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L'AUTOCOSCIENZA DI GESU'




La ‘fede dei credenti’ non ha nulla da temere dalla ‘esegesi biblica’, vale a dire dallo ‘studio scientifico delle Sacre Scritture’, sempre nei limiti consentiti.

Attraverso il confronto tra le fonti bibliche e quelle extrabibliche si deve constatare la conferma dell’esistenza di Gesù di Nazareth, oltre a ravvisare la ‘gesuanità’ ( nuovo termine che indica l’autenticità delle citazioni e dei discorsi attribuiti al Messia galileo ) nelle narrazioni evangeliche. Per adempiere a questo suo compito, la suddetta esegesi deve ottemperare ai criteri di ‘conformità’ o di
’continuità’ ; di ‘discontinuità’; di ‘spiegazione sufficiente’.

1.
Continuità rispetto al giudaismo del tempo di Gesù. Il Nazareno non é un extraterrestre, ma un uomo del suo tempo che vive in Palestina, ebreo della tribù di Giuda e della stirpe di Davide, all’epoca degli imperatori Augusto e Tiberio, che si confronta con il suo popolo, con i gruppi religiosi esistenti e con le massime autorità religiose e politiche del territorio.

2.
Discontinuità rispetto al giudaismo del tempo di Gesù. L’esegesi biblica e la cristologia fondamentale devono mirare a scoprire la novità e l’originalità del messaggio e della predicazione del Galileo, non riducibile, non classificabile, non omologabile a nessuna scuola di pensiero o ad una corrente religiosa allora esistenti. Questa considerazione vale pure per l’irriducibilità dei discorsi e dell’opera del Gesù terreno rispetto al primitivo kerygma apostolico e al Cristianesimo successivo.

3.
Spiegazione sufficiente. Ciò che si afferma di Gesù nei Vangeli canonici, se non é riducibile in qualche modo al Giudaismo o all’annuncio apostolico “post-resurrectionem” o a qualche interpretazione da parte degli Evangelisti, non può risalire se non a Gesù stesso, almeno con grande margine di plausibilità.

Sui risultati raggiunti dalle ricerche dell’esegesi biblica, poi lo studioso di teologia fondamentale svolge il proprio lavoro che consiste : a) nel dimostrare la
‘continuità tra il Gesù della storia e il Cristianesimo successivo’ ; b) nel fondare la credibilità della Resurrezione di Cristo quale fondamento di fede, e la credibilità della natura divina del suo messaggio e della sua persona ; c) nel dimostrare la non-assurdità dei miracoli che gli vengono attribuiti dalle narrazioni sinottiche e giovannee.

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Si può scoprire una germinale cristologia pre-pasquale che si é sedimentata nello strato più antico della tradizione evangelica, in modo da attingere la
‘autocoscienza di Gesù’ , la coscienza che il Nazareno ha di se stesso nella sua vita terrena pre-pasquale e in rapporto ai suoi contemporanei. Ed é importante, per l’esegeta, per capire se le motivazioni della condanna a morte -che coinvolgono il Maestro- siano di ordine religioso oppure politico o tutte e due assieme, o di altra natura. Si pone come indispensabile la ricerca del principio di ragion sufficiente della condanna alla crocifissione.

Questa
‘autocoscienza di Gesù’ é un tale principio.

Ad un attento esame delle narrazioni evangeliche, Gesù si rivela come una figura che incarna un paradosso abbastanza incomprensibile ai suoi contemporanei. Le folle che prima lo esaltano, una volta disilluse, lo abbandonano al suo destino. Se non addirittura, istigate dai capi religiosi, si rivoltano contro di lui.

Come é possibile un tale capovolgimento di situazioni ?

Nella prospettiva religiosa ebraica non é assente il tema del
‘Regno escatologico’ . Ma Gesù pretende, in modo inaudito, di “stabilire personalmente la presenza del Regno di Dio in mezzo all’umanità” (1).

La coscienza del Maestro “vive in due situazioni apparentemente contrastanti, incompatibili” (2), ma le rivendica entrambe. In questa ambivalenza risiede il nocciolo del
Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, così come viene creduto dai cristiani di tutte le epoche.

Gesù si mostra profondamente uomo, soggetto alle fatiche, alla fame, alla sete, ai bisogni più elementari della vita, alle sofferenze fisiche e psicologiche patite durante l’agonia del Gethsémani e negli altri episodi della sua Passione. Eppure, si palesa come un personaggio determinato che esercita l’autorità, dichiara di essere il Figlio di Dio anche di fronte alla morte, si considera il compimento della Legge di Mosé, proclama la propria ‘uguaglianza con il Padre’, in un crescendo di tensioni e di provocazioni con altre “autorità” ( religiose e civili costituite ), che lo condurranno alla morte sulla croce.

Attribuendosi facoltà messianiche, Gesù rivendica funzioni e poteri superlativi (“più di Giona e più di Salomone” in Mt. 12,41-42; “più grande del Tempio e signore del sabato” in Mt. 12, 7-8 e Gv. 5,16-17), capacità di perdonare i peccati degli uomini ( “Figlio, ti sono perdonati i peccati !” in Mc. 2, 5-7 ), una preesistenza in ordine al tempo ( esiste prima di Abramo e di Davide ).

C’é un altro nocciolo irriducibile che resiste alle ricerche esegetiche di Ed Parish Sanders, tendenti a ridurre drasticamente il “valore dei titoli attribuiti a Gesù dai Vangeli” (3). “Egli si considera dotato della piena autorità di parlare ed agire in nome di Dio” (4).
I Vangeli, tuttavia, ritengono che Gesù faccia queste dichiarazioni perché supportato dai ‘semeia’, dai ‘paradoxon ergon’, dai ‘miracoli’. E qui lo storico deve per forza fermarsi, lasciando la parola al teologo.

“Vi é stato detto, ma ‘Io vi dico’….!” : con queste affermazioni Gesù si appropria di una ‘autorità superiore’ perfino a quella di Mosé e alla stessa Torah, allora oggetto di un formalismo e di un culto esagerato da parte dei settori più rigoristi e tradizionalisti del mondo ebraico ( i Farisei, gli Esseni, gli Zeloti, in primo luogo ). Oltretutto utilizza parole di una inaudita ed estrema familiarità quando si rivolge a Dio, a tu per tu ( come il termine aramaico ‘Abbà’ in Mc. 14, 36 che potrebbe significare “Padre carissimo” ). Non é che, nell’A.T. e nel tardo Giudaismo, non si sia sviluppato un concetto teologico di ‘figliolanza’ nei rapporti tra Jahveh e il suo popolo, il re, ogni giusto israelita. Ma quello di Gesù é un rapporto speciale, unico ed esclusivo con Dio : acquista, pertanto, un “significato metafisico” (5) e questo legame é rafforzato dagli “Egò eimì”, ricorrenti nel Vangelo secondo Giovanni. Gesù si appropria del nome e delle prerogative di JHWH (6). Meraviglia i suoi contemporanei anche la sovranità dei suoi gesti ( “Lo voglio, guarisci !” in Mc. 1,41 ).

Come asserisce uno studioso di teologia fondamentale, Giovanni Caviglia :

“veri paralleli di questo atteggiamento non si trovano da nessuna parte nei racconti di miracoli della letteratura a lui contemporanea. Tutto ciò era qualcosa di inaudito per gli spettatori” (7).

A maggior ragione per gli esegeti non cattolici di oggi !

Più che le parole, sono i gesti e l’atteggiamento di grande libertà e di protagonismo non invadente, ma discreto ed umile, del Maestro che “parlano chiaro”. Questo aspetto di Gesù é messo in risalto nelle narrazioni evangeliche.

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Gesù di Nazareth é, dunque, un ‘paradosso’ in se stesso e nel confronto non solo con i contemporanei, ma anche con i posteri. E, perché no, per i suoi fedeli di tutti i tempi.

Eppure si danno motivazioni diverse ma convergenti su un punto : la sua eliminazione fisica.

1. Da parte delle folle gerosolimitane, istigate dai sinedriti, per la disillusione provata :

“Ma i sommi sacerdoti e gli anziani convinsero la folla a chiedere la liberazione di Barabba e la morte di Gesù” ( Mt. 27, 20 ).

2. Da parte dei sommi sacerdoti e degli anziani : per il “pericolo” che rappresenta il suo messaggio, per opportunismo politico ( Gv, 11, 46-50ss. ), a causa di una presunta blasfemia dell’accusato ( discorso sulla distruzione del Tempio, il farsi uguale a Dio, il farsi riconoscere come “Figlio di Dio” ), per la malafede degli stessi capi che Mc. 15,10 cita con il nome di “invidia” *.

3. Da parte di Pilato : per vile opportunismo personale, della cui copertura é l’accusa di ‘Re dei Giudei’.

Entro questo quadro dovrebbe risultare almeno abbastanza intelligibile il contesto della morte di Gesù.

1.
La disillusione delle folle. I temi del ‘Messia’ e del ‘Regno di Dio’.
Il ‘messianesimo’ rientra nel patrimonio delle credenze ebraiche dai tempi più antichi. La tradizione profetica ha sempre insistito su questo argomento. Riportiamo, al riguardo, alcune citazioni dell’A.T. :

“Lo spirito del Signore Dio é sopra di me, perché il Signore mi unse, mi inviò a evangelizzare gli umili, a fasciare quelli dal cuore spezzato e proclamare la libertà ai deportati, la liberazione ai prigionieri…..” ( Is. 61,1ss. ).

“Io guardavo nelle visioni notturne : ecco sulle nubi del cielo venire uno simile a un Figlio d’uomo; arrivò fino all’Antico di giorni e fu fatto avvicinare a lui. A lui fu concesso potere, forza e dominio e tutti i popoli, le nazioni e le lingue lo servirono.Il suo potere é un potere eterno che non finirà e il suo dominio é un dominio eterno che non sarà distrutto” ( Dn. 7, 13-14 ).

Senza fare ricorso ad altri passi profetici, anche la letteratura sapienziale insiste su questo argomento. Il salmo 2 é eloquente nell’abbinare alla figura dell’Unto quella del Re. Il Salmo 110 ( 109 ) é messianico per eccellenza, e oltre alla figura di Re associa anche quelle di Sacerdote e di Giudice :

“Oracolo del Signore al mio signore : ‘Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi’. Lo scettro della tua potenza stenda il Signore da Sion perché tu domini in mezzo ai tuoi nemici. Il tuo popolo sta pronto nel giorno del tuo valore, in sacri splendori, dal grembo dell’aurora, per te é il fiore della tua gioventù. Il Signore ha giurato e non si pente : ‘Tu sei sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchisedek’. Il Signore starà alla tua destra : abbatterà i re nel giorno della sua ira. Eseguirà il giudizio tra le genti, ammucchierà cadaveri, abbatterà le teste su vasta regione. Lun
go la via berrà al torrente, per questo solleverà il capo” ( Sal 110, 1-7 ).


Il tardo Giudaismo dell’epoca di Gesù rafforza una credenza, già abbozzata nel periodo dei grandi profeti dell’A.T., nel
‘Messìa escatologico’ che sarà titolare di un non meglio definito ‘Regno’ oltre che del ‘Sacerdozio’, con “un potere che é un potere eterno” (Dn. 7, 14) e con un ‘dominio universale’, come recita il Salmo 110.

Israele é un mondo religioso e politico tutt’uno in un certo senso, ma un mondo disintegrato : da un punto di vista nazionale ( ebrei palestinesi ed ebrei della diaspora o ellenisti ); etnico ( giudei, samaritani, galilei ); religioso ( nonostante l’autorità centrale del Tempio e del Sinedrio, proliferano differenti correnti di pensiero tra farisei, sadducei, zeloti, esseni, erodiani,…come pure diversità tra israeliti, proseliti e timorati di Dio nel difficile rapporto con i Gentili); sociale ( sacerdoti, anziani, dottori della legge, guardie del Tempio, leviti, notabili e proprietari terrieri, pubblicani, mercanti, contadini, artigiani, pastori, con fortissime discriminazioni tra loro ); morale ( categorie impure dal punto di vista della Legge di Mosé, come le prostitute, vengono se non bandite almeno emarginate ).

Un mondo diviso all’interno, umiliato e schiacciato da una potenza politica occupante come l’Impero romano che esercita il potere direttamente nelle mani dei suoi legati e procuratori, indirettamente attraverso suoi “vassalli” come Erode il Grande e i suoi parenti carnali ( tra l’altro non ebrei puri, ma di origine idumea ) e attraverso la collaborazione con il Sinedrio. I Romani, invece, sono odiati e mal tollerati da tutti gli Ebrei ( compresi quelli della Diaspora ) perché sfruttatori, idolatri ed impuri.

Alla base di questo mondo pluriforme c’é il
‘peccato’ ( chiamato in ebraico ‘awon’ ) . Ne é talmente convinta la coscienza religiosa giudaica che, dal tempo dei Profeti fino a Giovanni Battista e allo stesso Gesù, richiede la ‘purificazione individuale e collettiva dalle colpe’ come premessa rigenerativa alla ‘instaurazione di un regno eterno di giustizia’ .
Qualcosa di analogo lo possiamo osservare, oggi, da alcuni movimenti fondamentalisti islamici, insistenti su una rigenerazione morale e religiosa, premessa alla “jihad” contro gli infedeli. Il ‘Messia delle attese giudaiche’ deve costituire questo ‘regno di giustizia’, salvare Israele e fondare una signoria universale su tutte le genti. Ma si tratta di un Messia fin troppo umano, anche se vincolato da uno speciale rapporto con Dio, dai caratteri militari e dotato di virtù straordinarie.

Gesù di Nazareth assimilerà queste caratteristiche del Messia atteso, prescindendo dalla caratterizzazione militare e politica, dandone un’interpretazione originale e controcorrente che, alla fine, scandalizzerà i suoi stessi interlocutori.

“Al messianismo di Gesù, infatti, mancano corona e vittoria; mentre il ‘messianismo regale’ imprime alla speranza religiosa di Israele un carattere nazionale e terrestre, da cui essa non si liberò mai totalmente” (8).


Questo intreccio di religione e politica, presente e vivo nella coscienza religiosa ebraica, non permette di accettare la sostanza del messianesimo di Cristo che disilluderà molti. Numerosi discepoli lo abbandonano. E’ probabile che il carattere “rinunciatario sul piano politico” del messaggio del Nazareno sia alla base del tradimento di Giuda Iscariota. Ma soprattutto l’orizzonte mentale ristretto delle masse non riesce a comprendere questo “strano irenismo” e crede che Gesù si faccia beffe delle profezie e di Dio.

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2. Gesù, apparentemente inoffensivo, tuttavia, risulta essere un personaggio scomodo a chi esercita un’autorità religiosa e/o civile. Senza andare molto lontano, ai primordi della sua vita terrena, quando si trova ricercato da Erode il Grande che lo vuole morto perché lo sa di discendenza davidica e nato a Betlemme, il Maestro subisce indirettamente le minacce da parte del figlio di costui, Erode Antipa ( Lc. 9,7-9; Lc. 13,31-32ss. ). Ma le continue e reciproche provocazioni con gli Scribi e i Farisei non si contano. Un crescendo continuo di scontri sul modo di considerare la ‘Legge di Mosé’, il ‘Tempio’, la ‘condotta da tenere in giorno di sabato’, non fa altro che portare le cose all’estremo. Il fatto di rivendicare una ‘autorità superiore’, in forza di ‘segni’ o ‘miracoli’, a quella degli Scribi, dei Farisei, dei dottori della Legge, dello stesso Mosé, risulta mal tollerabile. Come risulta scandaloso il suo comportamento di indulgenza verso i peccatori che si pentono.

Per Gesù la colpa più grave dei Farisei é stata quella di aver contribuito a spezzare l’unità religiosa e morale del mondo ebraico, con l’esasperazione del ‘legalismo’.I Farisei moltiplicano le norme per adeguare i comandamenti divini a tutte le circostanze della vita e rendono l’osservanza dei precetti divini un fardello pesante per i deboli. Cosicché questi peccano non adempiendoli, solo perché non riescono ad osservare una normativa opprimente. Dirà Paolo di Tarso che la Legge ha prodotto la morte in quanto induce a peccare, ma questo ragionamento, esposto nella Lettera ai Romani, va inteso solo secondo questa prospettiva.

Solo i “forti” ( i Farisei ) possono “conquistare” la ‘giustizia’ e, pertanto, “simulano” la santità e disprezzano i “deboli”. Sono colpevoli della mancanza di misericordia e di aver discriminato altri ceti sociali ( come i pubblicani ). Per il Galileo sono ‘sepolcri imbiancati’ e lontani dal ‘Regno di Dio’.

Gesù rivendica, in forza del suo potere attestato dai miracoli, una facoltà che appartiene solo a Dio : quella di ‘perdonare i peccati’ . Ed é troppo per i capi religiosi di Israele ! Nessuno é arrivato a tanto !

Questioni di opportunismo pragmatico spingono poi questi ultimi per l’opzione omicida, una scelta premeditata e, nei Vangeli canonici, più volte annunciata ( anche se non mancano casi di improvvise ed inconsulte reazioni emotive di impossessarsi di lui e di metterlo a morte ). I Sinedriti non sono ben visti dal popolo a causa del rapace fiscalismo templare e del collaborazionismo con il potere romano e con i suoi “vassalli”; ma anche dei privilegi che godono. Si può arrivare a temere il loro esautoramento dal potere e la loro caduta in disgrazia se le folle arrivino a riconoscere in Gesù non solo il Messìa, ma anche
la presenza di una ‘autorità’ superiore alla loro.

3. Da un esame attento delle fonti evangeliche canoniche si evince che Pilato riconosca l’estraneità di Gesù rispetto a qualsiasi reato di diritto comune, compreso quello di tipo politico. Come é stato possibile, allora, un cedimento di fronte alle pressioni dei Sinedriti e dei facinorosi ?

Anche se la vita di un ebreo non conti nulla, le autorità occupanti romane esercitano un potere non arbitrario o velleitario, a differenza dei despoti orientali. Pertanto occorrono un processo, accuse specifiche ben fondate, la trascrizione di queste e delle motivazioni della condanna a pene corporali su documenti giuridici.

Pilato non ha un rapporto facile di collaborazione con i suoi sottoposti giudei. Si detestano reciprocamente, ma si sopportano. Solo gli estremisti religiosi come gli Zeloti, oppure i briganti ( che i Vangeli citano con il nome latinizzato di ‘latrones’, dei quali due verranno crocifissi con Gesù, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra ) che si “danno alla macchia”, compiendo violenze e atti di sabotaggio, non accettano questo compromesso e una politica di pace forzata.

Ponzio Pilato é un governatore romano, sanguinario e dalla mano dura, ma sa essere rispettoso della legge romana, dimostrando, nel caso di Gesù, un minimo senso di giustizia preso sul serio almeno prima dell’evento della crocifissione. Non esita ad uccidere, a compiere stragi e saccheggi per imporre l’ordine. Perché dovrebbe spaventarsi davanti alle esagitazioni della plebe e dei Sinedriti ? Non dispone di truppe sufficienti a sedare, all’occorrenza, una rivolta armata ? Interroga Gesù sulla consistenza dell’accusa rivolta contro di lui dai Capi, quella di essersi fatto ‘Re dei Giudei’. Tutti e quattro i Vangeli sono unanimi nel riportare questo dato ( Mt. 27,11; Mc. 15,2; Lc. 23,3; Gv. 18,33-34 ).

L’indole inoffensiva del Nazareno meraviglia il prefetto romano che é abbastanza intelligente da capire che il ‘Regno’ di cui parla l’accusato non é qualificabile secondo categorie mondane e politiche :

“Il mio ‘regno’ non é di questo mondo. Se di questo mondo fosse il mio regno, le mie guardie avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei. Ora, il mio regno non é di qui” ( Gv. 18, 36 ).

Tutti e quattro i Vangeli sottolineano la premeditazione della volontà di dare la morte a Gesù da parte ebraica. Per quanto l’Impero romano sembri rispettare il principio del “divide et impera” con i suoi sottoposti nelle questioni amministrative, il Sinedrio non può eseguire una condanna a morte da esso stabilita. Pilato subito comprende che si tratta di motivazioni a carattere religioso, irrilevanti ai fini delle sanzioni penali.
A prima vista Gesù gli appare forse un sognatore o un idealista, ma del tutto innocuo. La dignità assunta dal prigioniero lo turba e il governatore dimostra subito la volontà di non impegnarsi in una faccenda del genere. Ma la situazione sembra non avere via di uscita. Neanche la scappatoia di consegnarlo nelle mani di Erode Antipa, presente a Gerusalemme in occasione della massima festività ebraica, gli riesce. Sa che Gesù é galileo e il tetrarca potrebbe giudicarlo e, magari, condannarlo. Erode ritiene tuttavia Gesù un folle, ma non lo considera reo di morte ( Lc. 23, 8 -12.15 ).

La dignità del Nazareno meraviglia Pilato. I suoi “nemici” ostentano una nuova accusa. Solo l’evangelista Giovanni la riporta :

“Gli risposero i Giudei : ‘Noi abbiamo una legge e secondo la legge deve morire, perché si é fatto Figlio di Dio’. Quando sentì questo discorso, Pilato fu preso ancor più dalla paura” ( Gv. 19, 7-8 ).

Non risulta essere facile un confronto con Gesù. Se di primo acchìto Pilato lo ritiene un sognatore tale da ironizzare su di lui, dopo un colloquio il Nazareno gli rivela una certa superiorità morale tale da indurlo a riflettere. Ora questa nuova accusa dei Sinedriti lo preoccupa. Probabilmente il governatore romano sarà un pagano un pò superstizioso e si comprende il timore per un’eventuale vendetta divina a causa di un torto commesso. A farlo cedere davanti alla pressione della folla esasperata sarà, invece, una minaccia :

“Da quel momento Pilato cercava di liberarlo. Ma i Giudei continuavano a gridare : ‘Se tu liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, si oppone a Cesare’ “ ( Gv. 19, 12 ).

La posizione di Pilato può risultare politicamente compromessa qualora proceda alla liberazione dell’accusato. Sebbene sia un valido funzionario, al dire di Giuseppe Flavio rimane invischiato in alcune operazioni infelici in Palestina**, tali da farlo considerare dai vertici delle istituzioni imperiali una presenza scomoda in quel luogo. L’accusa di aver liberato e scagionato un sedizioso lo potrebbe far apparire un irresponsabile o, addirittura, un traditore. E potrebbe essergli fatale. Come si può constatare : su tutto trionfa la “ragion di Stato” !

E dopo tutto chi é questo Gesù di Nazareth ? Un semplice e minuscolo ebreo.

La condanna viene eseguita per ‘crocifissione’. Gesù viene ucciso in quanto ‘Re dei Giudei’, come riporta il ‘titulus crucis’ e agli atti giuridici viene registrata l’accusa che non potrà mai essere modificata ( Gv. 19, 21-22 )***.

Un sedicente ‘Messia-Re’, dunque. Si può dire che l’Evangelo si apre con l’ingresso di un bambino nel mondo che, nascendo a Betlemme, viene già riconosciuto come ‘re’ :

“Dopo che Gesù nacque a Betlemme in Giudea, al tempo del re Erode, ecco giungere a Gerusalemme dall’Oriente dei Magi, i quali domanda vano : ‘Dov’è il neonato re dei Giudei ? Poiché abbiamo visto la sua stella in oriente e siamo venuti ad adorarlo” ( Mt. 2, 1-2 ).

E, quasi a conclusione, lo stesso Evangelo riporta la notizia che Gesù muore come ‘Re dei Giudei’, qualificato dagli elementi più disparati con motivazioni diverse. I suoi accusatori se ne servono come di un pretesto per farlo facilmente condannare a morte per un delitto di lesa maestà nei confronti del massimo potere politico esistente : l’Imperatore di Roma. Ed é un pretesto anche per il governatore romano della Giudea che intende coprire tanto una condanna a morte per motivi religiosi, quanto la propria viltà nel cedimento alle pressioni.

Accusa e pretesto che hanno un valore profetico per i quattro Vangeli che narrano alcuni episodi e alcuni discorsi di Gesù di Nazareth proprio incentrati sul tema del ‘Regno’. Del resto, il Maestro ne ha sempre proclamato l’imminenza :

“Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù venne in Galilea, predicando il Vangelo di Dio. Diceva : ‘Il tempo é compiuto e il regno di Dio é giunto : convertitevi e credete al Vangelo” ( Mc. 1, 14-15 ).

Che il ‘Regno di Dio’ sia giunto, annunciato da Gesù, lo dimostrano i suoi ‘miracoli’ e la sua ‘autorità’. Come asserisce Caviglia :

“fino a qual punto l’idea di un Messia che soffre e muore fosse estranea al Giudaismo, risulta dalla reazione violenta di Pietro e dagli altri discepoli quando Gesù, per primo, parla di questo nuovo messaggio della via della croce ( Mt. 8, 31-33 ) : la stessa mentalità é ancora delineata con molta evidenza, verso la metà del II secolo, nelle espressioni del giudeo Trifone : ‘Sappiamo che le Scritture ( = cioé l’A.T. ) annunziano un Messia sofferente….Ma che dovesse essere crocifisso, morire in circostanze così infamanti d’una morte maledetta dalla Legge, questo ( o Giustino ) ce lo devi dimostrare, perché noi non riusciamo nemmeno a concepirlo’ ” (9).


Sconcertante paradosso per i contemporanei di Gesù ! Per gli Apostoli e gli altri discepoli….Per le folle che prima lo esaltano e poi lo rinnegano….Per Caifa e i Sinedriti….Forse anche per Pilato e per i Romani. E lo é anche per i posteri. E -perché no- anche per noi credenti.

“Nulla é più tragico dell’adempimento di quel supremo destino; e niente, certamente, misterioso” ( 10 ).

E qui la ricerca storico-critica deve fermarsi.





NOTE :

Giovanni Caviglia, “Gesù Cristo. Via, verità e vita. Linee di Teologìa Fondamentale”, Libreria Ateneo Salesiano Roma, 2005, p. 300;
idem, p. 300;
idem, p. 301;
idem, p. 301;
idem, p. 302;
idem, p. 302;
idem, p. 303;
idem, p. 294;
idem, p. 294;
idem, p. 363.


*I Vangeli canonici non sono fonti neutrali. Questo é risaputo. E’ chiaro che, in forza di questa prospettiva, gli oppositori di Gesù vengono inquadrati in un’ottica negativa. Non basta attenersi alla trasparenza e all’onestà dei redattori. In base al criterio di attestazione multipla, anche le fonti giudaiche coeve riservano un giudizio negativo sulla Casa di Anna e di Caifa, i maggiori responsabili della morte del Nazareno, sulla loro condotta non irreprensibile da un punto di vista morale e civile.

In base a questo criterio quindi può apparire convincente la malafede con la quale i Sinedriti hanno gestito tutte le operazioni che hanno condotto Gesù alla morte di croce :

a) opzione omicida premeditata;
b) corruzione di uno degli Apostoli che ha tradito il Maestro consegnandolo a loro;
c) la mancanza di trasparenza nel sedicente ‘processo’ ( presenza di falsi e discordanti testimoni );
d) pretesto di un dato politico inesistente nelle accuse davanti al governatore romano, per far condannare a morte Gesù;
e sobillazione delle folle disilluse di Gerusalemme e dei facinorosi;
f) disumanità mostrata nei confronti di un condannato prima torturato e poi crocifisso;
g) subornazione delle guardie preposte alla custodia del Sepolcro.


**Si cfr. il su citato libro di Caviglia a pp. 291 – 292.

Quanto dovette pesare, per la prima generazione dei credenti in Gesù Cristo, quella condanna di Pilato espressa nel ‘titulus crucis’, lo testimoniano gli stessi Vangeli canonici che, descrivendo anche nei particolari, l’episodio della Passione, riabilitano la figura di Gesù, dimostrandone l’innocenza dal punto di vista politico, mettendo in risalto la premeditazione della morte violenta da parte dei Capi religiosi del Sinedrio e l’ingiustizia commessa da Pilato.

Non fu facile predicare un Dio crocifisso e poi risorto nel mondo ellenistico-romano e, per giunta, condannato come ‘Re dei Giudei’….Come dire : un ribelle nei confronti della massima istituzione dominante nel Mediterraneo ! Argomento prediletto per i primi polemisti pagani anticristiani. Del resto, anche lo stesso storico Tacito, pur preciso nelle sue analisi, non ricercò i motivi che condussero alla crocifissione di Cristo sotto Pilato, così come narrata negli Annales XV,44, liquidandola in poche battute, lasciando intendere il personaggio alla stregua di un malfattore, ricercando una coerenza di comportamenti riprovevoli nei suoi seguaci che a Roma si facevano promotori di una “exitialis superstitio”, cioé di una funesta superstizione.
Non fu però, dello stesso avviso, un filosofo stoico siriaco ( quindi pagano ), Mara Bar Serapione che, in una lettera a suo figlio ( intorno al 73 E.V. ), considerò la sciagura della ‘guerra giudaica’ del 66-70 E.V. ( che costò agli Ebrei palestinesi sterminio, riduzione in schiavitù, più o meno totale dispersione, la distruzione di Gerusalemme e del Tempio ) come la conseguenza dell’uccisione del “loro Re”. Testimonianza interessante da parte pagana, non ostile al Cristianesimo nascente, sempre che si alluda a Gesù come al Re dei Giudei. Per gli storici si tratta di una fonte molto attendibile.



