi trovarono una difficile sistemazione. Pur essendo rispettate dalla gente del posto, non sfuggirono al rigore della fase più acuta del 'Grande Terrore', dove il parossismo dei robespierristi non conobbe più limiti. Denunciate, furono processate "per aver favorito un assembramento di ribelli e di sediziosi", "per aver bramato la libertà annegare in quei flutti di sangue che le loro infami macchinazioni hanno sempre fatto spargere in nome del cielo" (3), e altro. Le accuse di Fouquier furono puramente gratuite, generiche e retoriche. Il contegno delle religiose e della loro priora, anche nei confronti della morte che rivestiva l'aspetto della lama infallibile nella precisione, fu alquanto esemplare, calmo e dignitoso. Intonando il 'Veni Creator Spiritus', una ad una, confortate dalla loro superiora che volle morire per ultima, si avviarono sul palco del supplizio.

"Dalla folla un prete, travestito da rivoluzionario, diede loro l'ultima assoluzione" (4).

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Questi i nomi delle suore di Compiégne beatificate :

Sr. Teresa di S. Agostino ( Maria Maddalena Claudina Lidoine ) - priora;
Sr. S. Luigi ( Maria Anna Francesca Brideau ) - vicepriora;
Sr. Anna Maria di Gesù Crocifisso ( Maria Anna Piedcourt );
Sr. Carlotta della Resurrezione ( Anna Maria Maddalena Thouret );
Sr. Eufrasia dell'Immacolata Concezione ( Maria Claudia Cipriana Briard );
Sr. Enrichetta di Gesù ( Maria Francesca de Croissy );
Sr. Teresa del Cuore di Maria ( Maria Anna Henisset );
Sr. Teresa di S. Ignazio ( Maria Gabriella Trézel );
Sr. Giulia Luisa di Gesù ( Rosa Cristiana de Neuville );
Sr. Maria Enrichetta della Provvidenza ( Maria Annetta Pelras );
Sr. Costanza ( Maria Genoveffa Meunier ) - novizia;
Sr. Maria dello Spirito Santo ( Angelica Roussel );
Sr. S. Marta ( Maria Dufour );
Sr. S. Francesco Saverio ( Elisabetta Giulietta Vérolot );
Sr. Caterina Soiron;
Sr. Teresa Soiron.

Passiamo ora alla loro storia romanzata.
Fu la scrittrice tedesca Gertrud von Le Fort ( 1876 - 1971 ) ad appassionarsi alla vicenda delle sedici carmelitane di Compiégne.



Ne nacque, per l'appunto, un romanzo intitolato "L'ultima al patibolo", edito nel 1931. Il successo fu significativo, tanto che un altro scrittore famoso, il francese Georges Bernanos ( 1888 - 1948 ), nell'ultimo periodo della sua esistenza, sulla base del suddetto libro, curò una serie di dialoghi per la realizzazione di un film, seguendo la sceneggiatura elaborata da un religioso, padre Raymond Leopold Bruckberger O.P. ( 1907 - 1998 ).
Il testo di Bernanos non solo fu rappresentato in teatro, ma anche commentato musicalmente dal maestro Francis Poulenc nel 1957. Qualche anno dopo, il suddetto domenicano, con la collaborazione del regista Philippe Agostini, fece uscire nelle sale cinematografiche ( 1959 ) il lungometraggio intitolato
I Dialoghi delle Carmelitane, una coproduzione italo - francese con la partecipazione di quattro interpreti di grandissimo spessore : la nostra Alida Valli ( 1921-2006 ), Jeanne Moreau ( 1928 ), Georges Wilson (1921) e Pierre Brasseur ( 1905 - 1971 ). E' appena riconoscibile, tra le figure, una giovane Franca Bettoja, successiva moglie di Ugo Tognazzi. La musica fu curata da Jean Francaix.
I nuclei tematici del racconto della Le Fort possono ridursi a tre : 'martirio', 'morte', 'Grazia'. Due sono le protagoniste principali che vi si confrontano in modo diverso e anche conflittuale. La prima é una giovane novizia, Blanche de La Force, che riesce con molta difficoltà ad emettere i voti. L'altra é la sua maestra, Mére Marie de la Incarnation, una donna sicura di sé circa i doveri del Carmelo che alla fine incoraggia le proprie consorelle al martirio, ma paradossalmente non lo subirà. Pascal Audret interpretò il primo personaggio, Jeanne Moreau il secondo.
Una edizione televisiva francese de
I Dialoghi delle Carmelitane fu curata dal regista Pierre Cardinal nel 1983, con la partecipazione di Anne Caudry nel ruolo di Blanche.


