Mysterium Salutis

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Mysterium salutis - Filosofia della Religione

Filosofia



Un sommario della tesi di laurea di
Francesco Cuccaro in filosofia morale dal titolo
Moralità e religione nei cosiddetti "Scritti teologici giovanili" di Hegel ( relatore prof. Marco Ivaldo )


Espongo l'idea alla base del mio lavoro di filosofia morale, consistente in una complessa analisi di numerose citazioni di alcuni saggi cosiddetti "teologici" del giovane Hegel, raccolti e pubblicati nel 1907 da un critico tedesco, Hermann Nohl, con il titolo di Scritti teologici giovanili.

L'obiettivo di questa tesi di laurea rimane duplice : mostrare l'inscindibile rapporto tra
l'attività morale dell'uomo e il principio della religione nella loro vicendevole implicazione; esporre l'idea di fondo da me sviluppata, secondo la quale il Sistema, vale a dire il processo filosofico della razionalizzazione della totalità del Reale, é come "in nuce" già abbozzato in questi scritti risalenti all'ultimo decennio del Settecento, sancendo una linea di continuità speculativa tra questi ultimi e la Fenomenologia dello Spirito e le altre opere del più maturo Hegel.

Religione popolare e Cristianesimo, La vita di Gesù, La positività della religione cristiana, Lo spirito del Cristianesimo e il suo destino, Abbozzi ( o Frammenti ) non lasciano trasparire alcuna ipotesi di delegittimazione filosofica della religione nel giovane Hegel, quanto piuttosto un suo primo percorso di indagine sul mistero della religione, ricercandone la sua essenza.

Agli occhi del filosofo tedesco "l'indispensabilità", da un lato, e "l'insufficienza", dall'altro, costituiscono i caratteri salienti della
religione. La prima richiama l'anelito all'infinito e alla totalità. Su questa "aspirazione all'infinito" ruota tutto un sistema di credenze e di riti. La religione é indispensabile per alcuni motivi: a) per conseguire da parte dell'uomo una 'pienezza di vita e di essere' ; b) per il suo contributo ai fini del progresso civile di un popolo e dell'intero genere umano; c) per quanto la moralità sembri trovare la propria giustificazione solo nella ragione, come insegna Kant, per la quale i doveri morali non sono avvertiti come promanazione della volontà di Dio, tuttavia l'esistenza di quest'ultimo é una esigenza dello spirito umano che richiede sia la felicità quale premio per una vita virtuosa, sia la punizione per una vita da reprobo ( in forza di ragionamenti che Hegel decostruisce nella sua critica ai postulati kantiani ).

Occorre dire che una categoria direttiva della mia ricerca é costituita dal nesso tra la
religione e la vita, tale da indurre lo stesso giovane Hegel -all'epoca permeato di cultura romantica, recettivo degli stimoli offerti da Rousseau, Schiller, Herder, Fichte, Goethe, ma ancor di più da Holderlin- a considerare valido e produttivo un complesso di credenze e di riti che riesce ad esprimere adeguatamente il Volksgeist, lo "spirito di un popolo", l'unità tra l'uomo e il contesto sociale che lo coinvolge, l'unità tra l'uomo e la natura, l'unità tra l'uomo e se stesso.

Quindi
unità del singolo e del Tutto, questa "unità di particolare e di universale", secondo la sua felice intuizione dello universale concreto, può essere, più che attinta, suggerita dalla religione, essendo tradotta sul piano della rappresentazione e su quello dell'amore. Occorre dire che l'amore e la vita si implicano e si presuppongono vicendevolmente : é l'amore che rende la vita un Intero in quanto unifica un molteplice. Ritengo che negli Abbozzi si possa riscontrare la presa di consapevolezza, da parte del giovane Hegel, della concezione dialettica della realtà, in forza della quale ogni determinato appare come un "processo che vede il passaggio dall'unico ai separati e, attraverso questi separati, all'unificato".