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Secondo Tertulliano, nel suo ‘Apologeticum’, negli ultimi anni della vita dell’Imperatore Tiberio, mentre la fede in Cristo Risorto si stava diffondendo in Palestina e si accresceva numericamente la Chiesa di Gerusalemme retta dagli Apostoli, Pilato inoltrò una richiesta concernente il riconoscimento di questa nuova religione allo stesso Tiberio che la presentò al Senato perché l’approvasse. Questo organo istituzionale la bocciò con un senatoconsulto ( risalente al 35 E.V. ) che, secondo Tertulliano, sarebbe stato alla base della giustificazione giuridica delle future persecuzioni imperiali contro i cristiani.

E’ plausibile questa notizia fornitaci dal grande giurista africano ?

In un certo senso sì. Pilato poté constatare in maniera favorevole la nascita di una comunità attorno al personaggio che, di malavoglia, condannò a morte. I nuovi credenti, chiamati prima ‘Nazareni’, e dopo il 37 ‘toi chrestianoi' ( = ‘i cristiani’ ) già ad Antiochia di Siria ( At. 11,26 ), ispirandosi alla mitezza di Gesù, al rispetto di tutte le autorità civili e religiose, al perdono per i nemici, al pacifismo, avrebbero potuto conquistare la nazione giudaica. Avrebbero isolato gli estremisti e trasformato le consuetudini del loro popolo. Forse per tutte queste ragioni Pilato chiese a Tiberio un riconoscimento legale a questo nuovo culto, anche per tutelare questa comunità da parte delle vessazioni del Sinedrio.






E’ CONCEPIBILE IL GESU' DELLA STORIA SENZA IL CRISTO DELLA FEDE ?




Puntualizziamo l’attenzione sulla questione del rapporto di identità o di separazione del Gesù della storia e del Cristo della fede. Un problema la cui soluzione viene auspicata dal pontefice Benedetto XVI anche con la pubblicazione di un suo libro, intitolato "Gesù di Nazareth" (2007).

L’esegesi biblica é indispensabile a fornire un radicamento storico alla fede dei credenti, per cui si potrebbe avere un contatto ( “non restituendo”, secondo il proposito di Mauro Pesce e di Corrado Augias ) con il Gesù della storia al di là del Cristo della fede, ma solo a due condizioni :

· confermando l’esistenza storica effettiva del Rabbi galileo al tempo di Augusto e di Tiberio;

· stabilendo la ‘autenticità gesuana’ di detti e discorsi attribuiti dai quattro Vangeli canonici ( e dalle altre fonti bibliche neotestamentarie ) al Nazareno.

Ma il Gesù della storia non é assolutamente concepibile al di là o al di fuori del Cristo della fede.

Il corno di questo dilemma va affrontato esclusivamente dalla ‘teologìa’.

E’ indubbio che, eliminando ( o mettendo tra parentesi ) i ‘miracoli’ e il ‘soprannaturalismo’, non solo di Gesù rimane ben poco, ma una fede che dura da due millenni rasenterebbe la propria assurdità.

Questo lo possiamo concedere volentieri agli studiosi razionalisti e agli increduli.

Se Gesù non avesse operato miracoli e non fosse risorto dalla morte, allora perché credere nella sua divinità, nel suo messaggio di redenzione e nelle sue opere ?

Il teologo cattolico, sempre coerente con i dettami del Magistero ufficiale della Chiesa romana, ha un compito non facile ed imprescindibile : rendere intelligibile una fede.

Forse anche Mauro Pesce vuole riuscirci in questa impresa, visto che sconfina in un campo di ricerca non suo. A suo modo é un teologo. Forse sarebbe meglio dire un “ateologo” ( non nel senso di “ateo+logo” ), vale a dire un “teologo all’incontrario”, non mosso da una precisa preoccupazione religiosa.

Il teologo autentico, invece, con i dati offerti dall’esegesi biblica, deve approfondire il ‘Cristo della Fede’ e riscoprire la sua identità reale con Gesù di Nazareth.

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E c’é subito un primo “nodo dolens” da affrontare.

Gesù Cristo non risulta in modo facile definibile e circoscrivibile dalla nostra ragione, anche se illuminata dalla fede. Tuttavia ciò é uno stimolo positivo alla ricerca, per cui non sarà mai possibile fare a meno di collocarlo nel suo giusto rilievo : quello offerto dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione della Chiesa.

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Già il Cristo ha posto due precisi interrogativi ai suoi discepoli intorno alla sua persona :

“La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo ?” ( Mt. 16,13 );

“E voi chi dite che io sia ?” ( Mt 16,15 ).


Abbiamo a che vedere con due diversi contesti e due differenti categorie di interlocutori che si confrontano con la ‘parola’ di Gesù : i suoi ‘discepoli’ ( tra i quali spunta il gruppo denominato dei ‘Dodici’ ) e la ‘gente’ ( senza alcuna distinzione tra israeliti e stranieri, tra circoncisi e pagani, tra farisei e altri partiti religiosi, tra individui di diverso ceto sociale, ecc. ), un tutto eterogeneo e variegato ( che il Quarto Vangelo categorizza, in modo polemico, con il termine ‘mondo’ e confrontandolo spesso, dialetticamente, con Gesù ) che non partecipa dell’intimità con il Maestro, come i suoi discepoli, tra l’altro depositari di suoi insegnamenti non pubblici.

I Sinottici oppongono due diversi modi di intendere l’opera del Nazareno da parte degli altri. E Matteo puntualizza in senso forte, nel capitolo 16,13ss., un distacco tra il ‘pregiudizio’ e quello che é, invece, un vero ‘atto di fede’, un ‘atto di conoscenza’ al quale l’uomo non può pervenire con le sue limitate capacità.

Simone detto Cefa ( in aramaico ‘Roccia’ ) non ha buttato per indovinare, ma é giunto ad una conclusione quando le sue povere forze si sono aperte, più di quelle degli altri compagni, al ‘mistero’ rivelato dal Padre :

“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente !” ( Mt. 16, 16 ).

E Gesù ribadisce questo principio premiando Pietro, elevandolo a capo dei 'Dodici' :

“Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” ( Mt. 16,17-19 ).

Quindi la scelta di quest’uomo a divenire la “principale colonna” della futura ‘comunità primitiva’ non é stata immotivata, come si può ben constatare.

Le moltitudini, almeno quelle che non agiscono nella malafede, riescono ad avere di Gesù una nozione imprecisa e superficiale, tuttavia non errata. Riescono a considerarlo un ‘profeta’, ma ne danno una caratterizzazione approssimativa, in linea con le credenze apocalittiche del periodo (“qualcuno dei profeti” in Mt. 16, 13 ).

L’autore dell’articolo condivide l’osservazione che Giovanni Caviglia fa nel suo sostanzioso libro (1), a proposito del rapporto tra queste moltitudini e Gesù, ravvisando il carattere estemporaneo della categoria ‘gente’.

I quattro Vangeli sottolineano uno stretto rapporto delle folle con Gesù nel periodo della sua vita terrena. Ma questo confrontarsi con lui é continuo e ci interpella.

Infatti, il “mondo” di oggi esprime una ridda di opinioni su Gesù, mentre la Chiesa primitiva naturalmente quella autentica e genuina) ha una sola ‘certezza’ su di lui :

· si può asserire che é “qualcosa di diverso da un uomo”, tanto un ‘mito’, quanto un ‘uomo leggendario’, o una ‘idea divina’ che ha assunto una natura umana;

· si può affermare che “é un genio, cioé un uomo, straordinariamente ma semplicemente uomo che, col fascino della sua personalità e la sublimità della sua intelligenza, ha impresso un corso nuovo alla storia universale” (secondo questa prospettiva si orienterebbe anche “L’inchiesta su Gesù” di Augias – Pesce);

· si può dire “che Gesù é un uomo certamente esistito, ma del quale non possiamo sapere nulla di certo; un enigma storico che non sarà mai risolto” ( più o meno il punto di vista di tutti gli esegeti non-cattolici ).

Si badi bene che non é sbagliato asserire che il Rabbi galileo sia “un uomo straordinario” o un “uomo certamente esistito” o “qualcuno dei profeti”. Designarlo in modo alquanto riduttivo, purtroppo, é segno di pigrizia mentale e di chiusura esistenziale.

Ci siamo mai chiesti perché i Dodici e, naturalmente, gli altri discepoli lo hanno seguito fino alla fine, abbandonando il proprio paese di origine, perfino la propria famiglia e i pochissimi beni che disponevano ( si cfr. Mt. 16,24; 19,12; 19,27-29; Mc. 8,34; Mc.10,28ss.; Lc. 9,24 ), corrispondendo ad una vocazione addirittura esigente e, perché no, esclusiva, stimolata da Gesù ? (Mt.10,34-39).

Da parte delle moltitudini si attribuisce un valore attinto dalla propria tradizione al personaggio e poi niente più. Quando si cerca di classificare e di etichettare -magari anche in maniera sbrigativa- una figura più che eccellente non é mai buon segno.

“Così quando é sistemato in un cassetto ed etichettato, non é più un caso unico e non può turbare più” (2).

L’unicità di un personaggio di altissimo spessore può sempre “turbare”, mettere a dura prova un equilibrio raggiunto e consolidato, soprattutto quando non é controllabile e/o manipolabile. Oppure quando é imprevedibile ! Ecco perché la ‘Chiesa’ , anche nel suo aspetto istituzionale, sulla falsariga del suo Fondatore, ha subito nei secoli irrisioni, ostracismi, persecuzioni, campagne di dissacrazione anticlericale e altro.

E solo per aver testimoniato, diffuso e difeso questa ‘unicità di Cristo’ (3).

Quindi la Chiesa primitiva non proietta niente su questo personaggio, ma non fa altro che proclamare una certezza che gli Apostoli hanno avuto di Gesù durante la sua esistenza pre-pasquale e confermata da lui stesso.

Ed é vero che il Maestro galileo ( come i suoi discepoli, del resto ) non risulta assolutamente estraneo alla prospettiva religiosa del tardo Giudaismo palestinese ( lo abbiamo constatato a suo tempo ) che catalizza tutte le proprie aspettative e speranze nella figura del ‘Messia’ ( chiamato in lingua greca ‘Chrestòs’, cioé l’Unto del Signore, l’Inviato, il Consacrato per eccellenza ), nella quale il Nazareno si riconosce.

Ma questa confessione di Pietro ha alcunché di originale, perché non poteva derivare dalla cultura ebraica, “tra l’altro rigidamente monoteistica” (4).

“Un uomo che dice le cose che lui dice, o é veramente quello che proclama di essere oppure é da considerare come illuso, un pazzo o qualcosa di peggio; o ci si inginocchia davanti a lui o lo si rifiuta categoricamente. Veramente egli resta ‘segno di contraddizione’ ( profetizzato dal vecchio Simeone a Maria ), perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (5).

Si arriva poi ad una ‘cristologìa post-pasquale’ che subisce una elaborazione (o, meglio, si può parlare di una ri-elaborazione della medesima appartenente già alla fase pre-pasquale) piuttosto lunga, come quella sedimentata in altre fonti bibliche neotestamentarie, come le lettere apostoliche.

E Paolo di Tarso, “l’aborto di Dio”, offre un nuovo spaccato teologico sulla figura di Gesù Cristo. Facciamo una constatazione. Le sue prime epistole risalgono, secondo gli esperti, ad un periodo compreso tra gli anni 51 e 52 E.V. e figurano tra le prime testimonianze scritte, pervenuteci, sul Nazareno, ma non di carattere storico come i quattro Vangeli canonici e gli Atti degli Apostoli. Quindi, circa vent’anni dopo gli avvenimenti della morte e della resurrezione ( forse accaduti nel 30 E.V. ). La conversione di Saulo sulla via di Damasco può essere databile intorno al 36 E.V., anno dell’esecuzione di Stefano da parte dei Capi sinedriti, della destituzione di Pilato dalla prefettura e di Caifa dal sommo sacerdozio.

“L’aborto di Dio” si impegna, in un quindicennio, non solo a vagliare le testimonianze apostoliche, ma a rileggere tutto l’Antico Testamento alla luce di questa nuova fede nella realtà del Risorto. Scrivendo a comunità di credenti disseminate nel mondo ellenistico-romano dell’epoca, accantona il tema della ‘messianicità’ perché legata ad un peculiare ambiente geografico e culturale che é quello originario ebraico. Riprende categorie e temi evangelici ( come il ‘Regno di Dio’, il ‘Figlio di Dio’, il rapporto tra le persone trinitarie, il ‘Cristo crocifisso e risorto’, il tema del ‘peccato’, quello del ‘giudizio’, il rapporto con la Legge, l’argomento della Grazia, ecc. ), aggiungendovi concetti nuovi ed inediti (come la ‘figliolanza divina nello Spirito’, la ‘Chiesa come Corpo di Cristo’, la ‘ricapitolazione di tutte le cose in Cristo’, i ‘carismi’, la ‘follìa della croce sapienza di Dio’, ecc.).

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Abbiamo detto che la figura del Cristo della fede non é facilmente definibile.
Ed é vero. “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente !” ( Mt. 16,16 ) centra appieno l’interrogativo “E voi chi dite che io sia ?” ( Mt. 16, 15 ), ma la ‘misteriosità del personaggio e della sua opera’ permane.

Il Nuovo Testamento introduce un nuovo termine :
‘mysterion’ *.

Che cosa si intende con esso ? Una
‘realtà che si rivela e che si nasconde’ e che ci interpella nella ‘fede’ .

Proprio Paolo di Tarso tratta il ‘mysterion’ relativizzandolo a Gesù “e che appartiene solo a Dio, perché da Lui é stato concepito, anche se riguarda noi” (6). Il termine rinvia ad un contenuto di pensiero e di decisione divini dall’eternità. Gesù non é solo l’occasione perché il ‘mysterion’ si attui nella sua pienezza. E’ il cuore di questo, “la struttura centrale e portante” (7). Quindi il ‘mysterion’ é il ‘progetto di Dio’ :

“Benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il quale nei cieli ci ha colmati di ogni sorta di benedizione spirituale in Cristo. Egli ci elesse in lui prima della creazione del mondo, perché fossimo santi e irreprensibili davanti a lui nell’amore, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi, tramite Gesù Cristo, secondo il benevolo disegno della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, con la quale ci ha gratificati nel Diletto. In lui, mediante il suo sangue, otteniamo la redenzione, il perdono dei peccati, secondo la ricchezza della sua grazia, che si é generosamente riversata in noi con ogni sorta di sapienza e intelligenza. Egli ci ha manifestato il ‘mistero della sua volontà’ secondo il suo benevolo ‘disegno’ che aveva in lui formato, per realizzarlo nella pienezza dei tempi : accentrare nel Cristo tutti gli esseri, quelli celesti e quel li terrestri. In lui poi siamo stati scelti, essendo stati predestinati secondo il ‘disegno’ di colui che tutto compie in conformità del suo volere, per essere noi, i primi che hanno sperato in Cristo, a lode della sua gloria” ( Ef. 1, 3 -12 )

La ‘Lettera agli Efesini’ ( composta intorno al 62 E. V. ) illustra un ‘progetto di comunione e di unità di tutti con il Tutto’ e che ha una precisa ‘valenza cosmica’, centrato su ‘Cristo’ , più o meno compatibile con le più disparate concezioni ontodinamiche della Realtà che sono state elaborate nei secoli**. Cinque anni prima circa, nella Prima Lettera ai Corinti, L’Apostolo delle Genti offre una sua percezione di questo
‘mysterion’ :

“Ma invece Cristo é stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che dormono. Poiché, se per un uomo venne la morte, per un uomo c’é anche la resurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti saranno vivificati in Cristo. Ma ciascuno al suo posto. Prima Cristo che é la primizia; poi, alla sua venuta, quelli di Cristo; quindi la fine, quando consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver annientato ogni principato, potestà e potenza. Deve infatti regnare finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi.L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte,perché ogni cosa ha sottoposto ai suoi piedi. Ma quando dice : ‘ogni cosa é sottoposta’, é chiaro che si eccettua Colui che ha sottomesso a lui ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, allora anch’egli, il Figlio, farà atto di sottomissione a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, affinché ‘Dio sia tutto in tutti’ “ ( 1 Cor. 15, 20 – 28 ).

Questo é un brano biblico che induce a riflettere.

Non crediamo, però, che sia tutto “farina del sacco” di Paolo. Per il fatto che quest’ultimo riporta una dicitura appresa dalla tradizione apostolica, attribuita a Gesù nella sua vita terrena : “ogni cosa é sottoposta” ( 1 Cor. 15,27 )***. E’ chiaro che, durante la sua vita terrena, il Maestro ha istruito i ‘Dodici’ sui “lati nascosti del Regno che annunciava”. “La consegna definitiva del Regno al Padre” ( 1 Cor.15, 24 ) avverrà quando “avrà sottomesso tutti”, separando il bene dal male, e debellato la ‘morte’. Si tratta dell’abbozzo della dottrina della ‘ricapitolazione di tutte le cose in Cristo’, perché “Dio sia tutto in tutti” ( 1 Cor. 15, 28 ). Quindi, il ‘mysterion’ ha un fondamento evangelico ( Ef. 3, 5-6 ) e anche Paolo può beneficiarne del discernimento :

“A me, il più piccolo di tutti i santi, é stata concessa questa grazia di evangelizzare ai Gentili l’inscrutabile ricchezza del Cristo e di illustrare il piano salvifico, il ‘mistero’ che Dio creatore dell’universo, ha tenuto in sé nascosto nei secoli passati per svelare ora ai principi e alle autorità celesti, mediante la Chiesa, la multiforme ‘sapienza divina’,secondo il ‘disegno eterno’ che ha formulato nel ‘Cristo Gesù’, nostro Signore, nel quale mediante la fede in lui,abbiamo libertà di parola e fiducioso accesso” ( Ef. 3,8-12 ).

Questo ‘piano salvifico’, concepito dall’eternità da Dio e attuato a livello storico da Cristo (e dal suo prolungamento che é la ‘Chiesa’), é in via di compimento. Ed é in relazione con la inscrutabile
‘ricchezza del Cristo’ . Ciò spiega perché agli inizi abbiamo detto che “non é facilmente definibile il Cristo della Fede”.

Certo, si possono elaborare diverse congetture sul mistero di questa
‘ricapitolazione’ dove “Dio sarà tutto in tutti”, e tutte si equivalgono. L’autore dell’articolo propende per un’interpretazione suggerita da un neoplatonismo possibilmente depurato da aspetti non ortodossi in relazione al Cristianesimo. Vale a dire : una ‘deificatio’ che non annulli, però, la distinzione creatura-Creatore, in modo da fare di due ’Uno’, una volta assunta e pacificata la molteplicità.

Si tratta di un ‘mistero’ sovrabbondante, “impenetrabile alla luce della sola intelligenza” (8). Si badi bene : alla sola luce naturale dell’intelligenza ! Nessun filosofo greco, ha potuto pervenire ad un tale livello di consapevolezza ( nemmeno il mistico Eraclito di Efeso, forse il più grande di tutti e che Paolo, nei suoi tre anni circa di permanenza nella città ionica, sicuramente ne avrà saggiato il pensiero).

Pertanto ‘nascosto’, il ‘mysterion’ viene progressivamente rivelato e può essere appena percepito da una ‘sapienza alimentata dalla fede in Cristo’ ( Ef. 1,15 ).

Sebbene “il concetto abbia contenuto del tutto diversi in ambiente pagano e in ambiente cristiano” (9) e sia un “concetto speciale” (10), non ci sentiamo di condividere fino in fondo la posizione di Caviglia, secondo la quale Paolo di Tarso non sia un ‘mistagogo’.

Incredibile ! Gli storici non cattolici, che pretendono di dirci tutto di Gesù di Nazareth separandolo dal Cristo della fede, alla fine danno una lettura fin troppo minimalista dei Vangeli canonici per quanto concerne il personaggio in questione. Si potrebbe asserire del Nazareno ben poco o forse quasi nulla. I teologi ( quelli credenti ovviamente ), puntando sull’identità del Gesù della storia e del Cristo della fede, sono convinti lo stesso di dirci tutto, ma alla fine il loro discorso li porterebbe lontano, non potendo, sulla base dello stesso studio delle fonti bibliche neotestamentarie, esprimere esaustivamente la ‘ricchezza del Cristo’ ( Ef. 3,5 ) per eccesso di luce e per sovrabbondanza. Quindi é come dire quasi nulla.

Estremi che, paradossalmente, si toccano !



NOTE :

1) Giovanni Caviglia, “Gesù Cristo via verità e vita. Linee di Teologìa Fondamentale”, Libreria Ateneo Salesiano, Roma, 2005, p. 432;
2) idem, p. 433;
3) idem, pp. 432-433;
4) idem, p. 434;
5) idem, p. 435;
6) idem, p. 414;
7) idem, p. 414;
8) idem, p. 415;
9) idem, p. 416;
10) idem, p 416.

*’mysterion’. Paolo di Tarso, ebreo ellenista ( cioé della Diaspora ), nato a Tarso da una famiglia di farisei, cittadino romano e fabbricante di tende.
Prima della conversione al Vangelo, fu espressione dell’integralismo religioso giudaico, come emblema dello zelo cieco del Sinedrio di Gerusalemme. In questa veste perseguitò inizialmente la Chiesa di Dio. Sulla via di Damasco subì però la visione del Cristo risorto. Da allora divenne uno dei sostenitori più entusiasti del nuovo messaggio di salvezza. Considerò imprescindibile non solo l’azione missionaria, ma anche la necessità di aprire alla conversione a Cristo i Gentili, vale a dire le più svariate nazioni pagane.
Sostenne il principio teologico della giustificazione per fede per i meriti di Cristo e del suo sacrificio sulla croce, contro il legalismo rabbinico che, al contrario, considerando al di sopra di tutto l’osservanza passiva della Legge di Mosé, anche nei suoi aspetti rituali e giuridici, sopravvalutava i meriti umani.

Vivendo in un mondo pervaso di cultura greca, Paolo, pur nella sua iniziale intransigenza farisaica, recepì schemi e categorie di quel contesto, oltre a raggiungere la padronanza della ‘koiné’, della lingua greca del periodo ellenistico. Dopo la conversione al Cristianesimo, comprese l’importanza di confrontarsi meglio e, positivamente, con il mondo greco, come dimostrano : sia l’aver lui riportato alcune citazioni di uomini di cultura ricorrenti negli Atti degli Apostoli e in alcune sue lettere; sia la sua frequentazione della scuola di un certo Tyrannios ( forse un retore o filosofo ), durante la sua permanenza quasi triennale ad Efeso tra il 54 e il 57 E. V. ( At. 19, 9 ).

Al contrario di quanto si possa pensare, Paolo non condannò la ‘filosofìa’ in generale, ma il tipo di ‘sapienza umana’ che si oppone o che vuole escludere il Dio biblico e la sua Rivelazione storica. L’Apostolo utilizzò un termine greco, ‘mysterion’, per intendere una realtà che si rivela progressivamente e che si nasconde, quindi il ‘disegno’ oggetto di pensiero e di decisione divini che é stato attuato da Cristo e che la Chiesa di Dio porterà a compimento. Questo disegno é incentrato sulla figura di Gesù morto e risorto e del quale il genere umano -in primo luogo i credenti- é destinatario. Paolo, per grazia divina, sostenne di aver avuto un certo discernimento di tale mistero, eccedente però nei confronti di qualsiasi sforzo di comprensione umana. E si convinse che doveva concernere un ‘processo di ricapitolazione di tutte le cose in Cristo’.

Secondo chi scrive, il termine paolino ‘mysterion’ dovette essere desunto dai riti misterici presenti nel mondo greco antico. E’ chiaro che non si può ridurre il Cristianesimo ad una religione di tipo esoterico e valida solo per gli iniziati. Esso é universale, aperto a tutti gli uomini di buona volontà e che ruota attorno ad alcuni eventi storici fondamentali, ma con assoluta rilevanza soprannaturale : la vita di Gesù Cristo, la sua Passione, Morte e Resurrezione, i suoi miracoli, il perdono dei peccatori, il suo messaggio di salvezza, l’annuncio del Regno di Dio’.

Lo stesso autore dell’articolo, però, é convinto che le ‘lettere paoline’ rappresentino anche un ‘percorso mistagogico’ compiuto dall’Apostolo delle Genti che non solo affondò le proprie radici nella più antica ‘tradizione apostolica’, ma che forse recuperò anche alcuni aspetti positivi della cultura greco-orientale ( non dimentichiamo che la stessa ‘mitologia olimpica’ racchiudeva un patrimonio di interessanti convinzioni, come quelle sulla nascita di un figlio da una vergine, su un personaggio allo stesso tempo uomo e Dio ). Questa constatazione potrebbe, in parte, spiegare il successo del Cristianesimo nei territori di lingua greca, non senza forti contrasti ed accanite resistenze; oltre a rappresentare una conferma, come notò più tardi Giustino di Sichem nel II secolo, di alcuni germi di verità presenti in altre religioni e in altre culture.

Paolo utilizzò al singolare il termine ‘mysterion’. La Chiesa sin dagli inizi denominò, invece al plurale, ‘sacri misteri’ le funzioni liturgiche da essa celebrate, compresi gli episodi della vita di Gesù degni di commemorazione e di meditazione. Più tardi, all’epoca di S.Agostino ( inizio V secolo ), il termine ‘sacri misteri’ fu sostituito con quello di ‘sacramenti’.

**Non sarebbe inverosimile ipotizzare che alcuni modelli ontodinamici della Realtà, come per esempio il Neoplatonismo, potessero aver tratto alimento dalla lezione del Cristianesimo, come suggerirebbe questa dottrina paolina del ‘mysterion’ ( che influì anche sulla teoria della ‘cosmovisione’ di Teilhard de Chardin ).Ma il Neoplatonismo difese il politeismo, accusando il Cristianesimo di superstizione, respingendo l’Incarnazione del Verbo, esasperando la trascendenza di Dio e, soprattutto, negando la creazione dal nulla come atto volontario e non necessitato di Dio, oltre a fare di questo un principio cosmologico freddo ed impersonale.

***“Ogni cosa é sottoposta” ( 1Cor. 15, 27 ). E se questo versetto paolino racchiudesse un detto originario del Gesù prepasquale ( o ‘loghion’ ) riportato dagli Apostoli ? Al riguardo, l’esegeta ed orientalista luterano tedesco, Joachim Jeremias ( 1900 – 1979 ), in un suo accurato studio sulle fonti bibliche ed extrabibliche del Nuovo Testamento, credette di aver riscontrato ventuno ‘detti di Gesù’ o ‘agrapha’, dei quali cinque nelle fonti bibliche del N.T., tutti aventi paralleli nei Sinottici e nel Quarto Vangelo.




LA SERIETA' DELLA MORTE E DELLA RESURREZIONE DI GESU'




Per quanto concerne la questione dell’identità o della separazione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede, é opinione comune che essa sia sorta in pieno secolo XVIII, nell’ambito del ‘razionalismo’ nemico di ogni dogma dichiarato e, soprattutto, di ogni principio di autorità che non sia quello della propria ragione individuale. Il razionalismo radicale, quello espresso dai ‘philosophes’, rifiuta il ricorso al soprannaturale, anche quando non rigetta l’esistenza di Dio. Quindi, il ‘miracolo’ viene escluso per principio.

Si presume di poter “restituire alla storia” il vero Gesù di Nazareth, nientemeno opponendolo al Cristo della fede, ritenuto creazione della Chiesa che ha strumentalizzato e distorto questa figura con il suo originario messaggio. E per adempiere a questa operazione storiografica occorre applicare, come per i documenti storici del passato, tutti i criteri di ricostruzione delle fonti, senza badare ad alcuna preoccupazione religiosa o morale.

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Questa problematica, però a ben vedere, non sorge nel Settecento, ma addirittura risale agli albori del Cristianesimo, a partire dalla prima metà del II secolo.
Il razionalismo –che si confronta con la nuova religione monoteistica di derivazione orientale- si presenta secondo due prospettive.
Una dichiaratamente ostile, illustrata dagli intellettuali pagani come Celso, Galeno, Marco Aurelio, Porfirio e altri. L’altra, un pò anomala in quanto viziata dalla fantasia e dal ricorso al mito, corrode la Chiesa primitiva dall’interno e prende il nome di ‘gnosticismo’.

Secondo il Simon-Benoit, a partire dal 120 E.V. circa, si assiste ad un "processo di ellenizzazione acuta del Cristianesimo" (1) nei contesti asiatico, siriaco ed egiziano. I testimoni diretti del Cristo crocifisso e risorto sono morti da tempo. Si é ben lontani dalla prima generazione dei credenti che raccoglie e custodisce la primitiva tradizione evangelica.