Il valore dell'opera letteraria di Gertrud von Le Fort e Georges Bernanos

Tutto il racconto ruota attorno ai tre nuclei tematici del 'martirio', della 'morte' e della 'Grazia', con l'evincente scopo di esaltare il carisma dell'Ordine del Carmelo. Santa Teresa d'Avila, infatti, considerò il 'martirio' una delle strade maestre per conseguire la perfezione assoluta, in totale conformazione al Cristo. Profetizzò una fioritura di martiri per il suo Ordine religioso. Infatti, molto prima dell'uccisione delle sedici carmelitane di Compiégne, due missionari, un francese ( Dionisio della Natività, al secolo Pierre Berthélot ) e un portoghese ( Redento della Croce, al secolo Tomàs Rodriguez ), perirono nel tentativo di evangelizzare la Malesia ( 1638 ). Il Novecento fu il secolo più significativo del martirio carmelitano. Tre suore di Guadalajara furono assassinate dai repubblicani nel corso della guerra civile spagnola ( 1936-39 ). Edith Stein, Alfonso Maria Mazurek, Jacques di Gesù (al secolo Jacques Bunel, al quale fu dedicata la celebre pellicola firmata da Louis Malle, "Au revoir enfants", del 1987), e anche il carmelitano non-riformato Titus Brandsma, conobbero le atrocità dei lager nazisti.
Come asserisce padre Sicari :

"Cristo fa parte della definizione del proprio io, della propria vita, al punto che morire per Lui non é una sventura, ma un guadagno. Non si può in questa vita pronunciare la parola 'Io' in forma più piena e più definitiva di quando ci si consegna nelle mani di chi, a causa di Cristo, ci vuol togliere l'esistenza. Perché é proprio allora che Gesù deve immedesimarsi totalmente col nostro 'Io' fragile e pauroso, per sostenerlo e dargli forza e gioia" (5).

Più chiaro di così.

Più complesso é il tema della morte. Bianca della Forza vive in sé un terribile paradosso. Il senso della morte e l'angoscia per l'imprevedibile l'hanno sempre tormentata da quando era bambina. Il mondo la terrorizza e lei si serve del rifugio del Carmelo come di una corazza contro ciò che la minaccia e la opprime. Ma anche nel monastero di Compiégne non cessano queste inquietudini. Anzi, sembrano rafforzarsi e lei perde l'autocontrollo. Non riesce a comunicare con le consorelle più equilibrate e sicure nelle loro scelte. Mente di fronte a loro e a se stessa fino all'ultimo; ma Dio comprende le miserie umane e le accetta. Bianca é una santa nel genuino senso della parola. Vincerà la stessa morte e il mondo intero con l'inaspettato aiuto della 'Grazia', quando contemplerà la sua comunità di Compiégne salire sul patibolo. In quel momento Dio la chiama ad offrire tutta se stessa in quella terribile prova.