La "religione" serba anche il carattere della "insufficienza" che, secondo il filosofo tedesco, é legata ai limiti del
pensiero rappresentativo dell'uomo, dove l'intelletto astraente esaspera l'unilateralità e l'estraneità di una determinazione rispetto alle altre, non permettendo di cogliere la loro unità più profonda. Uomo e Dio restano due "essenze" separate, ma la stessa nozione di infinito sembra non reggere al principio di non-contraddizione, in quanto infinito e finito si escluderebbero. Ora, supponendo l'infinito un essente in sé separato ed opposto al soggetto che vi si rapporta "credendolo" ed "adorandolo", lo si può ritenere un "determinato" astratto ed opposto ad un altro determinato.

Secondo il giovane Hegel -che prescinde dalla Rivelazione soprannaturale- il "pensiero rappresentativo dell'uomo" é alla base non solo della religione naturale, ma anche del teismo delle religioni rivelate.

Nel filosofo tedesco l'indagine sulla
essenza della religione non viene separata da un esame critico e severo delle credenze abramitiche, in primo luogo del Cristianesimo. Anzi, sarà proprio lo studio del Cristianesimo nel filone dell'Aufklarung germanica, da lui sviluppato in maniera originale e personale, e nell'angolatura filosofica kantiana ad indurlo ad "esplorare" il senso e la dinamica della religione positiva in generale.

Perché Hegel appare prevenuto nei confronti della
positività ? Risentendo dell'influsso degli studi di Rousseau, il filosofo tedesco si convince che la religione rivelata possa costituire una sorgente di immoralità che avvelenerebbe il tessuto del vivere civile, comportando un effetto di deresponsabilizzazione per ogni singolo essere umano. Il richiamo di sacrifici, leggi, riti, istituzioni ad una presunta autorità esterna e superiore, della quale si farebbe interprete una classe di sacerdoti che stabilisce un rapporto privilegiato con il potere politico e con le più elevate sfere socio-economico-culturali, ostacolerebbe la maturazione etica, civile e razionale degli individui. Il soggetto si illude di essere autonomo nei suoi giudizi, quando in realtà si avverte dipendente da una presunta autorità esterna, non rendendosi consapevole di essere attivo protagonista e creatore della storia.

Il giovane Hegel si inscrive a pieno titolo nell'Illuminismo settecentesco. Egli contrasta il tipo di religione rivelata che tende a mortificare la "ragione" e la "libertà", ma é pronto a riconoscere il diritto di esistenza ad una "determinata"
religione popolare purché esprima la "vitalità spirituale di una nazione" e che risulti "appropriata" da quest'ultima. Pertanto, rimane distaccato di fronte a chi rivendica la laicità dello Stato e appare riluttante nei confronti della prospettiva ateistica ed anticlericale dei rivoluzionari più radicali.

Hegel, alla fine del Settecento, rimane sospeso tra l'idea di una religione nazionale, illustrata nello scritto
La religione popolare e il Cristianesimo, e l'idea di una rigenerazione dell'umanità attraverso la religione naturale, fatta riscoprire con il 'messaggio di Cristo', così come viene esposto nello scritto La vita di Gesù nell'ottica di una separazione del Gesù della storia dal Cristo della fede e all'insegna del razionalismo religioso di Kant, nella prospettiva di un "Cristianesimo pienamente razionalizzato".

Nel tentativo di riscoprire "retrospettivamente" la "religione naturale" nel Cristianesimo originario, l'Autore abbozza "filosoficamente" una storia della Chiesa nel suo saggio
La positività della religione cristiana, indagando sui motivi che hanno permesso il passaggio dalla predicazione di Gesù alla nascita di una religione istituzionalizzata e dogmatica. Se Gesù ha richiamato i suoi contemporanei all'osservanza dei principali doveri e al rispetto di un'unica legge morale perché fondata sulla ragione, ciò non toglie che ha insistito pure sulla fede nella sua figura carismatica e sull'adozione di segni esteriori che qualificano i suoi seguaci, dando luogo ad una comunità che, lungi dall'essere egualitaria, si caratterizzerà come una setta fortemente accentrata e gerarchizzata, ma con aspirazioni all'universalità. Il giovane Hegel conclude che il Cristianesimo si qualifica, già fin dal suo nascere, come una "religione positiva".