Si accentua pertanto il carattere misterioso del personaggio Cristo. Non che si metta in dubbio la sua esistenza storica effettiva ( lo si farà a partire dall’Ottocento inoltrato ) ma, spesso, succede che alcuni cristiani non pongono alcuna fiducia nel vescovo della propria comunità, collaboratore o successore immediato di qualche Apostolo. Si ricercano altre tradizioni che vengono fatte risalire a qualche anticonformista discepolo di Gesù ( i Sinottici parlano di settantadue discepoli del Maestro galileo ) o non allineato al gruppo dei ‘Dodici’, o a qualche credente della Chiesa di Gerusalemme come Nicola di Antiochia, uno dei primi sette diaconi ( At. 6,5 ), che la tradizione ritiene scomunicato e fondatore della setta protognostica dei Nicolaìti. Sorgono, già in età apostolica, diverse tendenze centrifughe che, una volta smascherate, vengono emarginate e i loro sostenitori scomunicati.
Queste correnti estremiste danno origine a delle sette con una caratterizzazione sociologica ben delineata secondo un processo di formazione che ha inizio nel penultimo decennio del I secolo.

Da un lato si ricerca un collegamento più stretto con il Giudaismo ufficiale, dando luogo al variegato complesso del ‘giudeo-cristianesimo eterodosso’* che, in alcune sue espressioni, si spinge fino a negare la divinità di Gesù, pur riconoscendone la messianicità e la resurrezione corporea, recuperando le posizioni dei giudaizzanti ostili a Paolo di Tarso per quanto concerne il rapporto con la Legge di Mosé e la circoncisione e quello della preminenza dei Giudei rispetto ai Gentili in ordine al Vangelo. Da questo complesso del ‘giudeocristianesimo’ fioriscono scritti apocrifi, come il Vangelo degli Ebrei, il Vangelo degli Elcasaiti, il Vangelo dei Nazarei e altro.

Dall’altro lato, nei territori ellenistici ( soprattutto in Egitto ), nell’ambito di un confronto più serrato, fino al compromesso vero e proprio, con la cultura greca nei suoi aspetti misteriosofici e con tradizioni orientali semitiche, si opera un rivestimento di contenuti pagani con involucri cristiani, rivendicando una pretesa superiorità della ‘conoscenza’ denominata ‘gnosis’ rispetto alla ‘fede’ o ‘pistis’.
Questa seconda prospettiva darà origine a un vasto movimento eterodosso che prenderà il nome di ‘gnosticismo’, aspramente combattuto da tutti i vescovi delle chiese fondate dagli Apostoli, nonché da intellettuali ortodossi denominati in seguito Padri Apologisti ( come Ireneo, Tertulliano, Ippolito di Roma, Origene….).

Ed é anche la più pericolosa perché :

a) non circoscrivibile ad un territorio ben preciso e, inoltre, si richiama a presunti ‘insegnamenti segreti di Gesù’, comunicati agli Apostoli e a qualche altro discepolo, trasmissibili solo ad una cerchia di iniziati;

b) si distingue una ‘conoscenza superiore’ o ‘illuminazione’ ( acquisibile da pochi credenti ) dalla ‘fede’ dei semplici e degli ignoranti ( già allora è operante la distinzione tra la “filosofia per pochi” e la “religione valida per le masse” che avrà tanta fortuna nella successiva storia del pensiero occidentale );

c) si esaspera il metodo di interpretazione allegorica applicato alla tradizione apostolica e ai Vangeli canonici;

d) si nega la resurrezione corporea di Gesù Cristo, essendo interpretata solo in senso morale e spirituale;

e) secondo tale prospettiva Gesù ha avuto la ‘consapevolezza della natura divina’ che sarà fatta propria da un credente perfetto.

Anche le correnti gnostiche daranno origine a scritti apocrifi come il Vangelo di Tommaso, il Vangelo di Maria Maddalena, il famigerato Vangelo di Giuda Iscariota, l’Apocalisse di Paolo, ecc.

Alla fine del I secolo, mentre sorgono dal punto di vista giudeo-cristiano sette come gli Ebioniti, gli Elcasaiti, ecc., nell’ambito ellenistico invece cominciano a proliferare delle tendenze protognostiche come il ‘docetismo’ e il partito di Cerinto che sostengono che Cristo abbia assunto un corpo apparente.

Una tradizione che risale a Giovanni Evangelista ( si suppone che l’Apostolo sia morto verso il 100 E.V. ) mette per iscritto tre Lettere, l’Apocalisse e il Quarto Vangelo in un periodo che va dall’80 circa al 95 / 100 E.V., e che, presumibilmente, combatte le eresìe sopra accennate. Contro gli Ebioniti, il Vangelo secondo Giovanni dimostra la ‘divinità del Logos’. Contro i sostenitori degli insegnamenti di Giovanni il Battista, il Quarto Vangelo sottolinea l’inferiorità e la relatività di quest’ultimo a Gesù. Contro i Doceti difende la serietà della morte e della resurrezione corporee di Cristo.

Serietà della morte e della resurrezione di Gesù. E’ stupefacente pensare che, già sul finire del I secolo, si riscontri qualcuno che si metta ad insegnare su una morte apparente di Gesù ( i ‘Doceti’ ). Ciò sta ad indicare una profonda refrattarietà della mentalità greca ad accogliere ( non diciamo la realtà ) almeno l’ipotesi di una resurrezione corporea. Non solo la refrattarietà, ma va rilevata anche la profonda distanza che separa il mondo greco da quello ebraico.
La ‘gnosi’ eterodossa ha la caratteristica dell’estemporaneità. Essa é sempre rivissuta ed ancora oggi gode di invidiabile fortuna.
I giudeo-cristiani, invece, pur nella loro eterogeneità, non negano il dato magisteriale della ‘resurrezione’, anche se devono fare i conti con i loro connazionali ebrei ortodossi, ostili all’idea che quel determinato uomo, quel crocifisso galileo, sia davvero risorto, essendo stata trafugata nottetempo, secondo loro, la salma dai suoi discepoli .
Ma tra il cristianesimo proto-ortodosso e lo gnosticismo non può non esserci scontro frontale.

E’ importante difendere la ‘Resurrezione di Cristo’, nel suo aspetto fisico, perché la fede sta o cade con essa, come attesta l’Apostolo delle Genti (1 Cor.15,12–18), anche perché attraverso la ‘Resurrezione’ si capisce che Cristo é morto veramente come uomo. E se é morto, vuol dire che ha vissuto una vita da uomo e che é Dio incarnato.



NOTE :

(1) Marcel Simon – André Benoit, “Giudaismo e Cristianesimo. Una storia antica”, traduzione di Andrea Giardina, Laterza, pp. 256 – 259.

*Giudeocristianesimo’. Si tratta di un concetto abbastanza “elastico”, del tutto assente nel Nuovo Testamento e nei Padri della Chiesa, ma introdotto dagli storici, comprendendo
differenti accezioni fatte valere in contesti non collegati tra loro. Ci spieghiamo meglio.
Gli Atti degli Apostoli citano i credenti in Gesù Messìa con il termine greco di ‘toi chrestianoi’,
tradotto in italiano corrente ‘i Cristiani’ ( At.11,26 ), quelli che prima, per farsi riconoscere
dall’esterno, si facevano chiamare ‘I Nazareni’ o ‘discepoli di Gesù il Galileo’.
Tra loro, invece, si chiamavano ‘fratelli e sorelle in Gesù, in Cristo’, ‘i Santi’, oppure al plurale
Chiesa dei Santi’ ( secondo la tradizione paolina ).
E’ innegabile che la Chiesa di Gerusalemme, fino all’indomani della prima guerra giudaica
del 66-70 E.V., era composta esclusivamente da giudeocristiani, cioè da credenti di origine
israelitica, sia di provenienza palestinese che della Diaspora. Osservavano le prescrizioni del
Giudaismo ed erano circoncisi. Professavano, inoltre, ossequio al Tempio e, secondo quanto
deliberato dal concilio apostolico di Gerusalemme del 49 E.V., formalmente rispettosi del
principio teologico paolino della salvezza per i meriti di Cristo.
Con la martirizzazione di Giacomo il Minore e la successione di Simeone di Cleofa e di altri
parenti carnali di Gesù di Nazareth, così come attestati da una testimonianza di Egesippo
( vissuto nel II secolo ) raccolta dal vescovo Eusebio di Cesarea ( inizio del IV secolo ), appar
vero posizioni centrifughe che negavano esplicitamente la natura divina di Gesù Cristo ed au
spicavano un collegamento stretto con il Giudaismo ufficiale. Tra la fine del I e la prima metà
del II secolo tali posizioni diedero origine alle sette giudeocristiane eterodosse come gli Ebioni
ti, gli Elcasaiti, ecc. Emarginate dalla ‘Grande Chiesa’, quella fondata sulla ‘Traditio’ apostoli
ca, aspramente combattute dal Giudaismo ufficiale, alcune di queste sette sopravvissero fino
al IV secolo, per poi scomparire quando il Cristianesimo divenne religione ufficiale dell’Impe
ro romano, facendo valere le proprie ‘uniformità di fede’.



IL SABATO SANTO

Una meditazione di Francesco Cuccaro sul contenuto del libro di padre Xavier Tilliette S.J., “La settimana santa dei filosofi”, edito dalla Morcelliana




Il tema della silenziosità del Sabato Santo, aderente all'idea di un Cristo che permane in un abisso di solitudine dopo l'Agonia del Gethsémani e la crocifissione, é stato trattato ampiamente da filosofi e letterati.
Per il carattere paradossale che assume un tale evento, la 'sepoltura', di fronte ad un 'Logos' che proclama di essere la 'Vita' , il gesuita padre Tilliette ci invita a meditare su questo grande mistero : il 'Sabato Santo' .
Apparentemente sono vuote le ore che separano il decesso dalla Resurrezione, perché in esse si svolge un processo dinamico che si può tutt'al più percepire, ma non comprendere senza l'ausilio di una fede profonda.
Il noto teologo svizzero, Hans Urs von Balthasar ( 1905 - 1988 ), traendo spunto dai contributi mistici di Adrienne von Speyr, sostiene che il 'Sabato Santo' non ha interrotto o sospeso il processo salvifico operato dal Cristo.
Sulla 'croce' Gesù grida : "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?" ( Mc. 15, 34; Sal. 22, 2 ). Questa esclamazione esprime un senso di abbandono e di sconforto di fronte alla totale 'assenza di Dio'.
E lo iato sepolcrale sembra suggerire piuttosto un tempo più o meno indefinito e senza contenuto, dove tutto sembra essere sospeso. Ma il Cristo nella tomba evoca anche il suo soggiorno presso i morti. Si badi bene : non tanto il dato tradizionale che ce lo fa vedere come il liberatore dei giusti che hanno creduto nel Messia ancora da venire, prigionieri di forze tenebrose.
Nell'Inferno, stato e/o luogo della dannazione eterna, é discesa l'anima umana di Cristo, creata dal nulla da Dio. Gesù ha toccato il fondo della derelizione dell'uomo, dell'abiezione più totale. Ha sperimentato, solo per un momento, la dannazione eterna, l'assenza di Dio più propria che la caratterizza. Ma Gesù, uomo senza peccato, doveva vincere la morte ed essere il vero signore dell'Inferno. Ha superato questa terribile condizione che, per un peccatore perduto, é senza speranza.
Non é mancato, tra letterati e studiosi, chi ha suggerito il 'Sabato Santo' come il prolungamento del Venerdì di Passione. Avendo la consapevolezza che non si tratti di un semplice "iato" che collega male due episodi così importanti per noi credenti, vivere questo "tempo del Sabato Santo" significa viverlo non con una rassegnazione di fronte ad una disgrazia ineluttabile e trionfante, ma come un momento di raccoglimento e di attesa.
Padre Tilliette indica una analogia tra la morte e l'inumazione del Gesù terreno, da un lato, e la vita sacramentale e la vita della Chiesa ( che sono poi la stessa cosa ), dall'altro. Anche l'Eucaristìa é silenziosa. Eppure, per chi crede, sembra produrre effetti di grazia, in primo luogo la crescita di una comunità di fede.
Il mistero di questa apparente discontinuità rende più serio il problema della morte di Gesù, ma anche quello della morte di ogni uomo. Quando prendiamo in considerazione questo episodio, non possiamo non affrontare il tema della 'passibilità di Dio' . La morte del Cristo é un evento trinitario, ma anche un fatto empiricamente accaduto, a dispetto di tutte le interpretazioni di tipo gnostico.
Poniamoci un interrogativo provocatorio. Se Cristo fosse risuscitato subito dopo la trafissione del costato da parte del soldato romano, che differenza ci sarebbe stata tra la resurrezione ed una semplice rianimazione del cadavere ?
Queste "ore vuote" ci danno un'idea di come Gesù abbia sperimentato la 'morte' in tutta la sua tremenda e distruttiva realtà. Si tratta, tuttavia, di un evento e non di un simbolo.
Come, del resto, la Resurrezione corporea di Gesù non sembra essere accettata dallo stesso Hegel che collega direttamente il decesso di Gesù all'effusione dello Spirito Santo e alla nascita ufficiale della Chiesa.
Contemplare i 'Misteri della vita di Cristo' vuol dire, in un certo modo, contemplare la vita di ognuno di noi che si trova a dover fare i conti con la sofferenza, con i propri fallimenti, con la ricerca di un significato su cui fondare il proprio esistere, alle prese con il problema della morte e dell'oltretomba.
Quest'ultimo é insormontabile e non fa altro che generare angoscia. Il 'Sabato Santo' ci induce a riflettere su questo dramma esistenziale. E lo studioso gesuita sottolinea quanto sia stato imbarazzante, anche per Dostoevskij, il tema della 'sepoltura di Cristo' : "la morte dell'Uomo-Dio, grido spaventoso, impone una realtà non meno sconvolgente, lo spettacolo del giacente" (1).
Per una persona in crisi di fede, un tale evento, preso seriamente in considerazione, sembra generare sconforto. Addirittura per un ateo, oppure per un agnostico, suscita indignazione magari mista ad ironia, piuttosto che indifferenza. Dà fastidio solo la rappresentazione del Dio inerte e cadaverico.
Anche per un ateo non si può concepire un Dio che si lasci soggiogare dalle inesorabili leggi di natura. Il romanzo "L'idiota" rispecchia un orientamento nichilistico. Se Dio si arrende di fronte a questa Natura inesorabile, é segno che non é Dio. Quindi una pura illusione !
Il 'Sabato Santo' non é semplicemente un evento che ha interessato solo Gesù, la Vergine Maria, gli Apostoli. Può anche essere interiorizzato da ognuno di noi, perché il senso ultimo di questo giorno non é un cadavere tumulato, né il dolore provato nella cerchia dei suoi più intimi.

Ma é la 'ricerca del Dio perduto' in un giorno contrassegnato dalla tristezza e dalla malinconia.

Letterati non credenti, come i 'poets maudits' ( i 'poeti maledetti' ) hanno scritto libri dove la figura di Cristo viene esaltata come quella di un grande rinnovatore spirituale che ha fallito, immaginando lo scenario di una sua discesa agli Inferi solo per consolare i defunti, aspettando la decomposizione della sua salma.

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Il 'Sabato Santo speculativo' sembra adombrare l'ateismo, un tormentato umanesimo senza Dio. Tale orientamento, però, non respinge la figura di Gesù Cristo, sia che venga presentata come quella di un promotore di riscatto sociale, o come l'ultimo credente che si era illuso di trovare e di essere Dio.

Non si può attribuire a G.W.F. Hegel ( 1770 - 1831 ) la deriva atea e l'origine dell'apostasia della cultura moderna. Anche se é vero che l'insistenza sul 'Venerdì Santo speculativo' vanifica l'evento della Resurrezione, nel quale il filosofo di Stoccarda ravvisa una immagine prettamente allegorica.
Il più grande interprete dell'Idealismo classico tedesco é un sostenitore convinto della luterana 'Teologìa della Croce'. Alla luce di questa prospettiva, ma interpretando dialetticamente la 'Morte di Cristo', la 'rimemorazione del fatto' viene qualificata come 'negazione della negazione'. Rimemorazione operata dalla 'comunità dei credenti', della quale lo 'Spirito' é la 'autocoscienza universale'.

Di fronte allo stato cadaverico del Cristo, Dio nella sua esteriorità, da un lato, l'uomo Gesù nella sua individualità concreta, dall'altro, sembrano per così dire "volatilizzati".

Tutto questo discorso ci fa prendere consapevolezza di come Hegel abbia concentrato la sua attenzione sull'estrema serietà dell'evento della morte di Gesù che può richiamare due condizioni : tanto lo stato cadaverico del Figlio di Dio; quanto la coscienza umana rimasta orfana, cioé la 'coscienza infelice'.
Con la nascita ufficiale della Chiesa-Istituzione tale coscienza non viene superata.
Escludendo l'evento reale della Resurrezione di Gesù, secondo Tilliette, Hegel non intende però offrire, come contrariamente si pensi, un'interpretazione di tipo gnostico degli episodi evangelici.
Una comunità di fede é cementata sulla 'rimemorazione', nutrendosi di un passato sacrificale che perdura. Pertanto sarebbe un discorso ortodosso ( si cfr. la meditazione sulla Sacra Scrittura, da un lato, e la liturgia eucaristica, dall'altro ) se Hegel non avesse negato l'effettività della Resurrezione corporea. Tuttavia, per lui, non si dà Redenzione al di là del dolore, della sofferenza e della solitudine.
Ma come si può giustificare una fede così dinamica in un uomo morto, anche se il suo messaggio e le sue opere sono caricati di precise valenze soprannaturali ?

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Il filosofo di Stoccarda relativizza il luogo speculativo del Sabato Santo al fenomeno medioevale delle Crociate. Vediamo come.
Quello delle spedizioni guerresche europee in Oriente é un argomento affrontato attraverso il tema della 'irrealtà del sepolcro' nella Fenomenologia dello Spirito, dove l'Autore descrive il 'passaggio dalla autocoscienza alla ragione'. Un fatto storico talmente emblematico da suggerire l'idea di un mutamento della coscienza, tale da essere inserito come un momento nell'articolazione dialettica della Realtà.
Alla luce di questa prospettiva si può ritenere che il 'Sabato Santo' non sia stato affatto un giorno superato dalla domenica di Pasqua.
Una tesi teologica azzardata quella di Hegel !
Il 'Sabato Santo' é continuato anche nell'epoca di Pietro l'Eremita e di Goffredo di Buglione.
Sul "libro nero della Chiesa Cattolica", scritto non solo oggi ma già da alcuni secoli fa ( uno dei tanti autori é stato Voltaire ), non possono mancare le 'Crociate', spesso ritenute una delle degenerazioni segnate dal cieco fanatismo religioso. A dispetto di tanti letterati romantici che, invece, hanno rivalutato questo fenomeno storico.

Hegel, da non cattolico, sembra aver reso giustizia a quel passato un po' torbido, ravvisando in esso l'espressione di un grande dinamismo interiore. Le 'Crociate' vengono da lui rivisitate come "grandi migrazioni della Fede". 'Crociata' come sinonimo di 'pellegrinaggio', anche se armato.

I secoli medioevali, così pregni di religiosità, sono i secoli della coscienza infelice, vale a dire della coscienza dolorosa e nostalgica del Totalmente Altro.
E che ancora non si é elevata allo stadio di una religione spirituale e deistituzionalizzata.
I Crociati erano mossi, più che da una contingenza di fatto ( reazione alle persecuzioni che i Turchi infierivano contro i pellegrini in Terrasanta ), da un impulso inconscio a superare una scissione tra la coscienza individuale e Dio.
Non basta quindi la 'devozione'. Ci vuole anche un 'impatto visibile con il Divino', il 'ricordo-oggetto'.

Quando i Crociati conquistarono la Palestina, non trovarono ( o, meglio, "non
ritrovarono" ) Dio, facendo esperienza solo delle sue "vestigia".
Il fallimento di queste spedizioni di guerra non fu dovuto solo all'offensiva
vittoriosa dei Musulmani nella seconda metà del XIII secolo,ma anche all'esau
rimento di questo stimolo interiore, permettendo una ulteriore evoluzione
all'autocoscienza.


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Non basta quindi la 'devozione', ma ci vuole anche un impatto visibile con il Divino attraverso il 'ricordo-oggetto'. Un discorso di questo tipo si potrebbe fare, a proposito, dell'Ordine religioso dei Padri Carmelitani, collegato "ab origo" al movimento crociato.

Il 'Carmelo', come si sa, é una montagna dell'Alta Galilea, il cui nome significa
'giardino', ed é doppiamente sacra : a) per essere stata luogo di elezione da
parte del profeta biblico Elìa di Tisbe; b) per il culto che i primi monaci cristia
ni esercitavano, proprio in quel luogo, alla Vergine Maria.
Con la riconquista musulmana il Sacro Monte fu abbandonato dai numerosi
eremiti occidentali ivi residenti. Ne rimase pertanto il ricordo che durò anche
quando le autorità ottomane vi permisero il ritorno a certe condizioni.
S. Teresa d'Avila e S. Giovanni della Croce fecero del Carmelo un 'simbolo', in
teriorizzando il luogo ed intendendolo come un itinerario di vita spirituale.

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Se Hegel fa nascere, gioco forza, l'Età Moderna con la fine delle Crociate, il Medioevo sembra duro a morire nell'ottica di alcuni intellettuali schiettamente romantici. Su Novalis ( Friedrich von Hardenberg, 1772 - 1801 ) il 'Sepolcro di Cristo' esercita un fascino senza pari.
Esso richiama l'aspirazione all'eternità, suggerita da una 'nostalgìa della morte', caricata di valore mistico dal Romanticismo. Novalis ci insegna che con questa sete di eternità si potrebbe arrivare ad un tempo primordiale, attraverso una regressione nel passato. I suoi versi descrivono certi rapimenti mistici che richiamano la morte immatura di un'adolescente : la sua adorata Sophie. Espone un parallelo tra la tomba di questa giovane e il Sepolcro di Cristo. Trasfigura il cielo notturno ravvisando nei dettagli il volto del suo amore. Nei suoi scritti immagina di essere un crociato che intende liberare il Santo Sepolcro, sapendo che deve affrontare un percorso irto di difficoltà e di pericoli.

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'Cristo nella tomba'. Nell'ottica della riflessione di padre Gaston Fessard, il cristiano autentico non può essere diverso dal suo Signore. Per accedere alla 'libertà spirituale' bisogna attraversare il 'Triduum Mortis' . Si tratta di un processo ineluttabile e necessario.
Immaginiamo, per un momento ( e questa constatazione é stata già fatta prima ) che il Cristo fosse risuscitato subito dopo morto.
Ebbene -come asserisce padre Tilliette- il docetismo di tipo gnostico non sembra essere scongiurato, con grande pregiudizio della serietà e della realtà della morte di Gesù.
Nel 'commemorare' (o 'rammemorare', termine spesso usato dal dotto gesuita), vale a dire quando si compie una meditazione sul 'triduum mortis', leggendo la Sacra Scrittura, il nostro io opera un 'passaggio', contempla ed esperisce una 'discesa agli Inferi' simile a quella sperimentata da Gesù.
L'io regredisce nel passato ed é alle prese con i suoi ricordi.
La teologia del Sabato Santo, presentata da Hans Urs von Balthasar, é estremamente audace. Anche Cristo ha conosciuto, ma solo per un momento, la pena della dannazione, la totale 'assenza di Dio', il 'regno della privazione assoluta'.
Il Redentore stesso -che varca l'Inferno- incarna il paradosso assoluto di un Dio che va fino in fondo alla derelizione, all'abbandono di se stesso. La sconfitta della morte e del regno di Satana é stata possibile, perché Cristo, a differenza di uno spirito malvagio, ha la Fede, l'Amore e la Speranza. Ed essendo Dio non poteva non risorgere.
Questa meditazione sul 'Sabato Santo' sottolinea pure l'importanza di un nuovo ruolo assunto dalla figura della Vergine Maria, la quale accede ad una nuova consapevolezza percependo, nel corpo inerte del Figlio abbandonato, il carattere della 'offerta'. L'anima di Gesù, nella coscienza della Madre e della nuova umanità redenta, sprofonda nel suo lontano passato. Anche Maria ha sperimentato una solitudine paragonabile alla morte. Ha capito più degli Apostoli il valore sacrificale di quel corpo martoriato e questa considerazione le ha stimolato la speranza che non sarà resa vana. Un'anima eletta, nel momento di una decisione cruciale che la spingerà a percorrere un cammino di perfezione, vivrà sempre una condizione di malessere e di turbamento. Per cui é indispensabile patire questa morte e attendere, nella 'notte', che la sofferenza si tramuti in gioia.

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Anche Antonio Rosmini, al pari di Gaston Fessard, meditando sul 'Triduo pasquale', si orienta verso una originale riflessione eucaristica.

In quante maniere vive il Cristo ?

La 'vita eucaristica' é una delle quattro 'vite' che Rosmini annovera nell'essere umano-divino del Verbo. La sua é una posizione molto ardita.
Anche nel momento della 'crocifissione' Gesù "non fu mai senza una qualche maniera di vita" (2). Anche se il suo corpo naturale rimase inanimato, la sua vita eucaristica continuava, seppure in modo miracoloso, nell'interiorità degli Apostoli che l'avevano ricevuta nell'Ultima Cena. Si tratta di una 'vita assolutamente occulta', propria del Redentore, ma da lui comunicata nel suo essere sacramentale. La sorte dei defunti é legata al ricevimento, "più generalmente alla percezione della Santa Eucarestìa" (3).
Secondo padre Tilliette, il Roveretano ha avuto una intuizione sorprendente del mistero dell'Ostia consacrata. Mentre il corpo di Cristo, indenne da corruzione, giaceva nel Sepolcro, la sua anima era unita al suo essere sacramentale che la faceva vivere di una vita misteriosa e nascosta.

Si tratta di una constatazione affascinante fatta dal Rosmini, ma che necessita di ancorarsi a dei punti fermi. Padre Tilliette sottolinea come i Sacramenti siano pur sempre segni del tempo e, pertanto, provvisori (4), nonostante il loro rinvio ad una realtà che li trascende.

Rosmini ha saputo bene evidenziare una corrispondenza tra il tempo della Passione e il tempo della Chiesa, ma anche tra il Cristo trapassato e la situazione degli innumerevoli defunti che aspettano la resurrezione e la vita eterna.

Si tratta, la sua, di una intuizione che esula dall'analisi discorsiva, propria della teologìa speculativa, ed appartiene solo alla contemplazione silenziosa. Permettere al 'Cristo morto' di persistere come 'Pane vivente'.


NOTE :

1) XAVIER TILLIETTE, "La settimana santa dei filosofi", Morcelliana, seconda edizione ampliata, febbraio 2003, p.114;
2) op. cit., p. 136;
3) op. cit., p. 137;
4) op. cit., p. 139;
5) op. cit., p. 139.






GESU’ DI FRONTE ALLA PROPRIA MORTE





La 'Cristologìa' non sembra avere un carattere sistematico, ma si configura come una ricerca globale complessiva che si svolge secondo tre diramazioni : biblica (o scritturistica); teologica ( fondamentale oppure dogmatica ); filosofica. Tutte e tre attorno alla domanda su Gesù : chi é Gesù Cristo ? Che senso ha Gesù in sé e per sé ? Che senso ha Gesù per me ?
Per l'evangelismo protestante, da Lutero a Barth a Bultmann, é prevalsa la terza formula dell'interrogativo in questione : "Chi é Cristo per me che credo ?" . Non sembra avere importanza tanto il dato storico di Gesù di Nazareth che, per Bultmann, rimarrà un semplice "dass", cioé un "dato esistente" e nulla più. Per i luterani più irriducibili, anche se il Gesù della storia risultasse, per ipotesi, "evaporato" durante la ricerca storico-critica, importerebbe solo il 'Cristo della Fede' alla coscienza dei credenti.

Poniamoci la domanda 'Chi è Cristo per noi oggi ?' , ma associata all'altra : 'Chi é il Cristo?'

Nessuno può essere qualcosa per gli altri se prima di tutto non é qualcosa in sé. Il valore di una persona non sta solo nella relazione, ma prima ancora nella sua propria irripetibile identità. Solo da lì trae poi importanza il dato relazionale. Una cosa é certa : se si vuole conoscere il cristianesimo, bisogna anzitutto conoscere Gesù Cristo. Infatti, il soggetto non é primariamente un complesso di valori, né una visione del mondo, e nemmeno un programma di vita (1) Il Cristianesimo, nella sua varietà di espressioni, non solo subisce la concorrenza da parte di altre religioni e credenze nella conversione delle anime, ma viene aggredito dal razionalismo nei suoi risvolti radicali che, per squalificarlo, deve per forza demolire il proprio fondamento.

Chi é Cristo ? E' il 'Logos' giovanneo ? Che cosa é allora il Logos ? E' Dio ed é uomo insieme ? E' il Fondatore della Chiesa ?

Sono interrogativi legittimi che risulterebbero, tuttavia, essere privi di senso se non conoscessimo questo Cristo che é una figura concreta e che ha un nome di persona desunto dall'ambiente ebraico : Yeshùa ( in aramaico, ma anche Jehoshùa in ebraico tradotto in italiano Giosué, cioé "Jahveh è la Salvezza" ).
Chi ci offre l'informazione su Cristo ? Esistono due tipi di approccio al 'dato' :

Un primo modo é di rivolgersi ai suoi testimoni viventi : Gesù lo si può conoscere interpellando i suoi discepoli e osservando la loro vita. Essi, infatti, se sono autentici non possono far altro che rimandare a lui. La loro esistenza non ha valore autonomo, ma é tutta un dito indicatore puntato verso di lui. C'é una mutua compenetrazione tra Cristo e la comunità dei credenti in lui, sicché vedere costoro dovrebbe significare anche in qualche modo vedere lui. Nessuno meglio di loro dovrebbe poterne parlare con maggiore cognizione di causa, perché lo amano e lo vivono : e nessuno meglio di un amante può conoscere a fondo l'amato. Ma c'é un'altra via per conoscere Gesù, ed é quella di interrogare le più antiche fonti che ce ne parlano. Su di esse, del resto, si misura la validità della stessa testimonianza viva. Al di là di tutti gli approcci emotivi, poetici o pseudorazionali alla sua figura basati spesso su di una tradizione assimilata superficialmente e non vagliata da alcuna forma di critica, é assolutamente importante andare a scandagliare i primi documenti della fede cristiana per una verifica seria. Là questa fede appare, sì, oggettivata e sedimentata a livello letterario in testi ormai fissati per sempre, ma la si trova allo stato di freschezza primordiale, carica di una forza esplosiva ( 2 ).