Il film




Il lungometraggio inizia con la cerimonia di ingresso al noviziato da parte di due fanciulle : Blanche de la Force ( Pascal Audret ) e Marie-Geneviéve Meuniér ( Anne Doat ). Davanti al celebrante che é anche il cappellano del monastero ( Georges Wilson ), e alla presenza del marchese de La Force ( Pierre Bertin ) e del figlio ( Claude Laydu ), Marie prende il nome di Costance de Saint- Denìs, l'altra quello di Bianca dell'Agonìa di Gesù.
Una volta entrate nel monastero carmelitano e finito il rito di vestizione, le due giovani sono promosse novizie. La grata indica la totale separazione dal mondo circostante.
Eloquente la scelta del nome di religiosa da parte della giovane La Force, il cui significato non sembra sfuggire all'anziana priora ( Madeleine Renaud ).
Segue tra queste due donne uno scambio di battute. La ragazza manifesta la propria felicità mentendo a se stessa. La superiora non ne é convinta e le chiede di rivelarle meglio i suoi sentimenti. Bianca ha paura del mondo e il senso della morte la opprime ogni giorno di più. Crede che il Carmelo sia un ottimo riparo contro le sue inquietudini. La superiora la disillude nel modo più franco e deciso : la vita in questo monastero é una dura lotta da intraprendere nel cammino di perfezione. Cristo non é l'amabile Sposo ma il "sovrano dei terrori" che reclama sempre di più dalle sue fedeli. Bianca ribatte di potercela fare, contando sulle proprie forze. Ma la superiora sostiene che "Dio mette alla prova non la nostra forza, ma la nostra debolezza". Inoltre sa che ha i giorni contati, come le ha riferito il suo medico curante.
Segue la tormentata agonia della superiora prima di morire. Crede che il destino di Bianca sia il suo ed affida la ragazza alla responsabilità di un'altra religiosa, madre Maria dell'Incarnazione ( Jeanne Moreau ), che dovrà rispondere davanti a Dio della sua salute spirituale.
Bianca e Costanza si frequentano e hanno caratteri contrapposti : la seconda ha una visione più ottimistica della vita e si comporta con una certa frivolezza e superficialità che sconcertano l'aristocratica.
Intanto viene eletta una nuova priora, madre Teresa di S. Agostino ( Alida Valli ), animo dolce e socievole che si comporta con le più giovani quasi come una mamma, ma gli avvenimenti precipitano.