La stesura del saggio
Lo spirito del Cristianesimo e il suo destino avviene in un delicato momento di crisi esistenziale del filosofo di Stoccarda, di fronte alla tragedia della nazione germanica umiliata dalla Rivoluzione francese che, però, sembra aver tradito le aspettative di rigenerazione civile e spirituale dell'umanità. Ma più che una crisi esistenziale -che secondo alcuni studiosi assumerebbe l'aspetto di una "crisi mistica"- il filosofo tedesco sembra attendere ad una nuova maturazione speculativa con l'adesione al Cristianesimo, non nella sua veste ortodossa ma attraverso la mediazione della cultura romantica che troverebbe in Goethe e in Holderlin due irrinunciabili punti di riferimento che ripropongono, esasperandolo, il rapporto tra religione e vita difficilmente inquadrabile entro gli schemi di un'astratta razionalità illuministica. Il Cristianesimo si qualifica come la religione dell'amore, ma nasconde anche -comune al Giudaismo- il serio "paradosso della vita che si oppone alla vita". Quest'ultimo si caratterizza solo per la scissione tra l'uomo e la natura e che ha il suo parallelo nell'antinomia kantiana tra la legge morale e gli impulsi della sensibilità, ma con la differenza che, mentre l'interiorizzazione della legge morale può risultare il prodotto di un convincimento razionale ( trattandosi, secondo Hegel, di una "unificazione degli opposti", cioé dell'universale e del particolare, solo teorica ), per la religione di Israele -che consegue un'acuta positività- la "legge morale" é l'espressione della volontà di un Dio alquanto misterioso. La "religione giudaica" si fonda sulla distanza ontologica tra questo Dio e le sue creature, ma si tratta di una separazione "arbitraria" in quanto, kantianamente parlando, non dimostrabile dalla ragione. In sostanza la scissione tra la divinità e l'uomo, prodotto dell'intelletto astraente, complica già la scissione "vissuta" tra la ragione e gli impulsi naturali. Mi sembra che il giovane Hegel accentui il carattere originale ma antitetico del Cristianesimo rispetto al Giudaismo, dei quali pur riscontra una certa linea di continuità. Presumo che la riflessione esposta nel saggio Lo spirito del Cristianesimo e il suo destino sia condizionata dalle sue meditazioni sul contenuto dell'epistolario paolino e, in primo luogo, su quello della Lettera ai Romani, però nell'ambito di una prospettiva di tipo gnostico.

La novità del messaggio di Cristo, secondo il filosofo tedesco, risiede nella "consapevolezza che il singolo uomo non sia un ente diverso da Dio e che il mondo non sia qualcosa di estraneo rispetto a lui". In tal modo un tale messaggio sembra promuovere una
religione dell'Uomo, dove le nozioni tradizionali di vita, di peccato, di legge morale acquisiscono una luce nuova. La riflessione di Hegel segue questa pista : la citazione paolina "la forza del peccato é la legge" ( 1 Cor. 15,56 ) lo induce a relativizzare la percezione della legge alla coscienza della colpa, addirittura ribaltando la credenza giudaica intorno alla legge come imposizione da parte di un'autorità esterna e superiore. Quando io compio un'azione immorale avverto la drammatica percezione di una scissione interiore tra me individuo e il mondo sociale che mi circonda, nel mio io, della vita con se stessa, dell'individuale dal particolare. La "colpa" potrà offendere la stessa "legge", ma si oppone alla vita che é unica in tutti i viventi, alla stessa totalità, secondo un processo di unità - distinzione. La "colpa" comporta l'opposizione della vita con se stessa, sancita dalla "legge" che stabilisce una unificazione puramente formale tra la vita del reo e la vita violata.