Dunque : interrogare le più antiche fonti che ce ne parlano. Ovviamente quelle più vicine agli eventi narrati che coinvolgono il personaggio, vale a dire tutte le 'fonti bibliche neotestamentarie.
Occorre prendere in considerazione anche le fonti extrabibliche coeve, ed esaminare i documenti che provengono dall'ambiente greco-romano e gli Apocrifi giudaici e cristiani, oltre i testi dei più antichi tra i Padri della Chiesa. E' indispensabile, però, tener presente che gli Apocrifi, soprattutto quelli cristiani, non risultano essere storicamente attendibili, anche se esprimono una peculiare prospettiva di fede in Gesù da parte di alcune comunità cristiane.

Si evince che questo personaggio concreto "fu" 'un uomo', con un radicamento storico-temporale. Un uomo eccezionale -per chi crede- in cui "si era manifestata la Divinità".
Al "chi-é-in-sé-e-per-sé" e al "chi-é-per-noi-che-crediamo" si associa l'altro interrogativo : "chi fu ?". Dalla relazione si passa ad una identità ontologica atemporale che richiama, a sua volta, una identità storica del 'personaggio'.
Si badi bene : si tratta di un circolo in cui questi tre "momenti" si legano, si implicano e si compenetrano…..
Ma la 'fede cristiana' possiede tre caratteri : la 'soprannaturalità' in quanto dono gratuito di Dio che vuol comunicarla a chi si apre alla Sua chiamata; la 'storicità' in quanto credenza basata su peculiari eventi storici; la 'ragionevolezza' in quanto detta credenza non rasenta l'assurdità.
Quindi é possibile un approccio storico-critico alle fonti bibliche neotestamentarie. Per poter comprendere in qualche modo il personaggio 'Gesù Cristo', nella sua vita terrena effettiva, occorre : situarlo nel contesto in cui visse ed operò, religioso, sociale e politico assieme, mettendo in luce il proprio confronto con i contemporanei; mostrando convergenze e divergenze del suo messaggio salvifico rispetto alle categorie teologiche elaborate dal Giudaismo (palestinese ed ellenistico) in quel lontanissimo periodo della storia umana.

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Questa premessa é stata il principio regolativo del lavoro svolto dal curatore del sito nel suggerire alcune piste di riflessione su alcuni aspetti della figura del Maestro e del suo operato nella vita terrena, su alcuni episodi su cui si fonda la 'fede cristiana'.
Come la 'morte di Cristo' e il suo senso che affrontiamo ora. Quando nasce la 'Cristologìa'? Si potrebbe dire che l'inizio é nel Nuovo Testamento e che, addirittura, possa essere anticipata, per quanto concerne alcuni temi, già nell'A.T. : in questo caso non si potrebbe parlare di cristologia, ma di 'messianologìa' (3). Compito della 'cristologia' é quello di scoprire la continuità tra il Gesù della storia e il Cristo kerygmatico, predicato e vissuto dalla comunità primitiva. Continuità nella distinzione però. Occorre distinguere la coscienza che gli Apostoli e la prima generazione dei credenti aveva di Gesù, da un lato, e l'autocoscienza che il Galileo aveva di se stesso e della sua missione, dall'altro.
Che senso aveva la propria 'morte' nella coscienza del Maestro ? E soprattutto ci si interroga : se Gesù era convinto di andare incontro ad una fine così tragica, perché la ricercava ? Che importanza aveva per lui ?
E' chiaro che se esuliamo da questi problemi, allora anche la nostra 'fede' andrà a farsi benedire e "saremo da compiangere" ( 1 Cor. 15,19 ). Se la 'morte di Cristo' non ha senso in sé e per me, allora anche la sua vita non avrà alcuna o una minima importanza ed "essere considerata semplicemente alla stregua di qualsiasi altro pur grande personaggio del passato" ( 4 ). "E se fosse stata soltanto la Chiesa postpasquale ad attribuirvi un significato, allora si tratterebbe di qualcosa vicino all'impostura" ( 5 ).
Gesù, durante l'esercizio del suo ministero pubblico in Galilea e Giudea, non aveva scartato la possibilità di una morte violenta. La tensione con i sostenitori delle due correnti più prestigiose dell'Ebraismo palestinese, Farisei e Sadducei, si faceva altissima. Questi due gruppi non riuscivano a perdonare al Nazareno : i primi, la disinvoltura nei confronti della Legge di Mosé, almeno da loro interpretata; i secondi, il suo atteggiamento, supposto critico, verso il Tempio di Gerusalemme. E l'eventualità di una morte violenta era stata presa in considerazione da Gesù e anche dagli Apostoli. Alcune citazioni possono suggerire questa presa di coscienza di Gesù di fronte alla propria morte, come queste :

"Elìa é già venuto e hanno fatto di lui quanto hanno voluto" ( Mt. 17, 12; Mc. 9, 13) ;

"Non c'è profeta disprezzato se non nella sua patria" ( Mc. 6, 4 );

"Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono stati mandati a te" ( Mt. 23, 37; Lc. 13, 34 );

"…non conviene che un profeta perisca fuori di Gerusalemme" ( Lc. 13, 33 );

"Potete bere il calice che io sto per bere ?" ( Mt. 20, 22; Mc. 10, 38 ).

Fortemente allusiva é la 'parabola dei vignaioli omicidi' ( Mc.12, 8 ).
Lo sbocco naturale di una dialettica oppositiva tra Gesù e le autorità religiose ebraiche non poteva non concludersi se non con la morte del primo, dal momento che lo stesso Galileo escludeva il principio della lotta armata per la causa del suo messaggio. Questa 'visione della propria morte violenta' non veniva inserita da Gesù in un'ottica fatalistica, ma andava considerata come espressione di un disegno e di una volontà superiori a tutti gli uomini, compreso lui.

Fermiamoci un attimo a riflettere su questi due versetti.

"Potete bere il calice che io sto per bere ?" ( Mt. 20, 22; Mc. 10, 38 );

"Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!...." ( Lc. 22, 42 ).

Per quanto concerne la prima frase si osservi la metonimia adoperando il contenente per il contenuto, rinforzata dal termine "bere". Ma é chiaro che ci troviamo di fronte ad un'allegoria relativa ai termini 'calice' e 'bere'.
L'immagine del 'calice' é carica di profondi significati. Collega il discorso sulla morte di Gesù all'Ultima Cena, quando il Maestro eleva la coppa, formulando le benedizioni pasquali e consacrando il vino che vi é dentro. Ma rinvia ai precedenti nell'A.T. come :

"Gerusalemme,…hai bevuto dalla mano del Signore il calice della sua ira" (Is. 51, 17);

"Così mi disse il Signore, Dio d'Israele : "Prendi dalla mia mano questa coppa di vino della mia ira e falla bere…." (Ger. 25, 15 - 29);

"Si riverserà su di te ( il conquistatore pagano di Israele ) il calice della destra del Signore (Ab. 2, 16), ecc.


Per la mentalità orientale dell'epoca, il 'calice' era un oggetto dalla valenza simbolica molto forte. Era un simbolo di condivisione. Durante la stipula dei patti, oppure nei ricevimenti e nelle feste, i contraenti e/o i commensali se lo passavano l'un l'altro. Condivisione nella gioia, ma anche (come nel caso delle allusioni di Gesù al proprio destino di morte violenta) nel dolore.
Nelle sue valenze allegoriche, la parola 'calice' diviene segno di condivisione nel castigo divino. Nell'iconografia e nella letteratura medioevali l'immagine del 'calice' era particolarmente ricercata e approfondita più di quanto possiamo immaginare. Ad essa era legato il 'mito del Graal', dove addirittura la 'coppa' diveniva allegoria di insegnamenti segreti e di forze magiche che andavano conquistati ed impossessati.
Ma si ravvisa una soteriologia implicita nelle citazioni dove Gesù alludeva, sia in modo esplicito o implicito, alla propria morte ?
Che Gesù usasse il calice nelle mense e poi nell'Ultima Cena, non faceva altro che esprimere una condivisione dello stesso destino comune dei peccatori.

Ma si caricava della propria 'morte' di una 'valenza espiatrice' indipendentemente dall'attribuzione che la Chiesa primitiva, in tempi successivi, ne farà a lui ?
Questa 'valenza espiatrice' del 'Servo di Jahveh', 'figura escatologica' non meglio definita, ma sicuramente dalle funzioni sacerdotali, é sottolineata in alcuni brani dell'A.T. come pure in alcuni apocrifi giudaici coevi a Gesù.
Come, per esempio, il 'Testamento dei XII Patriarchi', risalente al I secolo E.V. che, nella traduzione armena, riporta queste parole :

"Colui che é senza macchia si contaminerà per i trasgressori della Legge e colui che é senza peccato morirà per gli empi" ( 6 ).

Oppure in versione greca :

"Nei tuoi riguardi si realizzerà la profezia celeste riguardante l'agnello di Dio e il salvatore del mondo che, senza macchia, sarà tradito dai trasgressori della Legge, e colui che é senza peccato morirà per gli empi, nel sangue del patto, per la salvezza del popolo e d'Israele : egli annienterà Beliar e i suoi servi" ( 7 ).


Nei due passi summenzionati é da notare la figura del 'sacerdote escatologico' che poteva forse essere espressa dal 'mebaqqer', vale a dire dal 'Maestro di Giustizia', presidente della comunità essena di Qumran per le sue considerazioni critiche nei confronti del Tempio di Gerusalemme e del Sinedrio ( 8 ).
Gli 'Esseni' erano un gruppo di giudei palestinesi di rigorosa osservanza mosaica, una sorta di élite religiosa che,convinta di essere il 'resto di Israele', si precludeva qualsiasi impegno di vita sociale, isolandosi in prossimità dei deserti.
Gli Esseni erano monaci celibi che praticavano la penitenza, il digiuno, il battesimo di purificazione dai propri peccati, il commento alla Torah cui riservavano un culto puramente interiore, a differenza dei Farisei. Il tutto nel senso di una purificazione individuale e collettiva per le colpe personali e di Israele. Fortemente discriminati dalle autorità di Gerusalemme, e di rado perseguitati apertamente, gli Esseni privilegiavano il filone della 'apocalittica' e il tema del 'messianesimo', producendo una quantità di scritti extrabiblici non riconosciuti né dal successivo canone ebraico, né da quello della Chiesa primitiva. Gli Esseni derivavano, come i Farisei, dal partito religioso degli Asidei ( "i pii" ), affermatosi in età maccabaica ( II secolo prima E.V. ). Furono dispersi dai Romani durante la 'prima guerra giudaica' ( 66-70 E.V. ). Secondo alcuni studiosi anche Giovanni Battista e Gesù, con i loro gruppi di discepoli, provenivano dalle loro file. Ci sembra un'ipotesi azzardata, ma forse non sono da escludere eventuali reciproci contatti tra gli uni e gli altri.

Secondo il teologo cattolico, nonché esegeta biblico, Heinz Schurmann, Gesù intendeva trascendere se stesso in una doppia direzione : orizzontalmente in totale 'diakonìa' verso gli altri; verticalmente in rapporto con il Padre.
La categoria di 'pro-esistenza' ( cioé 'esistenza-per' ), utilizzata dal suddetto studioso, serve a collegare la fase del Gesù terreno e il 'per-noi' dell'interpretazione redentrice post-pasquale ( 9 ).
Ora concentriamo la nostra attenzione su quest'altro versetto :

"Il Figlio dell'uomo non é venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" ( Mt. 20,28; Mc. 10, 45 ).

Ci troviamo di fronte ad una esplicita dichiarazione soteriologica. Anzi, da parte di Gesù, di un esplicito riferimento alla 'morte vicaria del Figlio dell'uomo' .
Secondo gli studiosi bultmanniani, questa citazione contiene una retrospettiva presa di coscienza della Chiesa post-pasquale. Pertanto Gesù non avrebbe proferito queste parole. Si può far loro osservare la presenza di alcuni semitismi (10) come l' espressione "la propria anima" ( tradotta in greco con 'psiché' ). Secondo Romano Penna si tratta di un "loghion" arcaico. Risulta essere assente in esso il "riferimento a qualche destinatario del riscatto stesso" ( 11 ).
Inoltre, si aveva ( e si ha ) l'impressione che Gesù, parlando del Figlio dell'uomo in terza persona, lo facesse per mascherare se stesso seguendo forse una sua pedagogia, alludendo ad un altro personaggio non meglio qualificato, ma non ignorato dal Giudaismo antico e da quello a lui contemporaneo. Si accentuava così la difficoltà di comprensione da parte dei discepoli. Infatti i 'Dodici', probabilmente, dissociavano i due termini Figlio dell'uomo e Messia.
Come é vero che 'rivelare' sia un termine paradossale : da un lato si manifesta qualche cosa e, di nuovo, lo si vela abituando la capacità di comprensione umana ad uno sforzo non indifferente nell'autosuperamento.
Può la citazione di Mt. 20,28 ( con la corrispettiva di Mc. 10,45 ) da sola fondare la 'funzione salvifica della morte di Gesù' indipendentemente dal kerygma apostolico ?
In nessun altro testo neotestamentario, se non ( in modo tardivo ) in 1 Pt. 2, 21-25, si fa riferimento al suddetto brano evangelico e, parafrasando, ad alcuni versetti di Is. 53.
Penna ritiene che "né il Messìa né il Figlio dell'uomo hanno mai avuto in Israele una sorte di sofferenza e tanto meno di espiazione per i peccatori". Inoltre, constata che Is. 53 nel medio Giudaismo non conobbe mai un'interpretazione messianica individuale ( 12 ).
Esaminiamo di nuovo attentamente il versetto di Mt. 20,28 :

"come il Figlio dell'uomo che non é venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti".

Concentriamo la nostra attenzione su due espressioni che vi ricorrono : "la propria vita" e "per molti".
L'antropologìa ebraica si differenziava da quella greca, in quanto la prima si basava sulla concezione dell'uomo come unità psicofisica accettata poi dalla Chiesa Cattolica ( 13 ). Mentre quella greca propendeva per un dualismo di tipo platonico e considerava l'individuo umano come un puro spirito imprigionato in un corpo.
Tre termini erano usati dagli israeliti per designare l'uomo : "nefesh", "ruah", "basàr". Con il primo si intendeva l'uomo come "anima vivente", quindi essere biologico. Con il secondo, un essere animato dallo Spirito di Dio, quindi spirito incarnato. Con il terzo, l'uomo dominato dalle passioni a causa della concupiscenza carnale, a sottolineare una condizione decaduta di umanità; ma anche un uomo nella sua limitatezza, contrassegnata dalla sofferenza e dalla morte.
Al riguardo, anche l'evangelista Giovanni e Paolo di Tarso, con il termine greco 'sarx', alludono al 'basàr' per intendere l'uomo nella sua condizione finita e limitata. L'Apostolo delle Genti invita i fedeli a spogliarsi dell'uomo carnale per rivestirsi dell'uomo spirituale. Giovanni, quando parla del 'Logos', riferisce che si é fatto 'carne', vale a dire che si é fatto uomo, ma un uomo soggetto a tutte le leggi inesorabili della necessità.
Ma il "loghion" di Mt. 20,28 utilizza un altro termine greco denso di significato, 'psiché' (corrispondente all'ebraico "nefesh"), che può denotare tanto l'anima quanto la vita corporea, sempre secondo questa concezione dell'unità psicofisica dell'individuo umano.
"Il Figlio dell'uomo dà la propria vita…..". Se Gesù avesse inteso un riflessivo "se stesso", il suo, forse, sarebbe apparso un dono puramente simbolico. O quanto meno il versetto si sarebbe caratterizzato per imprecisione e vaghezza. L'altra espressione, da prendere in esame, é : 'per molti'. In greco suona : "antì pollòn". Romano Penna osserva che il medio Giudaismo non conobbe mai un'interpretazione messianica individuale ( 14 ).
Si può dire che l' aggettivo pronominale "molti" si riscontra solo tre volte in Is. 53, 11 -12 (15).

"Il giusto mio servo giustificherà molti…Perciò egli erediterà molti….Egli portava il peccato di molti".

Come si può constatare, la preposizione "antì" ( "per" ) é assente in questo versetto di Isaia, ma in quello matteano esprime una sostituzione ( "al posto di" ), che può anche implicare un atteggiamento di favore ( "a favore di" e, se associato a "pollòn", denota una funzione logica di vantaggio ) ( 16 ).
Se il 'loghion' risulta essere "gesuano" nella sua autenticità, ci troviamo di fronte ad una presa di coscienza del Cristo circa la destinazione "ad extra" delle sue sofferenze ( 17 ).
Ma perché Gesù ha detto "per molti" ( in greco "antì pollòn" ) e non "per tutti" ?
La preposizione 'per' usata nel versetto, associata a 'molti', esprime anche una funzione logica di estensione'. E' assodato che tanto "molti" quanto "tutti" si riferiscono agli esseri umani. Ed é importante rifletterci un poco.
Una volta scontato il 'carattere redentivo di questa dichiarazione di Gesù', che cosa ha voluto intendere, dal punto di vista dell'estensione quantitativa, con quel "per molti"? Offre la propria vita per tutti o solo per alcuni ?
Anche su questo punto controverso si é soffermata la polemica protestante-cattolica. Quella di Gesù é una redenzione universale ( come sostiene il Magistero ufficiale della Chiesa cattolica ) o limitata ( com'era per Lutero e Calvino ) ? Il termine 'molti' non sembra escludere la totalità.
Si può anche avanzare l'ipotesi armonizzabile con la posizione cattolica, secondo la quale molti corrisponderanno all'iniziativa divina di salvezza, ma non tutti ( infatti i dannati si autoescludono dalla Redenzione ). Gesù, nella sua natura divina, avrebbe previsto i comportamenti dei contemporanei e dei posteri.
Inoltre l'assenza di ogni riferimento alla resurrezione o ad "una qualche forma di superamento della morte" sembra propendere a favore della arcaicità del su citato "loghion" ( 18 ).



NOTE :


1) ROMANO PENNA, "I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizi e sviluppi della cristologia
neotestamentaria", vol. I ( Gli inizi ), Edizioni San Paolo, 1996, p. 4;
2) op. cit., pp. 9 -10;
3) op. cit., pp. 7- 30;
4) op. cit., p. 154;
5) op. cit., p. 154;
6) op. cit., p. 159:
7) op. cit., p. 159;
8) alcuni studiosi ritengono che il 'Testamento dei XII Patriarchi' non sia un apocrifo dell'A.T.,
ma lo scritto di un giudeo-cristiano;
9) op. cit., p. 161;
10) op. cit., p. 162;
11) op. cit., p. 162;
12) op. cit., p. 163;
13) si tratta della posizione espressa da S. Tommaso d'Aquino che riprende la concezione
aristotelica dell'uomo come unità di due principi sostanziali, l'anima e il corpo.
14) op. cit., p. 163;
15) op. cit., p. 164;
16) op. cit., p. 164;
17) op. cit., p. 164;
18) op. cit., p. 162.



PER UNA ‘TEOLOGIA DELLA CROCE’




La festività pasquale ci induce ad approfondire questa riflessione sulla 'Croce' e sulla 'Crocifissione' .

Con l'aiuto di un libro che il curatore del sito consiglia di leggere, curato da Gerard Rossé, dal titolo "Maledetto l'appeso al legno. Lo scandalo della croce in Paolo e Marco", edito da Città Nuova 2006, si puntualizza l'attenzione su due caratteristiche della 'crocifissione di Gesù' : il 'grido di abbandono' e la 'maledizione a chi viene appeso al legno' ( Gal. 3,13; si cfr. Dt. 21, 22-23 ).

Sia l'evangelista Marco che l'Apostolo delle Genti sottolineano un crudo realismo con il quale é avvenuta la morte del Cristo.

E' importante, adesso, soffermarci sul primo di questi due aspetti :


"E all'ora nona Gesù gridò con gran voce : Eloì, Eloì, lemà sabachtani, che
é tradotto : Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato ?" ( Mc. 15, 33; si cfr. Mt. 27,46 ).


Questa esclamazione, pronunciata dal Messia che agonizza, é terrificante.
Essa esprime una domanda fatta nel più atroce dei tormenti : "perché ?". Perché tutto questo ? Che senso ha un patire così ?
Questi versetti racchiudono la più sconvolgente autorivelazione della 'umanità di Gesù', limitata ed impotente di fronte a tutto il creato e al suo Autore, umiliata e ferita in tutti i modi.
Non si tratta tanto di un domandare dubitativo, in quanto Gesù ha accettato volontariamente il suo destino di morte violenta, anche se si dà un sussulto dell'Io carnale che intende prevalere su quello razionale, rivelando una 'agonìa interiore' che si prolunga fino all'atto finale del decesso.
La sofferenza psicofisica di Gesù é arrivata al culmine della sopportabilità.

La morte per crocifissione ( come pure quella per impalatura, praticata dai popoli della steppa e dai Turchi nel passato ) é la più orribile soprattutto se é lenta e se si accompagna al dolore acuto per le lesioni nervose procurate dai chiodi, per le continue emorragie e per l'inevitabile soffocamento dal punto di vista respiratorio. Per non parlare dell'immane stress emotivo dovuto alla paura di ogni continuo spasimo e all'impotenza di fronte ai dileggi dei persecutori…..Ma diventa ancor più penosa, a causa della rivelazione di una circostanza da far spavento : l'assenza di Dio. La 'coscienza umana di Gesù' sperimenta il 'nulla' che é, quanto dire, il fondo della derelizione di ogni essere.
Rossé riporta nel suo libro queste parole : "l'abbandono sperimentato da Gesù sulla croce appare innanzitutto come un 'abbandono oggettivo' che consiste nell'essere stato sottomesso al potere mortifero dei suoi avversari senza che il Padre intervenga per liberarlo…Tuttavia, quest'abbandono oggettivo comporta anche un 'aspetto soggettivo' legato ai suoi effetti nella coscienza umana di Gesù" ( 1 ). L'essere abbandonato nelle mani dei peccatori viene percepito come l'essere abbandonato da Dio. E la 'morte' e gli 'inferi' sono gli opposti della 'vita', essendo Dio il 'Vivente' per eccellenza. E Dio non risponde, perché non può rispondere di fronte al 'male' in tutta la sua seria e distruttiva concretezza.
I suoi "nemici" stanno trionfando. Gesù lo sa, ma si astrae da questo contesto e fissa la sua attenzione sul proprio rapporto, unico, con il Padre.
Il momento più tragico lo esprime quando chiama il Padre non con il termine affettuoso di "Abbà", ma con quello di "El", "Dio". Egli sembra non avvertire più l'intimità con il Padre celeste e lo considera lontano e totalmente distaccato da lui. I lamenti di Gesù non sono, però, quelli di un disperato come Giuda Iscariota o quelli del "cattivo" ladrone che maledice Dio, optando per una scelta definitiva di perdizione. Cristo si convince che il Padre l'abbia abbandonato, ma continua a rinnovargli l'amore, la fiducia e la speranza che con la sua morte non finisce tutto. Anche il "buon" ladrone sa che sta morendo, si pente amaramente dei suoi delitti, accetta questa pena come frutto della propria responsabilità, si aggrappa con fiducia a Gesù supplicandogli di "non dimenticarlo" ed offrendogli una prova di amore.
Gesù, tuttavia, rivendica questa intimità con il Padre quando grida "Dio mio, Dio mio,…." e quel "mio" é troppo forte ed intenso.

Ma Dio sembra averlo proprio abbandonato.

Egli non é lontano o completamente assente come si convince l'uomo Gesù.

Dio ha sperimentato, a suo modo, una 'morte', un 'abbandono', la totale 'derelizione'. Sembra essersi, per così dire, "estraniato" da se stesso.
Ed é incredibile questo mistero e l'evangelista Marco non offre una semplice cronistoria dell'evento della Passione. Certo, fa una descrizione di quello che sta accadendo al Messia, ma la fa all'interno di un punto di vista interpretativo e, quindi, di una 'precomprensione di fede'. Scrive un vangelo solo per i credenti perseguendo anche un intento mistagogico, cercando di "aprire l'intelligenza della fede del lettore ad una rivelazione grande come grande é il Mistero divino dal quale emana" ( 2 ).

Lo 'scandalo della croce' sta tutto qui ! E' sensato per un ebreo o per un pagano accettare il 'concetto cristiano di Dio' ? ( 3 ) . Difficile dirlo "sensato".

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Ma lo 'scandalo della croce', di primo acchìto, impressiona più la coscienza ebraica che non quella ellenica.

"Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso male-
dizione per noi, come sta scritto : Maledetto chi é appeso al legno ! " ( Gal.3,13 ).



Lasciamo il lavoro agli esegeti stabilire, con molta approssimatività, se la citazione deuteronomica sia relativa ai crocifissi o agli impiccati o ad entrambe le due categorie di condannati a morte. Una cosa é certa : può essere "appeso al legno", da parte dei massimi custodi della Legge di Mosé ( le autorità religiose ebraiche ), chi cade sotto la sanzione della Legge espressa nel Deuteronomio :

"E se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l'avrai messo a
morte e appeso a un legno ( albero ), il suo cadavere non dovrà rimanere tut
ta la notte sul legno,ma lo seppellirai lo stesso giorno,perché l'appeso é una
maledizione di Dio,e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti
dà in eredità" ( Dt. 21, 22-23 ).


Si tratta di una disposizione tanto rigorizzata quanto elasticizzata dal Giudaismo a seconda delle e poche.

Tre cose vanno assodate : a) il territorio palestinese é luogo santo e non va contaminato; b) il colpevole deve essere punito per grave, anzi gravissima, violazione della Legge di Mosé; c) deve essere punito dalle autorità religiose legittime di Israele. A prima vista non sembra avere molta rilevanza la questione se il brano biblico si riferisca alla croce o ad un palo qualsiasi o all'impiccagione.

Gesù di Nazareth incorre in queste tre condizioni.

Si badi bene che la norma deuteronomica, all'epoca di Gesù, soprattutto per
quello che si é potuto appurare dai papiri di Qumran, risulta essere osserva
ta solo per alcuni reati gravissimi, come il tradimento contro Israele o il rifu
gio presso i Gentili di un condannato a morte ( colpa che comporta il rinnega
mento della propria fede ).



I Manoscritti del Mar Morto prevedono che, per alcuni reati, vi sia la crocifissione comminata dalle autorità ebraiche.
Quindi, anche l'Israele dell'età preromana conosce lo strumento della 'crocifissione'. Giuseppe Flavio, nel suo scritto "Antichità giudaiche" ( del 93 dell'E.V. ), documenta un supplizio riservato dal sovrano della dinastìa degli Asmonei, Alessandro Ianneo ( I secolo prima E.V. ), contro un certo numero di Farisei.

Gli Ebrei, probabilmente, hanno assimilato una tale forma di supplizio dai dominatori persiani.

Non per questo tutti i crocifissi, soprattutto quelli per opera dei Romani
perché rivoltosi o briganti, sono maledetti, ma solo quelli per i reati pre
visti dalla Legge mosaica.


Ora aggiungiamo il reato gravissimo di bestemmia come quello di farsi 'Figlio di Dio', rivendicando l'uguaglianza con Lui, e per Gesù di Nazareth il gioco é fatto. E' ineccepibile constatare la massima violazione della Legge dal punto di vista degli osservanti israeliti.

Il confronto tra i Sinedriti e il Galileo deve essere vinto dai primi costi quel che costi. Solo facendo morire il sedicente Messia, le autorità religiose israelitiche possono garantirsi la protezione di Dio, la loro legittimazione presso il popolo e la sopravvivenza del loro culto esteriore per la Legge mosaica.
Ma facendolo morire in modo conforme alla disposizione deuteronomica.

Ed é probabile che questa consapevolezza di risultare "maledetto da Dio" l'abbia anche Gesù una volta crocifisso. Questo spiegherebbe il senso di disagio, di smarrimento e di dolore nel "sentirsi abbandonato da Dio".

La 'Resurrezione', successivamente, sconvolge una logica umana che si basa su questo sillogismo : Gesù ha violato la Legge facendosi Figlio di Dio; é stato condannato alla crocifissione in base ad un tale reato cadendo sotto la maledizione della Legge; dunque é morto ed é maledetto, e il suo messaggio di redenzione si é rivelato un'impostura.

La 'Resurrezione' vanifica, invece, il teorema infallibile di chi detiene il potere sulle masse.

Ma se la Legge é santa, in quanto proviene da Dio, e Paolo di Tarso, nella Lettera ai Romani, riferisce ai credenti che essa é buona, allora come si spiega che Gesù sia incorso nella 'maledizione della Legge' ?