Si presenta alla grata un commissario repubblicano ( Pierre Brasseur ) con alcune guardie municipali. Tutto é requisito e d'ora in avanti le suore non potranno più disporre delle rendite, neanche delle doti delle novizie. La priora é obbligata a consegnare l'inventario dei beni, accettando di buona volontà lo stato di indigenza nel quale dovranno vivere. "Purché ci lascino in pace!" : questo il suo commento.
Il commissario non ha intenzioni malvagie contro le monache. In fondo esegue solo gli ordini ma non si illude sulla dolorosa piega degli eventi che presto comprometteranno non solo la loro libertà, ma anche la loro vita. Intanto, il fratello di Bianca dell'Agonia si trova ad essere proscritto in quanto monarchico dichiarato. Riesce a sfuggire ai suoi inseguitori e a raggiungere, nottetempo, il monastero carmelitano, incoraggiando la novizia a lasciare il paese. La ragazza gli oppone un diniego e il cavaliere de La Force dovrà militare nell'Armata degli Emigrati, un esercito privato del Conte di Artois che fiancheggerà gli austro-prussiani. Bianca ha deciso, senza averne ancora consapevolezza, il suo fatale destino.
La presenza dell'attivista monarchico, però, é stata scoperta. Il commissario fa violare la clausura, ordinando la perquisizione delle celle del monastero. E' convinto che le giovani che vi dimorano siano vittime di una coartazione psicologica e le invita ad uscire da quella "fredda prigione". Bianca si sente già libera e non accetta la "libertà" che i rivoluzionari le impongono.
Madre Maria dell'Incarnazione, al contrario della novizia, é una donna sicura e sa quello che vuole. Capisce che la vocazione di Bianca é tormentata e pertanto manifesta la sua contrarietà all'emissione dei voti della ragazza. La priora supera la resistenza di madre Maria. Bianca e Costanza divengono suore professe.
Il cappellano del monastero, non avendo giurato fedeltà alla costituzione civile del clero, si trova ad essere un fuorilegge e, per celebrare le funzioni liturgiche, deve agire in clandestinità.
Ormai tutto sta precipitando. Molti ecclesiastici a Parigi sono stati massacrati da una folla inferocita istigata da politici atei. Tale incresciosa notizia pone le suore di Compiégne in uno stato d'allerta : queste ultime capiscono che prima o poi dovranno subire la prova del martirio richiesta da Dio. Questa constatazione non fa altro che aggravare le tensioni psicologiche di Bianca che si trova combattuta tra il dilemma di evitare la morte e abbandonare per sempre le proprie consorelle, oppure soccombere. Alla fine emette il voto di martirio mentendo ancora una volta a se stessa, per simulare il coraggio e la solidarietà con le altre donne.
Avviene -un giorno- un assalto della folla esasperata che irrompe nel monastero, ma l'improvvisa notizia della vittoria dei francesi contro i prussiani a Valmy placa gli animi e le monache sono lasciate indisturbate. La priora intuisce che la loro situazione é molto pericolosa : pertanto, si reca a Parigi per trovare una sistemazione clandestina alle sue figlie spirituali. Nello stesso tempo interviene il commissario con l'ordine di requisizione del monastero, per dar luogo ad un alloggiamento di soldati.
Le donne si trovano costrette a recarsi a Parigi, ma hanno la triste sorpresa di assistere alla defezione di Bianca che sembra ora non voler più condividere la loro sorte. Nella capitale la giovane ritorna al palazzo paterno ma le viene riferito che il padre si trova in carcere. Siamo in pieno regime del Terrore. Al marchese de La Force fanno credere che la figlia ha rinnegato il Carmelo e accettato la "libertà" dei rivoluzionari. La giovane, alla presenza del genitore, smentisce pubblicamente. Il vecchio aristocratico viene giustiziato e Bianca non ha più nessuno al mondo.
La priora incarica madre Maria dell'Incarnazione di ritrovare l'ex novizia, rimasta sola nel palazzo paterno, e salvarla con l'aiuto di un'avvenente attrice ed "entraineuse", Rose Ducor ( Judith Magre ). Le due suore si incontrano nel camerino di Rose. Bianca, allarmata, comunica a suor Maria che tutte le consorelle sono state arrestate e che entrambe si trovano ora in grave pericolo. Di fronte alla necessità di affrontare il martirio, prospettata da madre Maria, la giovane reagisce in malo modo : Bianca desidera salvare le proprie compagne dalla morte e non subirla assieme a loro.
Intanto le quindici suore di Compiégne vengono processate. Madre Maria é contumace. Tutte e sedici vengono condannate a morte e Fouquier-Tinville ( Renaud Mary ), pubblico ministero, notifica le accuse ( "per aver tenuto corrispondenze fanatiche, conciliabili controrivoluzionari, nascosto libri liberticidi, dato asilo a proscritti e preti refrattari"….).
Le monache accettano l'estremo sacrificio per il Signore con dignità e pacatezza che turbano Bianca che le assiste davanti al palco della ghigliottina. All'improvviso avviene il 'miracolo'…..Cristo la chiama a sé e lei avverte un irresistibile impulso ad andare a morire. Prende il posto di madre Maria dell'Incarnazione e china la testa sotto la mannaia. Finalmente ha vinto se stessa !
Anche la sua maestra é presente, tra gli spettatori, nella piazza delle esecuzioni. Vuole raggiungere le consorelle : lo fa per un motivo di orgoglio e per un senso di colpa, per averle incoraggiate al martirio. Se ne accorge il cappellano del monastero, naturalmente travestito, che intuisce i suoi propositi, fermandola appena in tempo. L'uomo le chiede : "Che cosa vuole fare ?". La donna gli replica : "Mi lasci ! Devo congiungermi a loro !". Il cappellano insiste: "E' Dio che le sta chiamando a sé !". Accorata, la donna gli chiede : "che cosa mi resterà ?". Il cappellano : "il Carmelo ! Lei lo continuerà da sola !".


NOTE :

Antonio Maria Sicari, "Libro dei santi carmelitani", edizione OCD, 1999, p. 92;
op. cit., p. 93;
op. cit., p. 100;
op. cit., p. 101;
op. cit., p. 94.







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