Kant, pur avendo fondato sulla ragione l'autosufficienza morale dell'uomo, ha lasciato aperto un dualismo insanabile tra l'interiorità e l'esteriorità, tra il mondo noumenico e quello fenomenico, complicandolo con la presenza del "male radicale", nel senso che l'uomo si lascia molto condizionare dalle inclinazioni alle cose sensibili, rimanendo così nell'indifferenza intorno al richiamo dell'imperativo categorico. Un problema che troverebbe una sua chiave di soluzione nella teologia cristiana ( nelle sue ramificazioni cattolica e/o protestante ) che ritiene indispensabile la forza dello Spirito Santo che predispone ad amare il bene e ad odiare il male.

Il giovane Hegel sembra non offrire alcuna concessione alla teologia tradizionale e, secondo l'influsso degli studi di Rousseau, considera il male, secondo l'ottica dell'intellettualismo etico, come il prodotto dei pregiudizi della vita associata. Inoltre, secondo una prospettiva di tipo gnostico, l'Uomo originario era una totalità irriflessa al là del bene e del male e che non avvertiva nessun "dovere morale". Con la riflessione, con l'egoismo, con la colpa, l'uomo si é scoperto limitato, individuato, molteplice, perdendo di vista la propria essenza metafisica, astraendola da sé ed "ipostatizzandola" in una divinità soprannaturale.

Per il filosofo tedesco l'Uomo avverte l'esigenza di "unificare" se stesso attraverso le opposizioni e le mediazioni. Il dualismo kantiano tra l'interiorità e l'esteriorità é destinato a rimanere tale, con la complicazione del male radicale che finirebbe per mettere in crisi la stessa autosufficienza umana.

Il
Cristianesimo appare ad Hegel come la forma di religione più congeniale a questo suo orientamento speculativo, prospettandosi come la religione dell'amore opposta al Giudaismo inteso quale religione della Legge.

L'amore, secondo Hegel, si caratterizza alla stregua di un "principio dinamico" che non può essere ravvisato come dovere e, tanto meno, come il kantiano "ideale in cui si rappresentano i doveri come compiuti volentieri", ma va indicato come un principio di unificazione. Secondo il filosofo tedesco la colpa e la scissione sono ritenuti indispensabili per la "ricostituzione dell'Intero". Del resto Cristo era consapevole dell'inevitabilità del peccato, evidenziando la necessità del perdono e della riconciliazione.

Nel momento in cui il reprobo commette una colpa, egli "avverte la distruzione della propria vita (patisce la punizione) o si riconosce (nella cattiva coscienza) come distrutto", percependo il sentimento di una vita distrutta dove si concretizza la "nostalgia per quel che é stato perduto".

La
fede é una "conoscenza dello spirito e attraverso lo spirito" . Hegel aggiunge che "solo spiriti uguali possono conoscersi e comprendersi". Deduco che da questa sua affermazione si evince come la fede possa essere considerata un atto intellettuale che comporta il riconoscimento per il quale un soggetto ( anche colpevole ) "riconosce" se stesso attraverso l'altro ( il prossimo ), scoprendo in questo altro la propria "bellezza" ivi rappresentata. Il perdono e la riconciliazione sono possibili, secondo il giovane Hegel, solo alla luce di questa sua prospettiva della fede, però escludendo ogni possibilità di ricorso ad un aiuto soprannaturale.

Queste delucidazioni hegeliane ci permettono di intravedere, già abbozzate, negli Scritti teologici giovanili alcune tematiche proprie della Fenomenologia dello Spirito : il rapporto tra la signoria e la servitù, la coscienza infelice e l'anima bella.

Infine, si tratta di un discorso che ci fa capire come, nel giovane Hegel, la
moralità e la religione non siano due livelli a sé stanti in una relazione tra loro puramente estrinseca, così come la intende Kant che fa intervenire Dio come ipotesi di massima e suprema garanzia di retribuzione di una vita virtuosa. Per Hegel l'implicazione tra la prima e la seconda é talmente incontrovertibile che senza la 'religione' la stessa 'moralità' non risulterebbe possibile né concepibile, a dispetto di Kant che la giustifica in modo autonomo rispetto alla religione.