Ed essendo lui risorto, ciò non ha vanificato la 'Torah' ?

Come Paolo di Tarso affronta questo apparente paradosso, questo problema teologico ?
Anche l'Apostolo dei Gentili ritiene che Gesù sia incorso nella 'maledizione della Legge', ma non nella maledizione di Dio, come la pensano i nemici giurati del Vangelo.
Egli utilizza la suddetta citazione deuteronomica, affermando che :

"Gesù crocifisso subisce la maledizione della Legge e si trova così in totale solidarietà con l'uomo sotto la Legge, per riscattare dalla maledizione chi é sotto la Legge" (4).

Cristo crocifisso 'scandalo per i Giudei', quindi. Come si può ammettere l'Inviato di Dio o l'Unto di Dio, morto per crocifissione e, pertanto, incorso nella 'maledizione della Legge' ?

Per i Sinedriti non vi sono dubbi. Occorre non solo uccidere il personaggio, ma farne scomparire anche il "mito". Fanno sigillare il sepolcro dalle loro guardie e, una volta riscontrata la tomba vuota, essi gridano al trafugamento della salma da parte dei discepoli.
Le difficoltà che Paolo incontra nell'evangelizzazione dei Gentili non sono molte e massime a differenza di quelle prospettate dai suoi connazionali, a proposito dello 'scandalo della croce'.

Un documento cristiano del II secolo, a firma di Giustino di Sichem, autorevole Padre della Chiesa, riferisce una opinione diffusa tra i Giudei di quel periodo (5). L'avversario -l'ebreo Trifone- gli ribatte :

"Colui che voi chiamate Cristo fu senza onore, né gloria, tanto da
incorrere nell'estrema delle maledizioni previste dalla Legge : fu
infatti crocifisso" ( Dial. 32,1; 89, 2 ).



Insomma : un "urto teologico intollerabile" per l'antico Giudaismo.




NOTE :

1. : GERARD ROSSE', "Maledetto l'appeso al legno. Lo scandalo della croce in Paolo e in
a. Marco, pp. 43-44;
2. : op. cit., p. 44-45;
3. : op. cit., pp.50-53.
L'evangelista Marco riferisce un dettaglio a proposito della crocifissione di Gesù : quello di una
improvvisa confessione di fede da parte del centurione romano in una ipotetica natura divina
del giustiziato ( Mc. 15,39 ). Non ci troviamo, però, di fronte ad una confessione di fede cristia
na "ante resurrectionem". E questo prescindendo dal fatto se il militare sia un pagano o un con
vertito al Giudaismo ( proselita se circonciso o 'timorato di Dio' in quanto abbia accettato solo la
credenza monoteistica ). "Davvero, quest'uomo era figlio di Dio !". Il verbo nella frase viene mes
so all'imperfetto ( =era ). Inoltre manca l'articolo ( =figlio di Dio ). Come interpretare allora que
sto versetto ? Per Marco questa esclamazione deve rafforzare la fede dei credenti nella natura
divina di Gesù, quasi a sottolineare che la fede deve passare attraverso il riconoscimento di un
"incomprensibile" ma reale paradosso, nel cammino di croce e di resurrezione del Messia. Quel
lo che ha stupito il centurione romano é stato il modo in cui Gesù muore : cioé proclamando "la
sua filiazione divina nell'impotenza dimostrata dal suo morire".
4. : op. cit., p. 12;
5. : op. cit., p. 13.



I TITOLI DI GESU’



Per ‘Teologia Fondamentale’ si intende quella disciplina teologica che prende in esame la credibilità della ‘Rivelazione’, della Rivelazione pubblica culminata nella persona di Gesù Cristo Figlio di Dio, depositata nelle Sacre Scritture dell’Antico e Nuovo Testamento e nella Tradizione, custodita dalla Chiesa Cattolica che interpreta le due fonti per mezzo del suo Magistero.

Una ‘credibilità’ logica quindi da fondare e consolidare.

Non si tratta di dimostrare l’esistenza di Dio ( o la non-esistenza ), o dichiararsi agnostici al riguardo, perché questo é compito della pura ‘filosofia’. E quest’ultima é comune a tutti, credenti e non-credenti.
Non si tratta neanche di riflettere su alcuni misteri del Cristianesimo ( come la Trinità, l’Incarnazione, lo Spirito Santo, la Vergine Maria, le realtà ultime e finali, gli Angeli, ecc. ), in quanto ciò é oggetto della Teologia sistematica nelle sue più differenti ramificazioni (Cristologia, Teologia trinitaria, Pneumatologia, Mariologia, Escatologia, Angelologia, ecc.).
Studiare la ‘Rivelazione’ significa considerare la possibilità di una irruzione del ‘Soprannaturale’ nella nostra storia, sottolineare la non-assurdità a livello di ragione di questa presenza operante di Dio. Presenza che avviene attraverso alcuni “canali” come la ‘visione’, la ‘profezia’, il ‘miracolo’.
Punto di partenza per una teologia fondamentale rinnovata é l’esame sia del documento del Concilio Ecumenico Vaticano II sulla ‘Rivelazione’, la ‘Dei Verbum’ promulgata nel 1965, sia dei pronunciamenti del Magistero pontificio (si cfr. l’enciclica “Fides et Ratio” del 1997).

A conti fatti, la ‘teologia fondamentale’ non é una disciplina nuova. Qualche secolo fa prendeva il nome di ‘teologia apologetica’, orientata verso la difesa non tanto contro una peculiare deviazione dottrinale, quanto piuttosto contro gli orientamenti razionalistici che miravano ad impugnare la possibilità di una rivelazione soprannaturale.
Orientamenti razionalistici i cui frutti sono ancora oggi l’ateismo, l’indifferentismo, l’agnosticismo, il libero pensiero, il materialismo in tutte le più svariate sfaccettature.

Anche la ‘cristologia fondamentale’ può essere ritenuta una branca della teologia fondamentale, ricevendo maggiore sviluppo nel contesto dei dibattiti intorno alla ‘storicità dei Vangeli’, su una reale o presunta identità del Gesù della storia con il Cristo della Fede’ e sull’evento storico-soprannaturale della ‘Resurrezione di Gesù’, fondamento della fede dei credenti (si cfr. il versetto paolino : “Se Cristo non é risorto, vana é la nostra predicazione e vana la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio” in 1 Cor. 15,14s ). E su questo terreno la cristologia fondamentale deve confrontarsi con i risultati ai quali perviene la ‘esegesi biblica’ che ha un orizzonte di ricerca più limitato che consiste tanto nel provare la ‘storicità dei Vangeli’ , quanto nello scoprire l’autenticità delle citazioni e dei discorsi attribuiti al Gesù storico (o, meglio, al Gesù terreno pre-pasquale), rispetto a quello che gli hanno attribuito i credenti.

La ‘cristologia fondamentale’ non é esaustiva del problema e del mistero di ‘Gesù Cristo’. L’oggetto della nostra fede lo si può vagliare attraverso alcune prospettive e si avranno, pertanto, anche una ‘cristologia biblica’, una ‘cristologia dogmatica’ e, perfino, una ‘cristologia filosofica’ ( che evidenzierà l’incidenza della figura e del messaggio di Cristo nella vita e nel pensiero dei più grandi luminari della storia della filosofia ).
Sulle possibilità di una fondazione di quest’ultima disciplina sorgevano, già in epoca non sospetta, maggiori riserve e preoccupazioni.
Se si desse veramente una cristologia filosofica, allora tutti ( anche i non-cristiani ) potrebbero pervenirvi. Cosa avremmo ? Una rivelazione ridotta ai limiti della ragione ? **** Il ‘mistero di Cristo’, pertanto, non risulterebbe più un dono dall’alto, ma una conquista dal basso. Tuttavia, non é in quest’angolatura che si muovono gli studi di padre Xavier Tilliette S. J., entusiasta promotore di questa disciplina.
Abbiamo a che fare, quindi, con la stessa domanda cristologica che si può formulare nella duplice maniera : “Chi é costui ?” ( Mc. 4,41 ); “E voi chi dite che io sia ?” ( Mt. 8, 29 ).
La ‘cristologia fondamentale’ , nutrendosi degli apporti della ‘esegesi biblica’, può anche parlarci del Gesù pre-pasquale al di là del Cristo della Fede, non nel senso dei razionalisti che miravano a dissolvere il secondo aspetto del problema “Cristo”, ma neanche nel senso dei fideisti radicali alla Rudolf Bultmann che miravano, invece, a vanificarne il primo. Bensì nel garantire l’autenticità delle espressioni e dei detti del Gesù pre-pasquale rispetto a ciò che gli viene attribuito dagli Apostoli, nel loro annuncio kerygmatico, e dalla primitiva comunità dei credenti. E, nello stesso tempo, garantire la continuità (e l’identità) tra il Gesù pre-pasquale e il Cristo post-pasquale e del kerygma apostolico.

Ora é possibile sceverare una cristologia allo stato germinale o, per meglio dire, virtuale da parte dell’esegesi biblica ? Quali dati fondamentali i vangeli canonici offrono sulla storia di Gesù di Nazareth su cui riflettere ?
Uno studioso spagnolo, Salvador Pié-Ninot (1), ne ravvisa alcuni: “insegnava con autorità” ( Mt. 7,29 ), “profeta potente in opere e parole” ( Lc. 24,19 ), “e voi chi dite che io sia ?” (Mc. 8, 29) con i titoli di Gesù ( ‘Messia’ – ‘Cristo’ , Figlio dell’uomo, ‘Figlio’, ‘Signore’ ). Questa prima analisi conduce alla conclusione che il Cristo viene condannato a morte in quanto “Re dei Giudei” (Mt. 27,37; Mc. 15, 26; Lc. 23,38; Gv. 19, 19).
Questa fase iniziale della cristologia si evince dalle impressioni suscitate sui contemporanei da Gesù di Nazareth durante la sua breve parentesi terrena.

Per quanto concerne il primo dato, la tradizione sinottica utilizza un termine greco, “exousìa”, che racchiude una gamma di significati ( una “plenitudo potestatis”, una pienezza di poteri, autorità, capacità, forza ). Luca cita più volte un altro termine greco, “dynamis” che significa, per l’appunto, “forza”. Gesù possiede un’autorità e una forza tali da perdonare i peccati e purificare il Tempio, prerogative che appartengono solo a Dio. Perfino gli Scribi e i Farisei rimangono scandalizzati per questo “potere” di Gesù, del quale attestano una natura e una origine misteriose. Fino ad accusarlo di essere un operatore di forza con l’aiuto di Belzebuub. Con la Resurrezione Gesù si appropria di un potere immenso nel cielo e sulla terra ( Mt. 28,18 ).

La tradizione sinottica e il Vangelo secondo Giovanni sottolineano come l’autorità di Cristo si avverta nella sua immediatezza e nella sua autenticità.
Questa ‘autorità’ si rafforza nell’uso dell’Io stilizzato, dove Gesù si mostra protagonista a tutti i livelli della storia, in un confronto critico ma costruttivo con tutta la tradizione ebraica a lui sia precedente sia contemporanea. Ed é palese in espressioni del tipo : “vi é stato detto, ma Io vi dico” , “in verità Io vi dico”. Per non parlare di altre citazioni che ricorrono spesso nel Quarto Vangelo, come gli “Egò eimì” ( cioé ‘Io sono’ ) che, secondo gli esegeti, corrisponderebbero all’ebraico “JHWH”, cioé il Nome stesso del Dio d’Israele.
Però, nel Quarto Vangelo si riscontrerebbe una cristologia più esplicita, dovuta ad una rilettura degli eventi della vita di Gesù con una comprensione maggiore di fede riguardo non solo alla sua origine divina, ma anche alla sua uguaglianza con il Padre. Maggiore di quella provata dagli stessi Apostoli anche all’indomani della Resurrezione.
Il Pié-Ninot (2) asserisce che Gesù offre una parola interpellante in forma incondizionata, ma anche condizionante una chiamata o un rifiuto addirittura decisivi. Chi riesce a carpire la dimensione carismatica della sua ‘parola’, si pone alla sequela del ‘Maestro’. Gesù, attraverso la sua parola, esibisce una “capacità di intuizione diretta e naturale propria del maestro di sapienza” ( 3 ).
Gli Evangelisti sottolineano, inoltre, la sua relazione di intimità con il Padre, denominato in lingua aramaica ‘Abbà’ . Le espressioni aramaiche riportate nei testi greci dei quattro vangeli canonici sono un argomento a favore dell’autenticità dei detti, in questa lingua semitica, attribuiti al Cristo.

Per quanto concerne il secondo dato, Gesù esprime questa autorità avvalendosi del concetto di ‘profeta’ , però non alla maniera di quelli veterotestamentari, ma in quanto si propone quale ‘profeta definitivo, cioé escatologico’ . Si tratta di una categoria cristologica, quella del ‘Profeta’, più primitiva perché risalente all’epoca del ministero pubblico del Nazareno. Non staremo a citare i passi dei vangeli canonici al riguardo. Gesù, in più di una occasione, stabilisce dei paralleli tra la sua persona e i profeti dell’Antico Testamento.
Inoltre, rivendica a sé l’attribuzione del carisma profetico, ma lo intreccia sempre con i temi del ‘giusto perseguitato’ e del ‘servo sofferente’ che ricorrono in alcuni passi dell’A.T.

Veniamo al terzo punto. “E voi chi dite che io sia ?” ( Mt. 8, 29 ). Con la sua ‘autorità personale e messianica’ Gesù si presenta ai propri interlocutori, ma già i suoi contemporanei ci danno al vivo la loro percezione del mistero che racchiude questo personaggio. Gesù sembra sfuggire ad ogni categorizzazione, quasi per sottolineare la sua indipendenza e la sua inafferrabilità. Non rifiuta, tuttavia, le diverse denominazioni che i suoi interlocutori, primi tra tutti i suoi discepoli, lo intendono ma non lo esauriscono.
Risulta essere chiaro che i nomi di ‘Messia’, Figlio dell’uomo, ‘Figlio di Dio’, ‘Signore’ , sono già ricorrenti nel ministero pubblico del Nazareno, ma saranno rivalutati in una forma nuova dopo la Pasqua di Resurrezione, fino a divenire, con l’eccezione di “Figlio dell’uomo” che scompare, vere e proprie ‘confessioni di fede’.
La “Terza Fase della Ricerca Storica su Gesù”, chiamata anche “Third Quest”, avviata a partire dal 1985, ha finito per esasperare il ‘giudaismo di Gesù’, per cui il Rabbi di Nazareth non sarebbe assolutamente concepibile all’infuori dell’ambiente religioso dell’ebraismo palestinese del suo tempo. Il confronto dei vangeli canonici con i testi qumranici é d’obbligo. E’ chiaro che in questa ‘operazione storiografica’ il ‘messianesimo’ diviene la categoria imprescindibile e dominante.
E’ plausibile che gli Apostoli, inizialmente, abbiano seguito il loro Maestro, perché convinti della sua messianicità ( e Pietro lo dimostra in Mt. 8, 29 ), ma che non raggiunge il peso decisivo che avrà nel kerygma apostolico dopo la Pentecoste. I discepoli di Gesù intendono, inizialmente, la ‘messianicità’ in senso ancora politico, come il Re-Unto della Casa di Davide. Forse Pietro ha avuto un’idea diversa di Gesù rispetto a quella dei suoi compagni ? E’ possibile.
Ma sarà questa interpretazione fatta propria dai contemporanei del Galileo, vista come una minaccia per la teocrazia del Tempio e per l’equilibrio con la potenza politica occupante (l’Impero romano), che lo farà cadere in disgrazia.
Negli studi esegetici del passato non si era convinti del fatto che Gesù si attribuisse la qualifica di ‘Figlio di Dio’ in un contesto messianico. Però un testo aramaico di Qumran (4Q246) cita, con i nomi di ‘Figlio di Dio’ e di Figlio dell’Altissimo, una figura misteriosa inserita in un contesto escatologico ( 4 ).
In sintonia con un filone teologico apocalittico del proprio tempo, é verosimile che Gesù abbia avuto la consapevolezza di incarnare questa figura misteriosa, denominandosi semplicemente ‘Figlio’ e rivendicando una conoscenza ed una intimità con il ‘Padre’ chiamato ‘Abbà’.
Anche il vocabolo greco ‘kyrios’ che significa ‘signore’ racchiude molte accezioni. Lo si può intendere nel senso di un trattamento di cortesia, fino al titolo di ‘maestà’ ( 5 ). Non si può escludere un’evoluzione di significati della stessa parola.

Si può dire che é possibile delineare un certo ritratto del Gesù pre-pasquale, ma anche i più arditi sforzi degli esegeti non riescono a penetrare, più di tanto, il nocciolo duro del mistero di questa affascinante personalità. Sebbene si riesca ad offrire molte posizioni di plausibilità storica riguardo a certi detti, espressioni, attributi, discorsi del Gesù pre-pasquale ( che pure si rafforzano ), il profilo risulterà sempre approssimativo.
Secondo Pié-Ninot ( 6 ), la ‘ricerca storico-critica’ può offrire allo studioso di teologia fondamentale questi risultati :

Gesù di Nazareth, battezzato da Giovanni, si circondò di discepoli e costituì un gruppo di ‘dodici’; proclamò il Regno di Dio, fu taumaturgo, vicino al Dio-Abbà, critico verso il Tempio, fece una cena di commiato con i suoi discepoli, fu crocifisso come ‘re dei giudei’, fu attestato come vincitore della morte e la sua memoria fu perpetuata dai suoi discepoli individuati come la fazione (?) dei nazareni, riconosciuti in seguito come ‘cristiani’, perché lo confessavano come Cristo, il Messia di Israele.

Ma l’approccio storico-critico, come abbiamo detto, al Gesù dei Vangeli rimane limitato.

Con la ‘crocifissione’ si attesta il carattere unico, originale ed estremamente paradossale di questo messianesimo che finisce per smentire le aspettative dei contemporanei di Gesù. La sua morte sconcerta gli Apostoli, per i quali il ‘Messia’ doveva vivere in eterno secondo una convinzione apocalittica allora diffusa.

Si tratta di una cristologia allo stato germinale ma imperfetta, suscettibile di ricevere uno stimolo ulteriore e decisivo con la ‘Resurrezione’ che approfondirà il tema messianico in una dimensione nuova dove sarà sovrana la distinzione e, perché no, la separazione della religione dalla politica, contrariamente all’orizzonte culturale ebraico del tempo.



NOTE :

****Parafrasando il titolo di un celebre volumetto di Kant, “La religione ridotta ai limiti della ragione” del 1793.

1)Salvador Pié – Ninot, “Teologia fondamentale. ‘Rendere ragione della speranza’” ( 1 Pt. 3,15 ), Queriniana, 2002, pp. 370 – 387 );
2)idem, p. 373;
3)idem, p. 373;
4)idem, p. 383;
5)idem, p. 384;
6)idem, p. 384.


Che i quattro vangeli canonici non abbiano un carattere storiografico e non siano fonti neutrali ciò é risaputo. Gli episodi che concernono il Gesù terreno vengono narrati all’interno di un’angolatura teologica, derivante dalla fede nella Resurrezione, da parte della comunità cristiana primitiva. Vale a dire che i redattori dei quattro testi biblici neotestamentari hanno riletto quegli episodi alla luce della loro prospettiva di fede. Non si può misconoscere in essi una loro ottica interpretativa. Però, da qui a sostenere la posizione espressa da Friedrich Nietzsche, secondo la quale “i fatti sono interpretazioni”, ce ne corre. Da antipositivista convinto, il curatore del sito, tuttavia, intravede limiti alla concezione antipositivistica dell’oggettività del fatto storico ( e anche storiografico ), formulata dal celebre intellettuale tedesco del secolo XIX.
Soprattutto se la si confronta con i vangeli canonici. C’é sempre in essi un nocciolo duro, come la presenza di episodi e di citazioni che, per il loro carattere oscuro ed enigmatico, resistono a qualsiasi interpretazione, tali da essere definiti un pò come la “croce degli interpreti” anche di oggi. Perfino agli Apostoli, dotati di capacità di discernimento superiori a partire dalla Pentecoste in poi ( almeno come riteniamo noi da credenti ), e agli Evangelisti risultavano misteriosi ed oscuri. Tuttavia si può constatare il senso di onestà e di sincerità nei quattro redattori nel riportare fedelmente quanto detto o attribuito a Gesù anche in questo caso.
Ci si chiede : che interesse avrebbe avuto la Chiesa primitiva inventarli ? Perché creare “zone d’ombra” e “apparenti” incongruenze che mal si conciliano con un criterio di coerenza logica ?
Questa constatazione ci può indurre ad ammettere che l’incomprensione, per esempio, di alcuni termini toglie terreno all’ipotesi di qualsiasi tentativo di invenzione o di interpolazione posteriori.



IL 'PROFETA ESCATOLOGICO'




Attacco frontale alla fede ? Il libro di Corrado Augias e di Mauro Pesce, "Inchiesta su Gesù", fa ancora discutere. E' preoccupante il dato di disorientamento di molti credenti, attestato da alcune riviste cattoliche. Il primo é un affermato conduttore televisivo. Il secondo é un esperto di storia della Chiesa antica.
I più sprovveduti tra i cattolici fanno proprio l'assioma "ipse dixit" ( "l'ha detto lui !" ). Pertanto -così pensano- Augias e Pesce meritano un'attendibilità maggiore, vista la loro serietà e la rigorosa indagine che conducono sulle fonti bibliche neotestamentarie. Maggiore, perfino, di quella offerta dagli studiosi accreditati presso le gerarchie ecclesiastiche e in sintonia con le linee del Magistero ufficiale della Chiesa romana.
L'autore non ha letto il libro, ma certamente confessa di non nutrire alcuna simpatia verso quegli storici di professione, atei o agnostici o laicisti che siano, "grandi luminari dei nostri gloriosi atenei statali", che intendono sconfinare dal proprio ambito di ricerca.
"Indagine su Gesù, l'uomo che ha cambiato il mondo". E' un programma impegnativo quello di Mauro Pesce, ma con l'avvertenza che il suddetto non compie più un lavoro da storico, ma da teologo. Perché il tentativo di produrre l'intelligenza della fede spetta proprio alla teologìa.
L'approccio storico-critico al Gesù dei Vangeli é possibile ma é limitato. Della 'morte del Nazareno' si possono investigare le cause prossime, sulla scorta dei Vangeli canonici, delle altre fonti neotestamentarie, di quelle extrabibliche. Difficilmente, o forse addirittura impossibile, col rigore storico si potrà pervenire ad una certezza di tipo matematico.

Le cause della morte di Gesù risultano essere religiose o politiche, o tutte e due assieme ? Dai Vangeli canonici si evince che il Rabbi di Nazareth é morto in base a motivazioni di ordine religioso ( Gv. 19,7 : "si é fatto Figlio di Dio !").
Il "titulus crucis" riporta, invece, queste parole : "Re dei Giudei".
Si tratta di due considerazioni apparentemente armonizzabili. Il procuratore ( o "prefectus" ) della Giudea Ponzio Pilato é convinto che Gesù non sia responsabile di alcun reato di diritto comune ( del resto scagionato anche da Erode Antipa ), ma solo di esprimere una opinione religiosa ritenuta degna di morte dai Sommi Sacerdoti e dagli Anziani d'Israele. E il governatore risulta abbastanza intelligente da comprendere che il "Regno" del quale parla Gesù non é suscettibile di essere inquadrato in categorie politiche. "Il mio regno non é di questo mondo !" ( Gv. 18,36 ), dice il Nazareno. E Pilato, forse, lo ritiene un sognatore, un idealista, un soggetto che fa ricorso a credenze religiose del suo popolo.
I quattro Vangeli mettono in luce la viltà di Pilato che fa morire un innocente per neutralizzare un'accusa di fellonia che lo farebbe cadere in disgrazia presso l'Imperatore del momento, ma anche la malafede dei Capi sinedriti e dello stesso Caifa che ricorrono a questa meschinità per vincere, definitivamente, un confronto che li vede perdenti. Quindi, l'accusa di "essersi fatto Figlio di Dio" é il motivo reale della condanna, ma la qualifica di "Re dei Giudei" é solo una strumentale copertura di cui si serve Pilato per legalizzare una condanna dal punto di vista giuridico.

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La morte di Gesù di Nazareth é un grande mistero, anche se considerata nelle sue cause prossime. Siamo d'accordo, con Pesce, nel sostenere che i Vangeli canonici non sono fonti neutrali. Non ci aiutano a capire granché neanche i documenti extrabiblici, come gli 'Annali' di Tacito e le 'Antichità giudaiche' di Giuseppe Flavio.

E allora perché quest'uomo é stato ucciso ?

Si tratta di un interrogativo validissimo ancor oggi, al quale non può seguire una risposta unica e incontrovertibile da parte degli esegeti.

Stando ai commenti fatti sulla sua "Inchiesta su Gesù", Mauro Pesce tende a dare una interpretazione che rafforza il carattere politico della condanna da parte di Pilato, addossando la responsabilità della morte di Cristo ai soli Romani (Gv. 11,47-53), in netta controtendenza con quanto traspare dalle fonti bibliche neotestamentarie che, invece, rivendicano il carattere religioso di una condanna voluta dai Giudei o, meglio, dai loro più autorevoli Capi ( si cfr. At. 3,11ss. ). Il Vangelo secondo Giovanni, al riguardo, é più esplicito e rimarca una responsabilità collettiva di questo popolo : "Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande !" ( Gv. 19,11 ).
I Vangeli canonici non fanno altro che documentare questa continua tensione tra il Cristo e le autorità giudaiche e alcuni gruppi religiosi influenti ( come i Farisei e i Sadducei ) e non si riesce a raggiungere un punto di equilibrio tra due poli opposti. Il rapporto del primo con i secondi sembra essere di continua provocazione tale da accrescere diffidenza, astio, riprovazione fino all'omicidio deliberato.

I biblisti, cattolici e non, non possono far altro che formulare ipotesi per rendere credibile storicamente una morte sempre annunciata. Poi occorre constatare che una di queste può essere più convincente delle altre. Anche se é difficile poterla confermare, in quanto su Gesù non disponiamo di sicure e molteplici fonti extrabibliche neutrali ed affidabili.

Un'ipotesi abbastanza plausibile può essere questa. I maggiorenti di Gerusalemme, appartenenti all'aristocrazia sacerdotale che controlla il Sinedrio, sono collaborazionisti nei confronti della potenza occupante romana e stabiliscono un rapporto di non ostilità nei confronti dei regnanti di origine idumea ( Erode Antipa tra questi ), "vassalli" dell'Impero. In tale contesto, però, dominano posizioni fortemente conservatrici che emarginano e, all'occorrenza, possono puntare anche alla eliminazione di un anticonformismo risultante loro estremamente dannoso. In questa loro ottica gli Zeloti appaiono come avversari, gli Esseni fortemente discriminati e vessati (ma, per loro fortuna, si trovano relegati in prossimità dei deserti) e, con essi, anche lo stesso Giovanni Battista e i suoi seguaci. Ma il Battista, del quale si attribuiscono poteri profetici, é stato sacrificato sull'altare del capriccio di un sovrano.
Qualsiasi predicazione originale, spesso di carattere apocalittico, é guardata con sospetto e, addirittura, con avversione. E in quest'angolatura che si può situare il ministero pubblico di Gesù di Nazareth imperniato sull'annuncio di un non precisato e definito "Regno di Dio". del quale i segni anticipatori sarebbero quelli che Giuseppe Flavio denomina "opere sorprendenti" ("paradoxon ergon") e che i Vangeli canonici chiamano "miracoli" o "segni" ("semeia").
Gesù si presenta anche nelle qualità di 'profeta escatologico' , figura ricorrente negli scritti apocalittici del tardo Giudaismo e, implicitamente, presente anche nelle fonti bibliche veterotestamentarie.
Non si può trascurare un indice elevato di consensi attorno al personaggio, ma anche la constatazione di delusioni, rifiuti, abbandoni e acrimonie. Gesù -tra l'altro un galileo e, per giunta, supposto figlio di un falegname- può disporre di un seguito di massa e di un cospicuo discepolato. La predicazione di Cristo può anche infervorare tutta la regione della Giudea. Viene qualificato come il 'Messia', altro personaggio abbastanza indefinito, profetizzato già nell'A.T.; ma lo si considera né più né meno come il restauratore del Regno di Israele e di discendenza davidica. Gesù, é da notare, non attribuisce mai questo termine alla sua persona, anche per non incorrere nell'equivoco di essere additato come un capo politico e di vedere snaturata così la sua missione. In quest'angolatura però lo vedono tutti, perfino gli Apostoli e gli altri suoi discepoli :

"Così venutosi a trovare insieme gli domandarono : 'Signore, é questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele ?' " (At. 1,6).