E la stessa moralità non avrebbe senso se ogni uomo non partisse da una vaga intuizione dell'essere per poter giungere ad una pienezza di essere "creduta" come data e "rappresentata" in Dio. L'autore de
Lo spirito del Cristianesimo e il suo destino rivaluta il Cristianesimo proprio per aver insistito sulla indisgiungibilità e sulla presupposizione della religione e della moralità. Si é spesso parlato di un "ateismo di Hegel". Occorre prima di tutto chiedersi che cosa si intende per "ateismo di Hegel" ? Se lo si definisce come la negazione dell'esistenza di un Dio personale, separato ontologicamente dalle sue creature e ritenuto Essere soprannaturale, allora il panteismo del più prestigioso interprete dell'Idealismo assoluto va in questa direzione. Se, invece, si confonde l'ateismo con la visione laicista e "secolarista", peggio ancora, nichilistica della vita, cioé che esclude la religione e la 'religiosità', allora la risposta al suddetto interrogativo non può che essere negativa.

Se la fede permette il
riconoscimento che é alla base del perdono e della riconciliazione che promuovono una "unificazione tra gli uomini", ciò non toglie che essa non incorra in ulteriori opposizioni. La fede, pur esprimendo il sentimento dell'unità del tutto, "mi rappresenta" sì una "unificazione di soggetto ed oggetto", una "unificazione dell'ideale e del reale, del dover essere e dell'essere", ma creduta e non ( ancora ) effettiva. In altri termini, con la 'fede' ci troviamo davanti ad una "unificazione ideale" ravvisata come un opposto rispetto alla realtà effettiva del soggetto credente, con ripercussioni sul piano stesso della moralità dove un singolo soggetto umano si illude di poter essere libero e responsabile delle proprie azioni e di operare nel corso della storia, quando in realtà esso é determinato da "altro" ( non necessariamente Dio : può essere anche chi ne fa le sue veci, cioé un'autorità e, nel caso in questione, un'autorità religiosa ). Non dimentichiamo che lo Hegel degli ultimi anni del secolo XVIII é un simpatizzante della Rivoluzione francese ed é un attento studioso di Rousseau.

Unificazione di due opposti ( l'ideale e il reale ) solo creduta, quindi, ma anche scissione tra i due opposti : questo risulta essere, per il giovane Hegel, il serio e tragico 'paradosso di una religione positiva' che é anche il plurisecolare destino del Cristianesimo nella civiltà occidentale in un'epoca di incipiente secolarizzazione, un argomento ancora spinoso ed attuale.

Destino di una religione sì, ma anche "destino metafisico" che concerne la
lacerazione della Seità, così bene evidenziata nella trattazione intorno alla figura della coscienza infelice e tale da corroborare le considerazioni di alcuni pensatori esistenzialisti come il francese Jean Wahl.

Nel delineare una "storia ideale dell'umanità", nella sua
Fenomenologia, Hegel riterrà superata una tale figurazione dello Spirito proprio nell'Età moderna, con l'affermazione e il successo della razionalità scientifica fino al culmine dell'Idealismo tedesco. Ma non sono proprio l'Età moderna e quella contemporanea a sancire piuttosto il trionfo ( ancora attuale ) della 'coscienza infelice' che, per il filosofo tedesco, non é irreiterabile come tappa nel movimento spirituale dell'Uomo ? Di fronte all'estremo del vuoto del nichilismo, come rifiuto esistenziale dei valori tradizionali, si staglia l'estremo opposto dell'inappagata "aspirazione all'infinito", argomento della cultura romantica tedesca di fine Settecento. Lo spirito del Cristianesimo si alimenta di quest'aspirazione all'infinito a fronte di quello che può affacciarsi come il pericoloso vuoto di un'esistenza disorientata e priva di senso. Per il giovane Hegel un tale "spirito" sarà destinato a durare, perché esso é la strada obbligata, da lui riconosciuta, perché un giorno i contrasti possano essere pacificati e le opposizioni della realtà risolte. Una strada percorribile anche da un "pensatore razionalista" come lui, ma non al prezzo di vedere mortificata la propria esigenza di libertà.


11 aprile 2011




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