Non dimentichiamo che, presso i popoli semitici (e gli Ebrei in modo particolare), la 'religione' e la 'politica' sono strettamente intrecciate. Eppure Gesù appare evasivo tutte le volte che si presentano situazioni e occasioni in cui viene messo alla prova su questo punto. I Vangeli canonici, é vero, lasciano delle zone d'ombra al riguardo. Quando si pone una domanda in tal senso, non si riesce a cogliere -diciamo- la precomprensione della risposta. E' probabile che Gesù esuli da questo orizzonte mentale, anche per accentuare il senso della misteriosità del personaggio del Messia che egli incarna, della sua non inquadrabilità entro schemi politici. E anche per preparare i suoi interlocutori ad una migliore e più elevata comprensione della sua attività e della sua persona. Un dato sembra essere certo. Gesù mira a distinguere la 'religione' dalla 'politica' e il "Tributo a Cesare" é, al proposito, una testimonianza molto eloquente ( Mt. 22,15-22; Mc. 12,13-17; Lc. 20,20-26 ). I Sinottici insistono molto su questo episodio per scagionare la figura del Rabbi di Nazareth da qualsiasi presunta o reale accusa di sedizione o da qualunque proposito velleitario di presentarsi come un leader politico.
Anche l'episodio delle 'tentazioni' ( Mt 4,1ss.; Lc. 4,1ss. )* ci presenta un Gesù che rifiuta aprioristicamente la prospettiva di una signoria terrena.
Eppure tanti odierni storici della chiesa antica e tanti biblisti non cattolici puntano proprio sulla figura di un Gesù radicale e carismatico rivoluzionario.
E' indubbio che, presso gli ebrei palestinesi ( giudei, samaritani, galilei ), l'orizzonte religioso e quello politico finiscono per coincidere. Occorre una purificazione morale e religiosa, premessa per l'instaurazione di un imminente 'Regno di Dio' escatologico, già proposta da Giovanni Battista. Sì, ma Gesù non sembra condividere questa "fusione di orizzonti" che é propria dei suoi contemporanei. Giusta la definizione di J. P. Meier, "Gesù: un ebreo marginale". La sua predicazione ha un carattere unico, nuovo, inedito, originale ed irriducibile. Sussiste un rapporto di continuità, ma anche di discontinuità con il Giudaismo del suo tempo. Cristo recepisce termini, linguaggio e schemi teologici ricorrenti, ma li carica di significati e di contenuti nuovi.
Alla luce di questa ipotesi può risultare parzialmente comprensibile questo confronto tra il Cristo e i suoi contemporanei, così aperto e dinamico da un lato, ma anche conflittuale dall'altro, con un crescendo di tensioni che vanno da un più o meno ampio consenso di alcune moltitudini, alla delusione provata, al rifiuto e all'abbandono da parte di alcuni discepoli ( addirittura scandalizzati, come si legge in Gv. 6,59-70 ), all'ostilità palese degli Scribi e dei Farisei ( non tutti ovviamente ) contro di lui a proposito del sabato e delle altre prescrizioni mosaiche, fino alla messa a morte premeditata dal Sinedrio, con l'esecuzione da parte di Pilato, con la defezione degli Apostoli, il rinnegamento di Pietro, il tradimento e il suicidio di Giuda Iscariota. Il fatto stesso che egli si sia riconosciuto come "il Cristo, il Figlio del Dio benedetto" ( Mt. 26,63-64; Mc.14,61-62; Lc. 23,66-71 ), sancendo "l'uguaglianza con il Padre" ( si cfr. Gv. 10,30ss; 17,11; 17,21 ), con l'inaspettato sconcerto dei Sinedriti per questa rivelazione, non fa altro che consolidare una condanna già premeditata.




NOTE :

*Naturalmente, nell'episodio delle 'tentazioni', non interessa allo storico accertare se Gesù abbia incontrato veramente un'entità soprannaturale chiamata Satana; oppure asserire che si tratti di una costruzione mitica o di un'immagine letteraria per presentare qualche possibile smarrimento o dubbio nel quale é incorso.
Qualche ambizione politica ma poi superata ? E' vero che, teologicamente parlando, Dio ha sposato la "legge dell'incarnazione", cioé ha accettato la condizione terrena fino in fondo, fino alla morte e alla completa derelizione. Tutto fuorché il peccato e la concupiscenza carnale. Ma come si concilia questo ragionamento con il dato dogmatico di un uomo perfetto, senza reticenze, perplessità, con sicura determinazione, che fa coincidere nettamente la sua volontà creaturale con la volontà di Dio ?




LA PASSIONE DI GESU'



“Anch’io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presen
tato ad annunziarvi la testimonianza di Dio  con  sublimità di parola
o di sapienza.Mi ero proposto di non sapere altro in mezzo a voi che
Gesù Cristo, e lui crocifisso.  E fui in mezzo a  voi  nella  debolezza e
con molto timore e tremore; e la mia parola e  il mio messaggio non
ebbero discorsi persuasivi di sapienza,  ma  conferma di Spirito  e di
potenza, affinché la vostra fede non si basi su una sapienza uma
na
ma sulla potenza di Dio” ( 1Cor. 2, 1-5 ).
 

 
Dalla lettura di questo brano e dagli Atti degli Apostoli si evince l’impegno tenace e rischioso di Paolo di Tarso nell’evangelizzazione della Grecia ( più o meno a partire dal 50 E.V. ), adattando il ‘kerygma apostolico’ alle circostanze più disparate.
Numerosi pagani accolgono il nuovo credo e, rispetto alla popolazione della penisola greca, rappresentano una minoranza considerevole ma non trascurabile.
Divulgare il monoteismo biblico non appare oltremodo difficile, cercando un punto di equilibrio, sull’argomento, proprio con le più avanzate menti speculative tra i Greci ( si cfr. il tema del ‘Dio ignoto’ citato dagli At. 17,23ss. ). L’idea, poi, di una ‘incarnazione divina in un uomo’ risulta abbastanza carezzabile da un popolino ignorante e superstizioso, suggestionato dalla mitologia.
Può quindi esserci un terreno fecondo per una nuova predicazione su questi due assunti : il ‘monoteismo’  e la ‘incarnazione divina’ .
 
                                                           ***********
 
Ma il “nodo dolens” dell’annuncio di Paolo é questo : come presentare ai Gentili il Cristo crocifisso e risorto ? L’Apostolo é così convinto della novità e della straordinarietà di quanto predica che, nel famoso ‘Discorso all’Areopago di Atene’ ( At. 17,16–33 ), omette il primo corno del dilemma, ostentando apertamente la credenza nella resurrezione della carne.
Lo sconcerto é grande !  E la commiserazione é più o meno totale proprio da parte degli intellettuali.
 
Dunque : una sconfitta riportata dal ‘kerygma apostolico’ ?
 
Ma, quasi a riscattarsi, l’annuncio deve esclusivamente contare sulla ‘potenza di Dio’ e non fondarsi troppo sulle capacità dell’uomo, fino al punto da pregiudicare la incolumità personale dell’evangelizzatore.
 
E così Paolo, rivolgendosi ai pagani, deve rivedere il proprio programma nell’esposizione dell’annuncio della Buona Novella. Tutto deve vertere, per il momento, non più sul Dio unico e sull’Incarnazione, ma sul
‘Cristo crocifisso’ .
 
Come lui stesso puntualizza :
 
 
                    
“Poiché infatti nel disegno sapiente di Dio, il mondo non conobbe Dio
                            con  la  sapienza,  piacque  a  Dio di salvare quelli che credono con la
                            stoltezza della predicazione.  E mentre i Giudei chiedono dei miracoli
                            e i Greci cercano la sapienza,  noi predichiamo Cristo crocifisso, scan
                            dalo per i giudei, stoltezza per i pagani ; ma per i chiamati,sia Giudei
                            sia Greci, é Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio”  ( 1Cor.1, 21-25 ).
 
 
Non ci sono dubbi. E’ da Cristo e soprattutto dalla sua ‘Croce’  che si può comprendere tutto. Cioé : Dio, la creazione, l’uomo, il peccato, la storia di Israele e dei suoi rapporti con le altre nazioni, il giudizio finale…...
 
La ‘Croce’ diviene, pertanto, la chiave di comprensione di qualsivoglia argomento. Paolo non intende snobbare la filosofia o le lettere o le arti,  cioé le espressioni più significative del genio ellenico, ma rivendica una ‘superiore sapienza’ che si contraddistingue per la sua unicità, la sua originalità e, in primo luogo, la sua ‘paradossalità’ . O ci si apre ad essa con la ‘fede’  o ci si autoesclude dalla ‘giustizia’ .
 
                                          ----------------------------------------
 
Le suddette citazioni paoline ci invitano a meditare sul Mistero della Passione di Gesù, cioé sulla serie di eventi che vanno dalla cattura alla morte e sepoltura del Nazareno, e sulla nostra possibile ‘partecipazione mistica’ a tali episodi.
Perché é alla luce di questo grande mistero del dolore e della sofferenza di Cristo ( infatti ‘passione’  deriva da ‘patire’  ) si può rendere intelligibile il ‘mistero della sofferenza umana, personale e collettiva’ .
Nessuna filosofia, nessun indirizzo di pensiero speculativo, riesce a rendere ragione dello scandalo della sofferenza e della morte di ogni persona, come pure a trovare soluzioni per il relativo superamento.
 
Tutt’altro !   Si cerca di eluderlo, di ostracizzarlo, di negargli cittadinanza…..
 
Ma  il  ‘Vangelo’  no !
 
Qualcuno potrà obiettarci che non sono mancati, nell’antichità, pensatori come gli Stoici che hanno inculcato “l’atarassìa”, l’indifferenza rispetto agli eventi e alle passioni, e un più deciso fatalismo. Mentre gli Epicurei hanno detto che “quando noi viviamo, la morte non c’é”.
 
Si tratta indubbiamente -come si può constatare- di insegnamenti unilaterali, deresponsabilizzanti, egoistici, all’insegna di un pessimismo accentuato.
 
Il ‘Vangelo’, invece, fa una constatazione ben diversa.
Il peccato é intrinseco all’uomo in quanto suo prodotto e che lo supera, corrodendone il tessuto della vita civile, ed alimentando una disarmonia interiore in ognuno. Dobbiamo combatterlo, non rinunciando però ad un esercizio ragionevole delle nostre passioni, non disimpegnandoci rispetto alla nostra esperienza quotidiana, all’insegna della forza che sa ispirare la ‘Croce’ .
 
Cioé con un ‘cambiamento di mentalità’, sull’esempio del Galileo che sconvolge ogni logica umana fondata sull’egoismo e sulla sopraffazione.
 
Dare la propria vita per gli altri !   Questo é il nucleo profondo del sacrificio di Cristo che ha voluto che gli altri vivano.
 
In questo articolo vengono presentate alcune meditazioni sulla ‘Agonìa del Gethsemani’  e sulla ‘Crocifissione’, eventi storicamente vissuti da Gesù Cristo e “partecipati” dai credenti, o meglio ‘ri-vissuti intimamente’.
 
Si invita perciò chi legge ad effettuare un percorso interiore.
 
Per esempio : quali immagini suggerisce l’episodio dell’Agonìa ? 
 
La ‘notte’, la ‘solitudine’, 'l‘angoscia’, la ‘lotta interiore’, ‘l’abbandono’, la ‘paura’….Ma si può ravvisare anche la fiducia nella ‘potenza di Dio’  ( “Abbà, Padre !  Tutto é possibile a te….” in Mc. 14, 36 ) che sa trasformare il negativo in positivo e che non renderà mai vani la sofferenza e il dolore, non solo scoprendone il valore catartico, ma favorendo anche la maturazione della personalità.
 
Quello che Gesù ha sofferto nelle terribili ore notturne che precedono la cattura, lo potremo capire quasi per una sorta di “transfert” psicologico.
 
Si potrà obiettare : ci sono differenze tra il suo percorso interiore e quello che possiamo compiere noi ?  In un certo modo sì e non sono di poco conto.
 
Andare incontro ad un destino prestabilito che il Galileo conosce in forza della sua natura divina e che gli Apostoli ignorano del tutto, almeno per quello che dovrà succedere in questa “terribile” notte, spiegherebbe l’affezione della ‘paura’ che pure si impadronisce di Gesù. Pietro, Giacomo, Giovanni e gli altri, tutt’al più, provano una mestizia insopportabile di fronte all’idea di uno sgradito commiato definitivo dal loro Maestro.
 
Ci si ha paura di fronte a qualcosa di determinato e ad esso non ci si può controbattere. Ci si sente impotenti di fronte ad agghiaccianti circostanze come l’essere catturati, processati, torturati ed inchiodati sulla croce fino alla morte.
 
In fondo si tratta di un sentimento umano che Gesù, per la legge dell’incarnazione che é anche una legge di necessità, ha accettato. E a questo si aggiungono altre sconvolgenti affezioni : la ‘solitudine’, ‘l’abbandono’ e la ‘angoscia’. Gli Apostoli non possono fare granché per lui. Non lo possono rassicurare in un certo modo. Tra loro e Gesù si stende una cortina di profonda incomunicatività, indicata con il termine “dormire” che ha una rilevanza simbolica ( si noti il contrasto con la ‘vigilanza’ ).
 
               
*Che gli Apostoli dormano  per esigenze  fisiologiche, questo é assodato.
                     Ma non sembra che Gesù abbia inteso il ‘dormire’  solo  in  questo senso.
                     La ‘preghiera’ fiduciosa al Padre deve essere la  forza per controbilancia
                     re tanto l’angoscia  e  la  paura del  Maestro, quanto la mestizia dei suoi
                     discepoli. Questo ‘contrasto veglia-sonno’,trasposto a livello della totale
                     esistenza quotidiana,ci  fa  ricordare la  rampogna del filosofo ionico Era
                     clito di Efeso contro i suoi conterranei,  squalificati come “dormienti”, in
                     quanto “schiavi” dei pregiudizi e seguenti “l’opinione dei più
”.
 
 
Al contrasto ‘veglia-sonno’ degli Apostoli si affianca la terribile ‘agonìa’ di Gesù, vale a dire la ‘lotta interiore’ che il Nazareno deve sostenere, nella sua umanità, tra un Io razionale ( che persegue un progetto e una decisione in sintonia con il piano divino di salvezza ) e un Io carnale che vuole evitare il pericolo e che fa leva sull’istinto di conservazione. Non risulta facile la sottomissione di quest’ultimo al primo. E pensare che Gesù può ancora tirarsi indietro, andare via, rifugiarsi in un posto sicuro, rinviare di qualche giorno l’incontro con i suoi persecutori. Questo, certamente, é in suo potere.
 
                
Pensiamo  alla nostra  mancanza  di  intraprendenza e di saper rischiare
                       quando  occorre. O, per vigliaccheria, di  delegare agli altri  nostre preci
                       se responsabilità nel compiere una determinata missione
.
 
Ne segue una lotta spossante fino allo stremo delle forze, con un indicibile stress emotivo che conduce al raro fenomeno clinico dell’ematoidròsi.
 
Non sapremo cosa Gesù abbia pensato nel provare un tormento interiore così sproporzionato. Probabilmente in atto l’ultimo agguato personale di Satana che, non mostrandosi più dall’esterno, cerca di condizionare le facoltà mentali umane del Galileo. Come pure il continuo domandarsi se la sua missione di redenzione, richiesta dal Padre, e il portarsi addosso il carico dei peccati degli uomini valgano la propria morte individuale in un modo così violento e brutale. Aggiungiamo poi la constatazione del vile tradimento  ( e forse la previsione della perdizione di un’anima ) commesso da un apostolo da lui amato, con il quale, tuttavia, il Maestro non intende rinunciare all’amicizia.
 
Ma alla fine il Nazareno supera l’istinto di conservazione e si dimostra padrone di sé nella sua umanità.
 
Ormai é giunta l’ora !  Gesù si affida fiducioso al Padre celeste ( “Però non sia  fatta la mia, ma la tua volontà !” in Lc. 22,42 ). Vince se stesso dimostrandosi padrone degli avvenimenti, prendendo di primo acchito l’iniziativa.
 
Giuda é alle porte dell’Orto degli Ulivi. Si consuma l’efferato tradimento…..
 
 
                                                        *************
 
Ognuno di noi, in ogni momento della vita, soprattutto in quelli dolorosi come un lutto familiare per la perdita di un proprio caro, sperimenta la ‘notte’, ‘l’abbandono’, la ‘solitudine’, la ‘angoscia’, la ‘paura’.
Prescindendo da quest’ultima passione, spesso la solitudine e l’angoscia possono diventarci sgradite ed ossessionanti compagne nella vita terrena.
Chi si trova a rimanere sveglio nelle ore notturne, nell’oscurità e lontano dai rumori, dai trambusti, dagli impegni di “routìne”, avverte di sentirsi solo con se stesso, molto di più che in tempo di luce. A volte incredibilmente solo !…..E’ una sensazione che si accentua nei confronti di chi si trova effettivamente lontano e fuori da ogni copertura familiare e parentale. Possono, a volte, accadere momenti di crollo emotivo veramente penosi. Ma gli attacchi di ansia documentano, purtroppo, il nostro stato di impreparazione rispetto all’imprevedibile. Quando “rientriamo in noi stessi” ( l’esistenza autentica, per dirla alla Heidegger ) allora tutto ci sembra privo di senso e, addirittura, minaccioso. Ora questa “introversione” non ha un carattere tutto sommato negativo. Deve aiutarci nella responsabilizzazione, nel senso che dovremmo prendere di petto l’iniziativa e deciderci, disgraziatamente, anche per lo “scacco”. Cioé per la ‘morte’ che, vogliamo o no, sarà sempre soggettiva.
 
E Gesù, nell’Orto degli Ulivi, “si é” deciso per la propria ‘morte’ dopo una terribile ‘lotta interiore’, fatta di raziocinìì, dubbi, esitazioni, preghiere, constatazione di tradimenti e defezioni, di abbandoni, di resistenze all’Io carnale.
 
Ma con una unica “certezza” : la ‘potenza di Dio’  che avrà l’ultima parola su tutto. La fede del Cristo é assoluta.  E anche noi dobbiamo superarci con la ‘fede attraverso Cristo’.
 
La Notte dell’Agonìa é anche la notte delle più radicali decisioni : quella di Giuda Iscariota che porta avanti il tradimento del quale ignora l’eterogenesi dei fini; quella dei sinedrìti che, quasi servi ed interpreti della “potenza delle tenebre” ( Lc. 22,53 ), intendono attuare a tutti i costi l’opzione omicida; quella della moglie di Pilato, caratterizzata da continui incubi, che comporta una decisione cruciale volta a favorire l’estraneità del prefetto romano rispetto al ‘destino’ di quel povero galileo.
 
Tutti decidono per un destino di morte….Giuda, gli Apostoli e Pilato involontariamente.
 
I sinedriti e il Nazareno, su fronti opposti, in modo volontario e convinto.
 
E su tutti Dio.
 
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L’altro momento della Passione di Gesù, sul quale meditiamo in questa nostra rivisitazione del Vangelo, é quello della
‘crocifissione’ .
 
Si é tanto parlato di una ‘scientia crucis’ , cioé di una ‘staurologia’  presente negli scritti più prestigiosi di grandi santi e di celebri intellettuali. Tanto per citare alcuni nomi : S. Giovanni della Croce, Edith Stein, Simone Weil, Xavier Tilliette S.J. Quest’ultimo studioso ha sottolineato la ‘valenza speculativa di questo strumento di morte’ .
 
Grandi menti di scienziati, filosofi e letterati, anche non credenti, si sono sempre confrontate non solo con il personaggio Cristo, ma anche con la figura della
'Croce'. La valenza simbolica di quest’ultima é stata sempre sfruttata.
 
La ‘Croce’, per esempio, rappresenta l’unione di due assi visto come incrocio di due dimensioni : l’una verticale che collega la terra al cielo; l’altra orizzontale che collega tutti gli abitanti della terra. La ‘croce’ può simboleggiare il ‘tempo’ (l’asse verticale sembra unire il passato con il futuro; l’intersecazione del palo con il “patibulum” indica il presente) e, nientemeno per paradosso, la ‘vita’.
 
Con la ‘morte di Gesù’ si realizza un processo, addirittura, ontologico e teodrammatico : vale a dire che Dio, unendosi ad un uomo, partecipa con esso ad un unico ‘mistero di sofferenza e di gloria, di derelizione e di riscatto’. Nessuna mitologia, infatti, era riuscita a concepire una ‘incarnazione divina’  di questo tipo ( neanche quella egiziana o quella greco-romana o quella iranica, tra le più evolute, che pure hanno elaborato i racconti dei sacrifici di Osiride, di Dioniso e di Mithra ). Il ‘Cristianesimo’, nella sua originalità, ha saputo bene evidenziare, in un certo senso, il risvolto antropologico di Dio. Tante mitologie –anche quella greco-romana che ha saputo anticipare addirittura, in alcuni suoi temi, il Vangelo ( e per questo non va ridicolizzata, ma studiata con rigore e con l’uso dell’interpretazione allegorica nel reperirvi una sapienza riposta ) – hanno teorizzato l’incarnazione della divinità, ma senza arrivare a concepire l’estrema derelizione di Dio, la ‘morte di Dio’ .
La ‘sapienza di Dio’ é stoltezza per i Gentili, quindi !   Addirittura scandalo per gli Ebrei che arrivano, a più riprese, a minacciare l’incolumità personale di Paolo di Tarso sia in Palestina che nei territori ellenistici.
Eppure la tragica parentesi della Seconda Guerra Mondiale, con i campi di concentramento e di sterminio nazisti, ha riproposto questo tema scandaloso della ‘morte di Dio’  in una nuova riproposizione, in chiave ancora cruenta, della Passione di Cristo. Di fronte a quest’ultima o ci si chiude ( anche se é comprensibile un tale rifiuto ) asserendo che Dio non esiste perché non può permettere tanto male e tanta crudeltà, optando per la svolta atea. Oppure chi, come Elìe Wiesel, riesce a cogliere questo sconcertante paradosso di un Dio che muore, proprio perché rispetta la libertà della creatura traviata ( il noto scrittore ebreo rumeno dirà : “non é vero che Dio non esiste !   Dio é presente in questo deportato innocente impiccato ora dalle SS tedesche” ).
E non sono pochi quegli israeliti che hanno saltato il fosso della incolmabile distanza ontologica tra Jahveh e le creature, tipica del Giudaismo ufficiale, abbracciando proprio questo paradosso e finendo per ricevere il battesimo ed appartenere alla Chiesa cattolica.
 
                                                       **************
 
Eppure sembra che la ‘notte’, la ‘solitudine’, ‘l’abbandono’, il ‘disincanto’, accompagnino il Galileo fino al decesso e, addirittura, durante il ‘sabato santo’.
 
                  
In proposito c’é una opinione teologica  abbastanza  genuina  ed  inte
                        ressante, formulata dallo svizzero  Hans Urs von Balthasar, sulla scìa
                        delle meditazioni personali  della mistica  tedesca Adrienne von Speyr.
                        Cristo discese, con  la  sua anima umana creata dal nulla,  all’Inferno
                        non solo  per  liberare le anime dei giusti  redenti, ma soprattutto per
                        condividere  la solidarietà con i dannati anche nella pena eterna.
                        Gesù  ha voluto sperimentare  questo estremo allontanamento da Dio
                        magari solo per un momento,  perché senza peccato e con le armi del
                        la fede, della speranza e della carità.
 
 
La solitudine più penosa caratterizza il Maestro in tutte le fasi della Passione, quando tra sé e i suoi “nemici” c’é, per così dire, uno “iato”.
 
Ma il momento più terribile Gesù deve averlo avvertito quando, sulla croce, pronuncia la frase “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ?” ( Mt. 27,46; Mc. 15,33; Sal 22,2 ), dove la sua ‘coscienza’ sembra sperimentare la vertigine del ‘nulla’.
 
Ed il grido che ne segue risulta essere terrificante e spaventoso soprattutto se messo in relazione con la ‘morte di Dio’.
 
Ed é anche il grido retrospettivo di una umanità –si consenta a chi scrive- che oggi sta perdendo la “bussola” di riferimento, dell’umanità dell’età contemporanea.


L’ AGONIA DI GESU’ NEL GETSEMANI





“Allora Gesù andò con loro in in podere chiamato Getsèmani e disse ai discepoli : ‘Sedetevi qui mentre io vado là a pregare’. E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro : ‘La mia anima é triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me’. E, avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo : ‘Padre mio, se é possibile, passi da me questo calice ! Però non come voglio io ma come vuoi tu !’. Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano : ‘Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me ? Vegliate e pregate per non cadere in tentazione. Lo spirito é pronto ma la carne é debole’. E di nuovo allontanatosi, pregava dicendo : ‘Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà’. E tornato di nuovo, trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti. E, lasciabili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai suoi discepoli e disse loro : ‘Dormite ormai e riposate ! Ecco, é giunta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo : ecco colui che mi tradisce si avvicina’” ( Mt. 26,36-46 ).

“Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli : ‘Sedetevi qui, mentre io
prego’. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro : ‘La mia anima é triste fino alla morte. Restate qui e vegliate’. Poi andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva : ‘Abbà, Padre ! Tutto é possibile a te , allontana da me questo calice ! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu’. Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro : ‘Simone, dormi ? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola ? Vegliate e pregate per non cadere in tentazione; lo spirito é pronto ma la carne é debole. Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole. Ritornato li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti e non sapevano cosa rispondergli. Venne la terza volta e disse loro : ‘Dormite ormai e riposatevi ! Basta, é venuta l’ora : ecco il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo ! Ecco, colui che mi tradisce é vicino’” ( Mc. 14,32-42 ).

“Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro : ‘
Pregate per non entrare in tentazione’. Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava : ‘Padre, se vuoi, allontana da me questo calice ! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà’. Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro : ‘Perché dormite ? Alzatevi e pregate per non entrare in tentazione’” ( Lc. 22,39-46 ).

“Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cedron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù si ritirava spesso con i suoi discepoli. Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece avanti e disse loro : ‘Chi cercate ?’. Gli risposero : ‘Gesù il Nazareno’. Disse loro Gesù : ‘
Sono io !’. Vi era con loro anche Giuda il traditore ( Gv. 18,1-5 ).

Questo episodio, noto come
l’agonia di Gesù nel Getsémani o Orto degli Ulivi, é riportato dai Sinottici. Giovanni attesta solo la presenza di Gesù e dei suoi discepoli in un “giardino” ( neanche meglio specificato ) al momento della cattura. Si tratta di un evento tra quelli più imbarazzanti della vicenda terrena del Maestro galileo, e di quelli più curiosi che mettono così in evidenza la paradossalità della ‘legge della Incarnazione’. Questo personaggio -così “potente in parole e opere” ( Lc. 24,19 )- si rivela essere un uomo come tutti gli altri, con le proprie passioni e i propri limiti. L’umanità di Gesù é vera, reale, concreta, a dispetto di qualsiasi interpretazione docetica, così come vere, reali e concrete sono state la sua passione e la sua morte.

L’agonia del Nazareno é un evento imbarazzante tanto per il cristiano quanto per il non credente e, a maggior ragione, lo é per gli Apostoli, vale a dire i principali comprimari della vicenda. La polemica anticristiana dei primi secoli ha giocato molto su una pretesa “debolezza” del Messia al fine di screditarlo assieme ai suoi seguaci.

Pur tuttavia, i Sinottici narrano il “Getsémani” non nascondendo queste preoccupazioni di fondo, per dovere della verità. Secondo una linea interpretativa che intende sottolineare come la Passione di Gesù vada inserita in una angolatura regale e trionfale, la tradizione giovannea omette volutamente l’episodio dei “dolori psicologici” del Messia, per soffermarsi solo sulla consumazione del tradimento dell’Iscariota e sulla cattura da parte delle Guardie del Tempio.

Da una lettura riduttiva dei brani dei Sinottici si perverrebbe alla constatazione di una profonda insicurezza e di un radicale cedimento vissuti dal Nostro in rapporto alla sua missione redentrice. Un’analisi più attenta, invece, dimostra un aspetto complesso del racconto, perché da quest’ultimo si evincono
la consapevolezza e la determinazione di Gesù di andare fino in fondo al proprio destino dopo una ‘agonia’, vale a dire dopo una spaventosa e spossante ‘lotta interiore’. Il Maestro preannuncia più volte la propria morte violenta e le relative sofferenze, accettando la propria sorte non a cuor leggero.

Mt., Mc. e Lc. insistono sulla
perfetta coincidenza delle due libertà, quella di un uomo e quella di Dio in relazione al Nostro : in quanto uomo, non é obbligato a forza a morire sulla croce. Può scegliere di dare alla propria esistenza terrena un altro orientamento o un altro percorso. Optando pure per la “via crucis”, può ritardare o anticipare la sua uccisione. I Vangeli canonici sottolineano, invece, il libero arbitrio di un uomo sulle diverse prospettive da realizzare : o il ‘sacrificio’ o la ‘lotta armata’ o la ‘fuga’. Da non misconoscere anche un contesto ambientale ed interpersonale con il quale si confronta una tale libertà : Gesù é un personaggio pubblico che si afferma in relazione ai propri discepoli, alle folle, ai capi religiosi del suo popolo, ai Gentili, alle autorità civili costituite…..

Consideriamo attentamente queste tre prospettive.

Con la scelta della fuga, la sconfessione del suo programma di redenzione ( d’Israele e/o di tutto il genere umano ? ) apparirebbe subito un’assurdità totale. Con l’esercizio della violenza Gesù vanificherebbe tutta la sua attività di pace e di amore fraterno ed universale, e i relativi insegnamenti. Indipendentemente dalla facoltà di compiere i miracoli, potrebbe sostenere, assieme ai suoi seguaci, il confronto armato con le ingenti forze dei suoi avversari e con la potente macchina militare straniera ? Noi lo escludiamo apertamente. Del resto, Gesù fa anche questa constatazione davanti a Pilato ( Gv. 18,36 ). E’ vero che il Messia galileo, negli anni 29-30 EV, raggiunge un livello di grande popolarità nel suo territorio di origine e a Gerusalemme. Ma gli entusiasmi intorno alla sua figura cominciano a scemare in modo vertiginoso, soprattutto in proporzione al suo rifiuto di assumere una leadership politica. Non é questo il tipo di fede in lui che Gesù ricerca dai suoi contemporanei e, soprattutto, dai suoi discepoli. Il Quarto Vangelo insiste nel sottolineare che “molti non credettero in lui” ( Gv. 12.37 ), indicando non solo quelli che sottovalutano il suo messaggio salvifico e il suo ministero pubblico, ma anche gli altri, dominati da facili entusiasmi, che hanno del suo messaggio e del suo ministero una convinzione imprecisa o, addirittura, fallace.

Rimane da considerare l’ultima prospettiva.

Ed é quella che Gesù pone in atto :
il sacrificio della propria vita terrena. Si tratta di una eventualità che può dare e dà l’unico senso compiuto a tutta la sua vicenda storica, ma solo in relazione ai fatti futuri, in primo luogo la Resurrezione, in una linea di continuità con le profezie messianiche dell’A.T. e con la sua attività, permettendo così l’esplicitazione di tale senso. Un sacrificio come questo risulta essere incomprensibile a prescindere dal duplice riferimento alle profezie e alla Resurrezione. La morte violenta di Cristo, in tutta la sua distruttiva serietà, esercita un tremendo impatto emotivo sui suoi discepoli, tale da far rivelare quasi subito “l’assurdità” della loro ‘sequela’. Il Nostro rimarrebbe un semplice maestro dei buoni costumi e dei buoni sentimenti e niente più : la sua morte segnerebbe il trionfo della cattiveria e l’amara sconfitta del giusto; ma, agli occhi dei suoi seguaci più stretti, apparirebbe come la più chiara e sconsolante conferma della sua colossale “ingenuità”.

I Vangeli canonici puntualizzano pure il
mistero del perfetto equilibrio ( anche se vissuto nella sofferenza ) tra la libertà dell’uomo Gesù e la libertà del Padre. Dio ha predestinato -si badi bene- dall’eternità la ‘crocifissione del Figlio’.

Poniamoci un interrogativo : si poteva evitare un evento così terribile come questo ?

Da parte di Gesù uomo sì : con la fuga e il nascondimento, oppure con la lotta armata.

E da parte degli altri comprimari della Passione ?

Pensiamo a Giuda Iscariota e al suo tradimento e riflettiamo sulla sua possibilità anche di non metterlo in atto. Oppure a Pilato nell’eventualità di prendere sul serio la giustizia e di rinunciare ai suoi propositi opportunistici.

Certo, un sano libero arbitrio, non indebolito dal peccato e dall’egoismo, potrebbe scongiurare una tale vicenda ( diciamo “potrebbe”, perché il peccato originale della prima coppia umana rimane pur sempre un mistero ). Ma il sacrificio della propria esistenza per salvare un’altra, per giunta riconosciuta innocente, non é un’idea allettante per il debole Prefectus Judeae, mentre il Nuovo Testamento, per paradosso, é imperniato proprio attorno al
sacrificio di una vita innocente per una moltitudine di vite colpevoli. Un sano libero arbitrio, orientato al bene e fondato sulla obbedienza a Dio e ai suoi comandamenti come quello di Gesù, asseconda in ogni modo il volere divino.

L’inevitabilità della
‘crocifissione di Cristo’ si fonda sul peccato dell’uomo e sui limiti dell’essere creaturale, rientrando quindi nella ‘legge della Incarnazione’ come indispensabile rimedio al ‘mysterium iniquitatis’. Inoltre, l'‘Incarnazione’ riveste il carattere di un ‘processo ontoteodrammatico’. Tutta la vicenda terrena di Gesù di Nazareth ruota attorno alla categoria dell’estremo sacrificio di sé da parte di un uomo puro ed innocente affinché si realizzino la ‘comunione’ e l’unità dell’uomo stesso con Dio.

Non sono mai mancate ( e forse mai mancheranno ) persone che offrono la propria esistenza fino alla morte per la patria, per certi ideali collettivi, per la dignità della ragione umana, per la libertà di un popolo. Ma il sacrificio di Cristo ha un carattere unico per la liberazione collettiva da uno stato di peccato che comporta una separazione permanente e profonda tra gli uomini e la Divinità intesa come Bene supremo. Ad esso si associano le offerte della propria esistenza da parte dei veri credenti per la salvezza degli altri. Il nostro pensiero va ad alcuni santi ecclesiastici, come padre Damien de Veuster che ha compiuto una totale rinuncia di sé per i propri simili, condividendo con loro speranze di guarigione e di riscatto, sofferenze psicofisiche e realizzando la più totale solidarietà con i bisognosi e gli svantaggiati. E pensiamo pure, all’incontrario, a quanti ecclesiastici non disposti a sacrificare neanche un giorno o un minuto della loro vita o alle proprie “comodità” ( neanche una “telefonata”……) per venire incontro ad una minima domanda di giustizia e/o di carità ( oppure a non mantenere un impegno promesso ed assunto ) avanzata dai loro fratelli in difficoltà. Bella incoerenza !

Dio ha voluto insegnare alla creatura
la via della ‘umiliazione di sé’, della ‘spoliazione’, dello ‘svuotamento’ ( Fil. 2,7 ), indicata dalla parola greca ‘kenosis’, perché si realizzasse questa ‘unità’ ( “perché siano una cosa sola come noi……”, attesta Gv. 17,20 ). Dio ha rinunciato alle sue prerogative per diventare e vivere anche come uomo in Gesù, accettando una condizione limitata e decaduta, caratterizzata dalla sofferenza e dalla morte, e tornando a Sé attraverso questo processo teodrammatico.

Questo voto di
‘martyrion’, maturato durante il suo breve ministero pubblico, trova la sua solennità proprio in questo giardino chiamato ‘Getsémani’ prima della cattura. Ma si tratta di una determinazione non facile, generata ( sarebbe meglio dire “rigenerata” visto che Gesù, in diversi momenti, ha accennato spesso alla sua Passione ) attraverso un’intensa sofferenza psicosomatica.

La categoria della
‘agonia’ designa tradizionalmente l’episodio dell’Orto degli Ulivi (anche se gli Evangelisti non ricorrono in modo esplicito a questo termine), e che significa ‘lotta’*.

*Nell’etimo originario dell’antica Grecia essa fa riferimento ad una competizione sportiva dura e snervante svolgentesi nell’agone, vale a dire in una palestra. Con il tempo assume una valenza metaforica per denotare uno sforzo mentale e fisico nel padroneggiare una malattia o un evento spiacevole.

L’agonia di Gesù nel Getsémani si qualifica come una
lotta interiore tra un Io razionale e un Io carnale nella corrispondenza al disegno divino, come dire tra il principio di realtà e l’istinto di conservazione e di sopravvivenza. Gli Evangelisti, con le loro narrazioni, mostrano non un Cristo etereo, ma un soggetto che esiste in una condizione di ‘basàr’, di umanità fragile e decaduta, soggetta alle passioni, anche a quelle che possono apparire più grossolane e banali, come ‘paura’, ‘angoscia’, ‘tristezza’.

Smarrimento ? Confusione ? Estrema solitudine ? Può darsi. E’ in atto l’ultimo agguato di Satana ( Lc. 3,13 allude retrospettivamente all’evento del Getsémani quando afferma : “Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per tornare al tempo fissato” ) che, facilmente, ha la meglio sui suoi Apostoli ( si cfr. il caso di Giuda ), ma difficilmente sul Messia galileo, del quale cerca di sconvolgere le facoltà mentali.

Il Nostro rimane perplesso di fronte a questo violentissimo e vile attacco del Demonio che non tanto agisce sullo
‘spirito’ quanto sulla ‘carne’, proprio sull’elementare istinto di conservazione dell’uomo. Ecco che le parole del Maestro, “lo spirito é pronto, ma la carne é debole”, non sono rivolte solo ai suoi discepoli. Egli si trova a vivere il suo ‘momento assoluto’ ( la sua ‘ora’ ) che non si riduce solamente all’avvenimento del Getsémani, ma si estende fino alla morte sulla croce, nel quale deve solennizzare il “sì” ( il “fiat” ) al Padre, e dove comincia ad avvertire in se medesimo un dualismo di atteggiamenti, di orientamenti, di fini, che nessuno ha notato in lui in precedenza. Atteggiamenti che finiscono, però, per assumere una forma di contrasto.

Insomma : Gesù sa –in forza della sua natura divina- che il disegno eterno del Padre deve passare attraverso la ‘via crucis’. Allora : vuole o non vuole la morte violenta nel modo più raccapricciante ? “Padre, tutto é possibile a te, allontana da me questo calice ?” ( ). L’io carnale del Maestro desidera e non desidera una tale morte. Sarebbe sciocco pensare che un uomo voglia togliersi la vita gratuitamente se non ci fosse una motivazione di fondo ( e anche i folli hanno le loro motivazioni ). Ogni coscienza vivente, sia animale che umana, ha un orrore istintivo del suo contrario che é la morte : ciò é segno che si é creati per vivere. E allora perché la morte ? E’ un discorso che ci porterebbe lontano dal nostro argomento e, pertanto, non lo affrontiamo. Gesù desidera una tale fine quando dice “passi da me quest’ora” ( ), quasi a dire in modo spontaneo ed affrettato “presto, facciamola finita !”, ma anche “passi da me il pensiero ossessivo della mia morte atroce”, “passino……le
tentazioni”. Il Galileo viene provato per l’ennesima volta da Satana che non demorde con una spossante tortura psicologica che é anche un aspetto della pena della dannazione eterna. E’ da notare che il peccato non consiste nella tentazione di violare un comandamento divino, ma nel compiere volontariamente una trasgressione. E’ importante sottolineare che, nel proprio travaglio emotivo, Gesù non dà l’assenso neanche ad un minimo pensiero infausto che si affaccia nella sua mente. Nel Getsémani può provare nel proprio intimo la ‘tristezza’, la ‘paura’, l‘angoscia’ ma senza lasciarsi dominare da queste. Se avvenisse il contrario, le conseguenze sarebbero la disperazione, la contraddizione, la messa in discussione della sua attività e, in ultimo, la resistenza o la fuga.

E’ inutile negare l’affezione della paura, da parte di Gesù, verso un oggetto pericoloso, esistente e determinato. In forza della sua natura divina riesce a prevedere ciò cui andrà incontro : tradimento di Giuda, cattura nell’Orto, dileggio davanti ai Sinedriti, consegna a Pilato, flagellazione, salita al Golgotha, crocifissione, morte, trafissione del costato…..Ma a questa emozione –é da notare- non si associa mai una sola volta la disperazione.

Uno spettacolo penoso e raccapricciante glielo offre la
‘angoscia’, uno stato d’animo che si prova nei confronti dell’imprevedibile. Gesù é partecipe di una duplice natura e di una duplice volontà : sa, ma anche non sa. Conosce gli eventi liberi nella misura in cui glieli rivela il Padre; ma come uomo pur integro dal peccato ha la stessa ( o quanto meno simile ) limitatezza degli angeli. Di fronte al ‘silenzio del Padre’ ( una categoria teologica che sembra essere la più ricorrente, se pensiamo alle contingenze tragiche nella vita quotidiana di ognuno di noi ) anche il Figlio si arresta, si turba, si disorienta, e dove si interrompe in lui “l’orizzonte”……Mio Padre non mi si rivela più ?……Non ritiene più positiva la mia missione ?…..Questa ha preso una direzione inaspettata ?…...L’ho deluso ?…..Il mio compito é fallito ?……Non ce la sto facendo ?…..Sono debole ?......La mia crocifissione sopporterà il carico di iniquità creaturale ?.....Un tale carico non merita questo mio sacrificio ?.....E la perdizione di Giuda ?…..Il desiderio di aiutarlo a difendersi contro se stesso ?.....Ma questo costerebbe a Gesù la rinuncia al piano divino di salvezza. Interrogativi senza risposta, alimentati dall’azione di Satana, che lo angosciano. Il Padre non gli risponderà più fino alla Resurrezione e il Figlio sembra perdere la sicurezza posseduta in precedenza : una profonda inquietudine gli travolge l’anima, e le passioni si fanno sempre più pressanti. Gesù avverte la solitudine che si fa estrema, ma anche il desiderio di lenirla, magari attraverso un conforto e un minimo di intimità offertigli dagli Apostoli, anch’essi oppressi dal commiato definitivo del loro Maestro (senza sapere dove va), ignari completamente dell’eterogenesi dei fini e spossati*.

*Un’osservazione ci é lecito farla. Le espressioni che utilizzano gli Evangelisti, anche nel racconto di quest’episodio, si prestano ad avere dei sensi doppi. La scena dell’Agonia si svolge effettivamente in un giardino di Gerusalemme ( che Gesù conosce e dove é solito radunarsi con i suoi discepoli, come ci attesta Gv. 18, 1-2 ), di notte, durante un preciso giorno della settimana pasquale. Vengono utilizzate le parole ‘vegliare’, ‘dormienti’ e ‘notte’, per designare condizioni fisiologiche e un contesto temporale, ma é chiaro che Gesù, nello sconforto, attribuisce ai primi due termini un altro significato. Viene sottintesa anche un’altra immagine che non viene citata : la ‘luce’. La notte suggerisce il “dis-orientamento”, spesso un senso di oppressione e di abbandono, la solitudine……Notte della fede…notte dell’anima…notte delle passioni…

La ‘veglia’ suggerisce la piena avvertenza di quello che sta succedendo, il controllo cosciente del proprio rapporto con il mondo circostante, l’equilibrio tra l’interiorità e l’esteriorità, l’integrità del proprio essere, la determinazione ad operare sempre per il meglio in perfetta sintonia con i nostri simili, ma anche la dimensione della ‘conoscenza’ e della ‘verità’. Quindi, “lo spirito é pronto”. La ‘dialettica spirito-carne’ contraddistingue tutto il Nuovo Testamento. Paolo puntualizza : “la carne ha desideri contrari allo spirito e lo spirito ha desideri contrari alla carne” ( Gal. 5,17 ). Non si tratta di una contrapposizione di tipo platonico tra l’anima e il corpo, ma tra due dimensioni morali dell’uomo, due atteggiamenti esistenziali che caratterizzano chi si lascia animare dallo ‘spirito di Dio’ e chi segue le inclinazioni, il più delle volte disordinate, alle cose esteriori; quest’ultimo atteggiamento espresso, metaforicamente, dal termine ‘dormire’, tipico di chi si lascia condizionare dall’ignoranza ( che é sempre colpevole ), da un attaccamento esagerato ai beni terreni, dai “pregiudizi” ( come bene ha evidenziato Eraclito che squalificava come “dormienti” quei suoi concittadini efesini come “schiavi dell’opinione dei più” ), ecc.

Nei Sinottici ricorre la citazione “
pregate per non cadere in tentazione”, a voler dire che la forza della ‘preghiera’ può prevenire, contrastare efficacemente e perfino vincere, anche i più spaventosi atteggiamenti emotivi che possono interessare la mente di una persona. Gesù si affida totalmente al Padre : “se questa é la tua volontà, io l’accetto in pienezza ! La mia vita é tua ! Sai quello che é il bene per me e per gli altri !”. Cristo sa che il disegno del Padre ha un senso compiuto che a lui uomo può sfuggire, ma sa pure che é un progetto di vita eterna che deve passare paradossalmente per il suo contrario. Le Sacre Scritture non possono fallire e il Figlio ne é consapevole : “Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo Santo veda la corruzione !” ( Sal. 16,9-10 ). Ormai egli ha la consapevolezza di dovere e di poter risorgere.

La
‘preghiera’ esprime un ‘rapporto di fiducia, di speranza e di totale sottomissione alla iniziativa del Padre’. E sarà questa forza che lo aiuterà a superare queste terribili tentazioni e a corroborare la decisione di andare incontro ad un destino violento ma produttore di benefici incommensurabili.




ALCUNE FIGURE BIBLICHE NELL’INCONTRO CON CRISTO




NICODEMO


Esponiamo alcuni quadretti o episodi che, quasi sul vivo, evidenziano come ci si comporta quando ci si trova di fronte a Gesù di Nazareth. E sono significativi soprattutto per la densità teologica e per una certa penetrazione psicologica dei personaggi descritti.

Illustreremo le figure di Nicodemo ( Gv. 3, 1-21; 7, 50-53; 19, 39ss ), della Samaritana ( Gv. 4, 1-32 ) e dell’Ufficiale di Corte ( Gv. 4, 43- 54 ), ricorrenti nel Vangelo secondo Giovanni. Questo Vangelo ci presenta due uomini e una donna già secondo un criterio del tipo etnico-geografico. Infatti Nicodemo era un giudeo probabilmente di Gerusalemme; la donna, invece, un’abitante di Sicàr, della Samaria; mentre il ‘dignitario di corte’ era un pagano. La suddetta fonte storica non ci informa più di tanto sulle loro origini e sulle loro identità anagrafiche.

Nicodemo era un “archon”, “arconte”, cioè uno degli Anziani, membro del Sinedrio, fariseo e dottore della Legge di Mosé, oltre ad essere un notabile e possidente. Quanto al ‘dignitario di corte’, é probabile che si tratti di un autorevole ufficiale al servizio di Erode Antipa, tetrarca di Galilea, oppure un agente di un sovrano di qualche regno limitrofo e vassallo dei Romani.

Interessante é la figura di Nicodemo che esaminiamo in questo articolo.

Era un fariseo non pregiudizialmente ostile a Gesù, ma neanche suo discepolo. Sebbene l’apocrifo Vangelo di Nicodemo sembri offrire, abbondantemente, ragguagli sulla vita di quest’uomo, un tale scritto, oltre ad essere tardivo, risulta storicamente inattendibile.

Le fonti bibliche, ad eccezione del vangelo giovanneo, non lo menzionano affatto.

L’Evangelista era animato da una preoccupazione apologetica costante nella narrazione delle vicende che coinvolgevano Gesù.
Il figlio di Zebedeo difendeva la purezza del messaggio cristiano : sia dagli attacchi da parte dei sostenitori degli insegnamenti di Giovanni il Battista, dimostrando la subalternità e la relatività di quest’ultimo al vero Messìa di Israele; contro alcuni gruppi di giudeo-cristiani eterodossi ( come gli Ebioniti ), salvaguardando la divinità di Cristo; contro il protognosticismo espresso da Cerinto che negava l’effettività dell’Incarnazione divina e la storicità della resurrezione corporea del Redentore; ma soprattutto polemizzando contro il mondo religioso del Giudaismo ufficiale dell’epoca.

Nei confronti del Giudaismo ufficiale Gesù andava scagionato da tutte le accuse sia dal punto di vista religioso che da quello politico.

Se il Rabbi di Nazareth era stato condannato dalle autorità religiose del mondo ebraico, non per questo tutti i Giudei lo avevano riprovato. E perfino tra i ‘capi’, cioé tra gli Anziani e gli Scribi, c’era chi mostrava una posizione tutt’altro che ostile. Questi era Nicodemo che simpatizzava per Gesù, ma non si faceva prendere da facili entusiasmi di fronte al suo messaggio di salvezza.
Ci si chiede ora : perché i Sinottici tacciono su questo personaggio ? Il Q.V. riferisce quello che gli altri hanno omesso ?


Il Vangelo secondo Giovanni risale nella sua stesura probabilmente intorno al 98-100
E.V., mentre i Sinottici sono stati composti intorno agli anni 64-70 E.V., ma sembrano
richiamarsi ad una tradizione molto più antica, risalente agli anni trenta del I secolo.
Una ipotesi convincente é questa : Nicodemo, forse, non aveva aderito affatto al Cri
stianesimo. Negli anni in cui la tradizione sinottica prendeva corpo negli scritti di Mt.,
Mc., Lc., il personaggio in questione risultava essere ancora vivente. E la preoccupa
zione degli Apostoli e dei primi fedeli palestinesi era quella di non comprometterlo
di fronte ad un Sinedrio a loro ostile, ostentando le sue simpatie verso Gesù di Naza
reth. Ma, dopo la prima guerra giudaica, una tale preoccupazione veniva a cessare
con la scomparsa del Sinedrio e del Tempio. E così l’Autore del Q.V. poteva riportare
tutte le vicende che coinvolgevano anche il nostro Nicodemo.



Il Vangelo secondo Giovanni rievoca una tale figura anche per sottolineare la mancanza di unanimità da parte di tutti i Sinedriti nella condanna a morte del Nazareno. Anzi ci fu chi ( forse più di uno ) aveva avuto il coraggio di sfidare Hannas ben-Shet ( Anna ) e Josef Qayafa ( Giuseppe Caifa ), vale a dire il sommo sacerdote in carica nel 30 E.V. e suo suocero. Entro certi limiti s’intende.

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“C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, un capo dei Giudei” ( Gv. 3, 1 ).


Dunque : un ‘capo’. In greco questo termine viene tradotto con “archon” (‘arconte’), designando per l’appunto un ‘Anziano’. Vale a dire uno degli uomini più in vista di tutta la Giudea per censo e ricchezza, un membro autorevole del supremo Consiglio ebraico di Gerusalemme denominato ‘Sinedrio’ ( si cfr. Gv. 7, 50ss. ).

In alcune fonti rabbiniche del I secolo ricorre il nome di Nicodemo.
Lo scetticismo per quanto concerne l’identificazione del personaggio biblico, espresso da uno studio del 1962 da parte di un insigne biblista italiano, l’abate Giuseppe Ricciotti*, era motivato dal fatto che in Palestina il nome “Nicodemo” era comune.

Successivamente, gli studi di David Flusser**, risalenti ai primi anni Ottanta, miravano a ravvisare il suddetto personaggio in Nakdimon ben Gurjon, uno dei più ricchi abitanti di Gerusalemme prima della guerra giudaica degli anni 66 – 70 E.V.


Nakdimon é l’ebraicizzazione del nome greco ‘Nicodemo’ che vuol dire ‘colui che
appartiene al popolo vittorioso’. Dalla dominazione macedone e seleucidica in poi,
gli ebrei assumevano anche nomi greci.

Secondo Flusser Nakdimon era un uomo profondamente religioso che amava il suo popolo ( 1 ). Appartenente al ramo moderato dei Farisei che, pur mal tollerando la dominazione romana, era ostile al principio della lotta armata sostenuto dagli Zeloti.


Secondo le fonti rabbiniche, analizzate dallo storico israeliano, gli Zeloti sterminaro
no numerosi membri della famiglia di Nakdimon, invisi anche per motivazioni di o
r
dine sociale come il fatto di essere una famiglia di possidenti gerosolimitani, proprie
tari di alcuni tra i più grandi granai della città ( 2 ). Durante la guerra giudaica con
tro Vespasiano e Tito, gli Zeloti bruciarono questi granai per indurre la popolazione
al combattimento contro i Romani, in forza della disperazione per la fame.
Secondo le suddette fonti, il rabbino Zakkai osservò che, durante il terribile assedio
di Gerusalemme,la figlia di Nakdimon fu intenta a frugare nello sterco di cavallo per
ravvisarvi semi d’orzo.Il genitore dovette morire nel corso della guerra,probabilmen
te per fame ( 3 ).

Nakdimon era un appartenente al partito della pace, Se accettiamo le osservazioni di Flusser, consideriamo allora pacifica l’esistenza di un ramo moderato dei Farisei che seguiva gli insegnamenti di un dottore della Legge, il venerato Hillel, incentrati sull’amore universale ( anche verso i pagani ), sull’adeguazione alla volontà di Dio anche nelle sventure, sull’idea di un ‘Regno dei Cieli’ le cui premesse dovevano essere il pentimento e la purificazione dai peccati. Idee che Gesù di Nazareth avrebbe poi sviluppato in modo personale ed originale ( 4 ).

Sulla bontà di Nakdimon e sull’amore verso i più poveri, le fonti rabbiniche, studiate da Flusser, citano l’episodio di un credito ottenuto da parte dei Romani, relativo a grandi quantitativi di acqua potabile contenuti nelle loro riserve, a causa della siccità che imperversava nel territorio della Città Santa. Fortemente indebitato con i “nemici di Israele”, Nakdimon rivolgeva una fervida preghiera a Dio che venne esaudita con l’arrivo di una pioggia ininterrotta ( 5 ).

Secondo Flusser la famiglia di Nakdimon, pur risiedendo da alcune generazioni a Gerusalemme, era di origine galilea.

Quando nel Sinedrio si puntava a decidere del destino di Gesù, Nicodemo richia
mò i suoi colleghi al rispetto della Legge di Mosé, in base alla quale non si poteva
giudicare un uomo, se prima non lo si ascoltava. Ma i Sinedriti più intransigenti gli
obiettarono che la sua domanda era fuori luogo, in quanto l’autorità di Gesù di
Nazareth risultava priva di fondamento biblico ed etnico ( si cfr. “non sorge dalla
Galilea nessun profeta”, Gv. 7, 52 ).

Prendiamo in considerazione la domanda “sei forse anche tu della Galilea ?” e riflettiamo su quel “forse”. Vittorio Messori sostiene : “in realtà, se si va a vedere l’originale greco del versetto 52 del settimo capitolo di Gv., si vede che quel “forse” delle traduzioni non c’é; e il testo letteralmente dice : “non anche tu dalla Galilea sei ?” ( 6 ). Si tratta di “un’affermazione sotto forma interrogativa, ma soltanto retorica” ( 7 ).

Messori, giustamente, vanifica la posizione di coloro che rivendicano il carattere di invenzione del personaggio di Nicodemo da parte della Chiesa primitiva ( 8 ).
Che interesse, però, c’era a creare una figura così imbarazzante qual era quella di un dottore della Legge che seguiva la corrente dei Farisei, già oggetto delle invettive da parte del Nazareno ? Cosa vuol dire ciò ? Che allora anche il fronte dei nemici dell’aspirante Messìa non era così compatto come ci si credeva ? E, tra questi, i Farisei non erano tutti unanimi nell’opporre un deciso baluardo alla ‘evangelizzazione’ ?

Tuttavia, neanche il fronte del discepolato di Gesù appariva così unito. Il Q.V. ci ricorda la defezione da parte di alcuni discepoli in relazione al discorso sul ‘pane di vita’ ( Gv. 6, 59ss. ), il tradimento efferato di Giuda Iscariota e l’abbandono da parte degli Undici durante gli episodi della Passione.

Insomma, tutti rilievi scomodi attestanti discontinuità nell’un campo e nell’altro e non piuttosto uno scontro tra due fronti contrapposti che sembrano propendere a dare un carattere di veridicità ai racconti giovannei riguardanti il nostro Nicodemo.



Esegesi del capitolo sull’incontro notturno di Nicodemo con Gesù (Gv.3,1-15 )

Questo incontro avviene nella ‘notte’. E’ un particolare importante da evidenziare da parte dell’evangelista Giovanni che gioca sulla valenza simbolica di certe espressioni ( 9 ). Indubbiamente, questo episodio della vita di Gesù avviene o in tarda serata o in notte inoltrata. Forse ciò risponde anche ad una misura prudenziale del Fariseo che non intende compromettersi di fronte alla classe dirigente nella ricerca di un approccio a questa nuova realtà della predicazione del Nazareno.
Questo atteggiamento avrebbe preso più tardi il nome di ‘nicodemismo’, con una valenza negativa per designare la posizione di chi, all’esterno, pratica l’ossequio alle convenzioni religiose e sociali e, nella vita privata, le rinnega. Ma anche una valenza positiva nell’indicare la condotta di chi riceve insegnamenti occulti in una prospettiva arcana.

Gesù, tuttavia, parla anche in pubblico. Nicodemo non può interrogarlo alla presenza della gente, oppure a tu per tu in pieno giorno ? Si può anche pensare che il suddetto dottore della Legge sia impegnato in questioni di ordinaria amministrazione nelle ore di luce. E la notte può apparirgli la circostanza più propizia per una maggiore concentrazione e riflessione sui discorsi del Maestro di Nazareth.

Gv. ci dice che l’incontro avviene di ‘notte’. Il rapporto dei contemporanei con Gesù é inquadrato nello schema del rapporto dialettico tra la ‘luce’ e le ‘tenebre’. Nel ‘Prologo’ si delinea l’aspetto del ‘Logos’ come portatore di ‘luce’ :



“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle
tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” ( Gv. 1, 4-5 ).


Nicodemo ( non Gesù ) preferisce che l’incontro si svolga di “notte”, mettendo in risalto l’antitesi irriducibile tra le tenebre e la luce ( Gv. 1,5 ), vale a dire tra una “dimensione carnale” e una “dimensione spirituale” assunte dalla vita umana. Purtroppo anche Nicodemo, pur con tutta la sua benevolenza e la sua solida formazione teologica, appartiene ancora al “regno delle tenebre”. Ma la sua predisposizione all’ascolto del ‘verbo’ di Cristo lo immette in un contesto nuovo tale da poter ricevere una possibile ‘illuminazione’ da parte del Messìa.

Questo dialogo, in effetti, pur nell’apparente cordialità degli interlocutori, nasconde un dramma tra queste “due dimensioni della vita” ( simboleggiate l’una da Nicodemo e l’altra da Gesù ) che raggiungerà il suo culmine nello scontro che condurrà alla morte violenta il secondo. E la sua terribile soluzione si avrà con la “riprovazione”, da parte divina, di chi non vorrà credere :


“Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il
mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non é condannato,ma chi non
crede é già stato condannato, perché non ha creduto nell’unigenito Figlio di
Dio. E il giudizio é questo : la luce é venuta nel mondo, ma gli uomini hanno
preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie” ( Gv. 3, 17-19 ).

L’incontro inizia con il riconoscimento, in buona fede, da parte di Nicodemo di un’origine divina dell’opera di Gesù :

“Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare
i segni che tu fai, se Dio non é con lui” ( Gv. 3, 2 ).

Non c’é nessuna ombra di ipocrisia nelle parole di questo dottore della Legge che arriva all’appuntamento solo e pacifico. I ‘segni’ ( in greco ‘semeia’ ) compiuti da Gesù a Gerusalemme ( Gv. 2, 23 ) lo hanno impressionato ed il notabile é disposto ad ammettere che essi hanno un’origine soprannaturale. Divina, non demoniaca secondo l’accusa mossa a Gesù dagli altri Farisei. Il Nazareno gli si manifesta come una personalità carismatica e per Nicodemo ciò basta e il suo orizzonte mentale di comprensione sembra finire qui.

Tuttavia Gesù invita il suo interlocutore ad aprire la mente e, soprattutto, il cuore ad una rivelazione più grande e nuova allo stesso tempo, e a mettere in discussione se stesso e i suoi pregiudizi.

Egli parla di una ‘rinascita’ indispensabile per comprendere e accedere al 'Regno di Dio’. Nicodemo sa che il pentimento e la purificazione dai peccati sono le premesse perché si attui un tale ‘regno’. Per Gesù il ‘cambiamento’ dev’essere radicale.

Il Fariseo riesce ad afferrare un dato : il ‘cambiamento’. Ma come ? Come si attua ?

Gesù gli risponde :



“In verità, in verità ti dico, se uno non ‘rinasce’ dall’alto, non può vedere il
regno di Dio” ( Gv. 3, 3 ).


Una ‘ri-nascita’ dunque ! Nicodemo interpreta l’espressione in un senso fisico e biologico. E la sua replica si caratterizza per ironia ( “Come può un uomo nascere quando già é vecchio ? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere” in Gv. 3,4 ). Oppure quel ‘ri-nascere’ potrebbe alludere ( forse Nicodemo pensa anche a questo ) ad una reincarnazione dell’individuo, così come presente nei misteri orfici greci, in alcune correnti filosofiche mediterranee e in alcune religioni orientali ?
Ma si tratta di una convinzione totalmente estranea al Giudaismo ufficiale che sembra propendere invece, in alcune sue correnti, ad una resurrezione corporea alla fine dei tempi.

Nicodemo, però, confessa umilmente di non saper comprendere il senso di questa ‘ri-nascita’, anche se si convince che Gesù alluda ad una
'ri-generazione' che deve avvenire già in questa vita corporea propria di ognuno di noi.

Gesù arricchisce il suo discorso :


“In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non
può entrare nel regno di Dio. Quel che é nato dalla carne é carne e quel
che é nato dallo Spirito é Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto : d
o
vete rinascere dall’alto” ( Gv. 3, 5 – 7 ).


Corregge la falsa supposizione del Fariseo : non una nascita secondo la carne, ma una ‘nascita secondo lo Spirito’ . E’ probabile che l’espressione “acqua” l’abbia aggiunta l’Evangelista, come sostiene il biblista Carlo Buzzetti (10).

Qualcosa comincia a schiarirsi nella mente di Nicodemo. Il Maestro galileo parla di una ‘nascita nello Spirito’. Contrappone lo spirito alla carne, ma non da intendersi nel senso di un contrasto tra il corpo e l’anima, alla maniera platonica per capirci. Vista la concezione unitaria dell’uomo presso gli Ebrei, la contrapposizione si dà tra due condizioni esistenziali di vita. Giovanni ( come Paolo di Tarso del resto) utilizza i termini greci ‘sarx’ (corrispondente all’ebraico ‘basàr’) e ‘pneuma’ ( relativo a ‘ruah’ ). Questa dottrina del contrasto tra l’uomo carnale e l’uomo spirituale, presente negli scritti dell’Apostolo delle Genti é la stessa di Gesù che ricorre nel Q.V. Paolo non ha detto nulla di nuovo e di originale e, pertanto su questo punto, non può essere ritenuto il fondatore del Cristianesimo.

Il fatto di “rinascere dall’alto” vuol dire che nessun sforzo umano può attuare un processo di rigenerazione totale dell’uomo. E questo può essere solo opera di Dio.

Gesù riconosce che un tale processo non é comprensibile alla logica umana. Ciò non significa che esso non sia reale. Inoltre, il Maestro galileo stabilisce una analogìa con un fenomeno empirico qual è il vento di cui, nonostante l’esistenza, se ne ignorano l’origine e la composizione. “Quanto più é libero, imprevedibile e misterioso lo ‘Spirito di Dio’ !" ( 11 )

Nicodemo sta riuscendo, con fatica, ad aprirsi a questa novità esposta dal Rabbì di Nazareth, ma il suo orizzonte mentale appare ancora ristretto. Chiede a Gesù: “come può accadere questo ?” ( Gv. 3, 9 ).
Gesù, pur riconoscendo la solidità teologica di Nicodemo, sembra meravigliarsi di fronte alle incertezze del dottore della Legge che “dovrebbe avere un maggior senso della suprema libertà e potenza di Dio” ( 12 ), come pure ricordarsi delle antiche profezie “riguardanti il tempo nel quale Dio avrebbe rinnovato il suo popolo diffondendo il suo Spirito”, come in Ez. 36, 26; 37, 1-14; Is. 32, 15-18; 44, 3-5….( 13 ).

Dopo il versetto 10 sembra che la figura del Fariseo scompaia per fare posto ad una più o meno lunga pericope inserita dall’Evangelista che fa prolungare il discorso di Gesù.

Nicodemo non replica e non fa più osservazioni, quasi a testimoniare ancora un inadeguato sforzo di comprensione di tutta la portata della rivelazione di Gesù che, tra l’altro, segue una pedagogìa propria e tempi opportuni per comunicare altre verità. Ciò sembra essere il senso di questo ulteriore passo giovanneo :


“Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parl
e
rò di cose del cielo ?” ( Gv. 3, 12 ).


Secondo il Buzzetti l’espressione “cose della terra….cose del cielo” é un po’ ambigua ( 14 ). E’ probabile che Gesù non intenda per “cose della terra” le situazioni quotidiane, ma “le realtà salvifiche del momento presente” ( 15 ), cioé quelle di origine divina che si vivono nel “qui e ora”. Mentre per “cose del cielo” si dovrebbero intendere le realtà finali, gli avvenimenti degli ultimi tempi. Non si possono rivelare verità profonde se non si dà una maggiore apertura di fede.

Tuttavia Nicodemo, con il suo oscillare tra la fede e l’incredulità, tra lo scetticismo e un minimo di comprensione, manifesterà tutto il suo carattere magnanimo nelle operazioni di sepoltura di Gesù una volta crocifisso, quasi a far da contraltare alla viltà e alla paura degli Apostoli che abbandoneranno il loro Maestro nel giardino del Gethsemani.

Altro aspetto imbarazzante presente nel Q.V., i cui racconti non possono essere ritenuti frutto di invenzione, a meno che non siano stati creati apposta per offendere l’intelligenza altrui.



NOTE :


*L’abate Giuseppe Ricciotti ( 1890 – 1964 ) dell’Ordine dei Canonici Lateranensi;
**David Flusser, docente di storia del Cristianesimo presso l’Università Ebraica di Gerusalemme

(1) : Vittorio Messori, “Patì sotto Ponzio Pilato ? Un’indagine sulla passione e morte di Gesù”,
Società Editrice Internazionale, Torino 1992, p. 156;
(2) : op. cit., p. 156;
(3) : op. cit., p. 157;
(4) : op. cit., p. 157;
(5) : op. cit., p. 157;
(6) : op. cit., p. 156;
(7) : op. cit., p. 156;
(8) : op. cit., pp. 158 – 161;
(9) : l’antitesi ‘luce’ – ‘tenebre’ é presente negli scritti apocalittici del tardo Giudaismo coevo
a Gesù, come quelli circolanti a Qumran. Ricorrendo questo schema genuinamente ebrai
co, si può facilmente smentire una pretesa origine proto-gnostica del Vangelo secondo
Giovanni, per quanto la dialettica luce-tenebre sia presente anche nella letteratura del
lo gnosticismo eterodosso.
(10) : pp. 257 – 258;
(11) : op. cit., p. 258;
(12) : op. cit., p. 258;
(13) : op. cit., p. 258;
(14) : op. cit., p. 259;
(15) : op. cit., p. 259.









L’ INCONTRO DI GESU’ CON LA SAMARITANA ( GV. 4, 1-42 )

Nicodemo rappresenta, nell’ottica del Quarto Vangelo, un fallito tentativo di convergenza tra il fariseismo, da un lato, e il messaggio di redenzione di Gesù di Nazareth, dall’altro, ancbe se non sappiamo come finisce questo confronto tra due grandi Maestri in Israele. L’evangelista Giovanni sottolinea l’importanza di questo incontro per due motivi : a) per mettere in risalto la ‘nascita nello spirito’ come premessa perché si attui il ‘regno di Dio’ ; b) per il rilievo dato ad un interlocutore privilegiato di Gesù, essendo Nicodemo uno dei capi più riconosciuti di tutta la nazione ebraica del tempo.
Il summenzionato dottore della Legge, tuttavia, agisce come un uomo onesto e generoso rispetto agli altri suoi colleghi farisei, e che riconosce in Gesù la presenza di qualità carismatiche da non sottovalutare, non nutrendo nei suoi riguardi alcuna pregiudiziale ostile e polemica. Come asserisce il Buzzetti, tuttavia, anche Nicodemo ha incontrato “un personaggio sconcertante, difficile da gestire” (1).

Esaminiamo ora l’incontro con un’altra figura biblica dove Gv. sottolinea una varietà tematica non trascurabile ai fini della comprensione del Cristianesimo primitivo. Quali sono i punti salienti che traspaiono da questo racconto ? Sono :

a) la pienezza della ‘Rivelazione’ ; b) nessun luogo, per quanto denso di sacralità, può essere ritenuto il solenne o definitivo depositario di tale Rivelazione; c) la pienezza della ‘Rivelazione’ si compendia in queste parole : ‘Dio’ va adorato in ‘Spirito’ e ‘Verità’ ( pregare dopo aver ricevuto lo Spirito e la ‘verità’, cioé la ‘rivelazione di Dio’ ); d) una tale pienezza comprende il carattere della ‘messianicità’ ( l’attesa del ‘Messìa’ é patrimonio comune sia dei Giudei che dei loro scomodi confinanti, i Samaritani ).

Esponiamo una breve esegesi di Gv. 4,1–42.

Gesù, in occasione di una precedente festività pasquale, ha fatto parlare molto di sé, interessando folle e autorità. La prudenza lo induce a fare ritorno in Galilea con i suoi discepoli. Il passaggio in terra di Samaria gli sembra essere d’obbligo. L’Evangelista, al riguardo, evidenzia che :

“I Giudei non hanno rapporti con i Samaritani” ( Gv. 4, 9 ).

Le due etnie puntano ormai, da parecchi secoli, su un esclusivismo non solo in campo razziale, ma anche in quello religioso. Il confronto tra loro non può che essere polemico.

Ma come é nata la popolazione samaritana ?

Nell’ VIII secolo prima dell’E.V. gli Assiri sottomettono il regno di Israele con capitale Sichem e ne deportano gli abitanti verso Ninive. Gruppi mesopotamici colonizzano il territorio e si fondono con gli israeliti ivi rimasti. Da questo incrocio nascono i ‘Samaritani’ che non sono ebrei puri da un punto di vista razziale. Inoltre, questi vengono considerati dai Giudei come scismatici dal punto di vista religioso, nel senso che accolgono solo la ‘Torah’, cioé la ‘Legge di Mose’, non riconoscendo i libri profetici e sapienziali dell’A.T.
Quindi non possiedono una nozione di Dio esatta come i loro confinanti.
Apertamente discriminati dai Giudei e violentemente perseguitati durante la dominazione seleucidica, i Samaritani rifiutano di onorare il Tempio di Gerusalemme e costruiscono un loro luogo di culto e di preghiera sul Monte Garizim che poi verrà distrutto sotto la dinastìa asmonea.
All’epoca dell’episodio descritto dal Vangelo giovanneo, i resti di un tale tempio possono essere ancora ammirati e su di essi si possono officiare preghiere.
Anche i Samaritani hanno un vivo senso della ‘messianicità’, ma la loro figura del Messìa-profeta é quella che traspare in Dt. 18,15-18, ma sulla base di idee abbastanza imprecise su cosa sia un profeta, dal momento che negano i ‘nebiim’ ( cioé gli scritti profetici dell’A.T. ).
Dopo alcune sanguinose repressioni sia da parte dei Romani di Ponzio Pilato (che nel 36 E.V. gli costa la decadenza dal mandato procuratoriale), sia da parte dei Bizantini di Giustiniano nel 555 E.V. per la loro refrattarietà alla conversione al Cristianesimo , questa popolazione é quasi scomparsa dalla faccia della terra. Sopravvive ancor oggi una piccola minoranza che segue il tradizionale culto dei padri.

Ma qual é il rapporto di Gesù con i Samaritani ? Questi ultimi, come i Gentili e tantomeno i Giudei della Diaspora, non sembrano rientrare nei programmi della sua predicazione che si rivolge, in primo luogo, agli abitanti della Galilea e della Giudea. Ma neanche sembra trascurare gli altri gruppi etnici, come ci informa la tradizione sinottica :

“Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si
diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare
i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso
Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero :
‘Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi ?’.
Ma Gesù si voltò e li rimproverò.E si avviarono verso un altro villaggio” ( Lc. 9,51-55).


Questo passo presenta una testimonianza significativa dell’intolleranza religiosa, non solo prerogativa dei Giudei ma anche dei Samaritani e dei loro campanilismi locali. Gesù non viene accolto in un villaggio samaritano, non perché galileo, ma perché diretto a Gerusalemme e all’ “esecrato” Tempio.
Il Maestro, tuttavia deplora l’impetuosità dei due figli di Zebedeo stigmatizzando sia il fanatismo che la violenza che esso comporta.

Perfino i più ostili tra i Giudei cercano in più di un’occasione di screditare Gesù di Nazareth facendolo passare addirittura per un “samaritano” in coppia con “indemoniato” ( Gv. 8,48 ), quasi a sottolineare che i Samaritani siano progenie di Satana.

Con la ‘parabola del Buon Samaritano’ ( Lc. 10,25-37 ), Gesù, nell’esporre il tema dell’amore per il prossimo, invita a mettere da parte tutti i pregiudizi anche di carattere etnico. Non intende sopravvalutare, sotto questo punto di vista, il samaritano rispetto al sacerdote e al levita giudei della parabola, ma a sostenere che in ogni uomo può e deve albergarvi un sentimento disinteressato di generoso altruismo.

Il tentativo di superare dissidi, scismi e acrimonie di parte, lo si intravede nel colloquio di Gesù con la Samaritana ( Gv. 4,1–42 ) a proposito dei due templi.
Il Maestro di Nazareth si trova a Sicàr, un villaggio della Samaria, vicino ad un pozzo la cui erezione la più antica tradizione attribuisce nientemeno a Giacobbe patriarca d’Israele. I suoi discepoli vanno in zone vicine in cerca di cibo. Forse l’Autore del Q.V., trovandosi ad una certa distanza da Gesù, assiste all’incontro narrato.

Si avvicina al pozzo una ‘donna’ sola con una brocca d’acqua. Ella scorge Gesù e, dal momento che costui le chiede dell’acqua da bere, scopre che é un forestiero. Per giunta giudeo e reagisce con disappunto :

“Come mai tu che sei Giudeo chiedi da bere a me, che sono una donna sama
ritana ?” ( Gv. 4,9 ).


Il fatto di rivolgersi ad una donna sola può essere un motivo tale da urtare la suscettibilità altrui, quasi un modo di intrattenere una certa intimità con il gentil sesso. Se a questo si aggiunge il dato che la richiesta viene da un uomo che appartiene ad un’odiata etnia, ciò può apparire una provocazione intollerabile.

Ma Gesù ribatte con autorevolezza alle parole della donna :

“Se tu conoscessi il dono di Dio e chi é colui che ti dice ‘dammi da bere’, tu stes
sa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva” ( Gv. 9,10 ).

La donna si incuriosisce di fronte al suo interlocutore. Egli si presenta come un ‘dono di Dio’ e, quindi, non qualcuno al quale restare indifferente. Il pozzo é profondo e la samaritana gli domanda : “da dove hai dunque quest’acqua viva ?” ( Gv. 4,11 ). Continuando, ironicamente aggiunge : “Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe che ci diede questo pozzo…..?” ( Gv. 4,12 ).

Con questo discorso della ‘acqua viva’ Gesù vuole portare la donna ad un livello più elevato di comprensione, servendosi dei fenomeni naturali e di immagini desunte dall’esperienza quotidiana, caricandoli di sensi doppi. Un discorso che deve essere incentrato sulla ‘persona del Messia’.

Ora l’acqua che dà la vita solo lui la possiede. L’atteggiamento della donna é sorprendentemente superficiale. Crede che Gesù possieda un dono magico tale da dissetare una volta per sempre e “pensa soltanto ai vantaggi pratici” ( 2 ) che questo comporta. Il motivo dell’acqua viva dovrebbe indurre, nelle intenzioni di Cristo, l’interlocutrice a chiedersi chi sia quest’uomo che le sta davanti. “La sua non é cattiva volontà intenzionale; si tratta di una specie di incapacità spirituale, che per Gv. é sempre più o meno una colpa, in quanto deriva dagli atteggiamenti e dalle preoccupazioni di fondo che una persona fa proprie” ( 3 ).

Gesù sembra fallire nel suo proposito e sposta il discorso su un piano diverso, affinché la donna possa finalmente metterne a fuoco l’identità. Le dice pertanto: “va a chiamare tuo marito e poi ritorna qui” ( Gv. 4,16 ). Ella ribatte : “Non ho marito” ( Gv. 4,17 ). E lui di rimando : “hai detto bene ‘non ho marito’; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non é tuo marito; in questo hai detto il vero” ( Gv. 4,17-18 ).

La Samaritana comincia già ad avvertire in quest’uomo la presenza di una forza soprannaturale e lo considera un ‘profeta’, meravigliandosi di questa superiore capacità di discernimento mostrata da Gesù.

C’é un velato rimprovero del Nazareno per la situazione irregolare in cui vive la donna, nonostante l’attestazione della sua sincerità. Quasi per schermirsi quest’ultima punta l’attenzione sulle rovine del Tempio sul Monte Garizim. E riconoscendo in Gesù la presenza di una forza superiore, ne approfitta per “chiarire una questione religiosa” ( 4 ) di lunga data, chiedendogli quale sia il vero culto da attribuire a Jahveh: quello giudaico o quello samaritano ?

“Se un confronto tra Giudei e Samaritani dev’essere fatto” ( 5 ), i Giudei sono privilegiati in quanto hanno conservato tutta la Rivelazione fin qui comunicata, conoscendo il Padre celeste meglio degli altri. Pertanto, attraverso questo popolo dovrà attuarsi la manifestazione definitiva del Messìa. Questo é il senso dell’espressione di Gesù :

“Noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei” ( Gv. 4,22 ).

Ma la domanda della donna perderà il suo senso, in quanto verrà il momento che nessun luogo geografico e nessun edificio religioso avranno la privativa di esercitare l’unico vero culto a Dio :

“Credimi donna, é giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalem
me adorerete il Padre…..Ma é giunto il momento, ed é questo, in cui i veri adora
tori adoreranno il Padre in spirito e verità;perché il Padre cerca tali adoratori.Dio
é spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” ( Gv. 4,24 ).



“Queste parole non sono un invito a trascurare ogni manifestazione esteriore di adorazione e limitarsi ad un culto interiore, personale” ( 6 ).
Gesù intende Dio come spirito purissimo nella sua essenza metafisica, ma anche per il fatto che Egli conferisce il suo Spirito agli uomini che credono nel Messìa, facendoli partecipare della sua vita.
I 'nuovi credenti' saranno coloro che adoreranno Dio con questo dono dello Spirito che li rende partecipi di una profonda comunione con il Padre e nella ‘verità’, nel possesso di una Rivelazione unica ed integrale, non più limitata all’Antica Alleanza ma incentrata sul ‘Logos’ incarnato.

Quando l’evangelista Giovanni parla della ‘verità’,utilizza il greco ‘aletheia’, da non
intendersi nel senso di una corrispondenza tra il giudizio dell’intelligenza e la cosa
cui esso riferisce, come siamo soliti oggi intendere con il termine ‘verità’.
Con l’alfa privativo la parola greca designa il non-nascondimento di una
realtà, quindi la sua ‘rivelazione’.


Il colloquio tra la Samaritana e Gesù si sta avviando alla conclusione. La prima comincia a comprendere che lo ‘spirito’ e la ‘verità’ sono le caratteristiche messianiche, ma non va oltre. Incuriosita, ella rivolge al Nazareno questa domanda :

“So che deve venire il Messìa ( cioé il Cristo ) : quando egli verrà, ci annunzierà
ogni cosa” ( Gv. 4,25 ).



Gesù, finalmente, le rivela la sua identità :

“Sono io che ti parlo !” ( Gv. 4,26 ).


La donna comunica questa notizia agli abitanti di Sicàr più per la meraviglia di trovarsi di fronte ad un uomo straordinario del quale lei sospetta che sia il Messia atteso, ma senza una profonda fede in lui. Tuttavia chiede aiuto ai suoi compaesani onde ottenere un accertamento maggiore, dopo aver loro esposto la capacità di discernimento di Gesù.

Intanto arrivano i Dodici con provviste alimentari, ma Gesù le rifiuta adducendo il motivo che sta attendendo un insolito cibo. E’ chiaro che intende “nutrirsi della volontà di Dio” ( 7 ) raccogliendo più conversioni. “Ma anche i discepoli faticano a capire” ( 8 ).

Citando due proverbi contadini, fa loro questo discorso :

“Non dite voi : ‘ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura ?’. Ecco
io vi dico : levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per
la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna,
perché ne goda insieme chi semina e chi miete.Qui infatti si realizza il detto :
‘uno semina e uno miete’. Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete
lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro” (Gv. 4,35-38).



I discepoli riescono appena a percepire la valenza simbolica di queste frasi di Gesù. E’ probabile che il loro Maestro, agitando la mano, indichi tanto i campi biondeggianti di grano quanto i Samaritani che si stanno avvicinando.
“Il tempo messianico é tempo di mietitura” ( 10 ). Il compito ( e il merito ) dei discepoli di Gesù “starà tutto nel saper raccogliere ciò che Cristo ha seminato portando la Rivelazione ed ha reso fecondo con la sua Passione” ( 11 ).
E i Samaritani di Sicàr non rimarranno delusi dalla parola del Maestro galileo che avrà la grandissima soddisfazione di essere riconosciuto come il ‘Salvatore del mondo’ (Gv. 4,41).



NOTE :

1) Carlo Buzzetti, “Il libro dei segni” in “Corso Biblico Superiore – La via della salvezza-
Guida alla lettura diretta della Bibbia”, Centro Ecumenico “Ut Unum Sint”, Roma, p. 268;
2) op. cit., p. 264;
3) op. cit., p. 264;
4) op. cit., p. 265;
5) op. cit., p. 265;
6) op. cit., p. 265 : si é sempre fatta, al riguardo, un’interpretazione inesatta, abusandola,
nella storia della Chiesa, da parte di correnti dottrinali estremiste che
hanno sempre contrapposto il lato mistico a quello istituzionale della
Chiesa e del Cristianesimo, svalutando ciò che é visibile, ciò che è mat
e
riale, ciò che é sacramentale. Pensiamo agli gnostici dei primi secoli del
l’E.V.,alle correnti millenaristico-pauperistiche del basso Medioevo, all’i
n
dividualismo protestante,a certe esagerazioni di una mistica non propria
mente conforme alle linee magisteriali della Chiesa cattolica, alle posizi
o
ni di un razionalismo radicale ( si cfr. l’Illuminismo ).
Tendenze e atteggiamenti che hanno trovato alimento proprio dalla lettu
ra di questo e di altri brani giovannei.
Per quanto concerne il discorso della Samaritana sulla questione religiosa
che opponeva Giudei e Samaritani,c’è da dire che questo capitolo non co
m
prende nessun rifiuto di manifestazioni esteriori di culto.
Ma Gesù sottolinea anche il giusto rilievo da dare ad una dimensione in
timistica del rapporto che ci dev’essere tra il fedele e la divinità, tanto che
Paolo di Tarso riterrà, nella prima Lettera ai Corinti il corpo proprio ed al
trui come il tempio dello Spirito Santo.
Si tratta di novità sorprendenti in un’epoca come quella antica,dove il ‘Te
m
pio’ materiale, come edificio di culto, assumeva, tanto in Israele quanto
presso le nazioni pagane, il valore di un centro direttivo della vita individua
le e/o collettiva ( ma con una precisa differenza : per i pagani il Tempio era
l’abitacolo della divinità; per gli ebrei il luogo dell’incontro tra Jahveh e il
suo popolo ).
Distruggere un tempio significava far perire una civiltà. Dotarlo di magnif
i
cenza e di sontuosità ( e arricchirlo artisticamente ) era un impegno prior
i
tario non solo di ogni persona pia ma di tutto un popolo.
7) op. cit., p. 266;
8) op. cit., p. 266;
9) op. cit., p. 266;
10) op. cit., p. 266;
11) op. cit., p. 266.








L’ INCONTRO DI GESU’ CON L’UFFICIALE DI CORTE ( Gv. 4, 46 -53 )


L’evangelista Giovanni ci presenta un’altra figura biblica, un’altra maniera di reagire in un confronto diretto con le parole e con i gesti di Gesù Cristo.
Si tratta di un personaggio di primo livello nel senso che incarna un ruolo politico, essendo un dignitario e funzionario di corte. Il Q.V., al riguardo, é molto sobrio di informazioni, ma si può arguire, con margine di probabilità, che l’ufficiale debba essere un agente al servizio del tetrarca di Galilea Erode Antipa. Forse per Gv. vale la pena di segnalare l’episodio di un incontro di questo funzionario con Gesù per il fatto che il primo é effettivamente un pagano. Questa constatazione risulta essere valida, in quanto nella corte di Antipa prestano servizio assertori di costumi ellenizzanti ed idolatrici.

Gesù rimane due giorni a Sicàr, dopo di che fa ritorno in Galilea. La fama di ciò che ha operato a Gerusalemme l’ha preceduto presso i suoi conterranei. Numerosi Galilei -che hanno assistito ai suoi prodigi- lo solennizzano. Probabilmente c’é chi manifesta il proposito di volerlo come re dal punto di vista politico. Ma questo non é il tipo di fede che Gesù ricerca.

Sembra quasi per contrasto più genuina la fede di questo dignitario di corte che Gesù incontra a Cana, il villaggio dove ha operato il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino.

L’interlocutore gli fa pressante richiesta della guarigione del proprio figlio moribondo che si trova a Cafarnao. Gesù apparentemente lo rimprovera :

“Se non vedete segni e prodigi voi non credete” ( Gv. 4,48 ).


Ma per l’ufficiale di corte si tratta di una prova.

Gesù lo manda via dicendogli che il figlio sta bene. Il funzionario non gli richiede alcuna rassicurazione. Mostra totale fiducia nelle parole di Gesù e la guarigione del proprio parente più stretto, si può dire, ne é un premio.

L’Evangelista ci tiene a precisare che si tratta del secondo miracolo che Gesù fa nel suo ritorno dalla Giudea alla Galilea ( Gv. 4,54 )





GESU’ E I MOVIMENTI DI LIBERAZIONE DELLA PALESTINA DEL I SECOLO



Nell’ambiente accademico “laico”, fin dai primi decenni del secolo scorso, la ‘critica delle forme’ ( che analizza la stratificazione delle fonti per quanto concerne i Vangeli canonici e dove si mette in risalto il “Sitz im Leben”, cioé il “posto nella vita” ) e la ‘storia della redazione’ hanno insistito su tre livelli principali : a) una concezione originaria che i primi discepoli di Gesù di Nazareth ebbero di lui e dei suoi insegnamenti; b) l’inquadramento delle informazioni fornite dai seguaci del Messia di Nazareth entro categorie teologiche proprie di ciascun Evangelista ( che, del resto, rispecchia sempre il punto di vista della Chiesa primitiva come istituzione ); c) la vincente teologia della scuola paolina che ha adattato il messaggio originale del Nazareno all’orizzonte culturale ellenistico, rendendolo armonizzabile con le istanze politico-sociali dell’Impero romano.

Detto questo, si potrebbe dire praticamente che Gesù ha insegnato e predicato un certo “quid” ( in questo caso il ‘Regno di Dio’ ). Successivamente, la comunità dei fedeli ha giustapposto a questa figura preoccupazioni e pensieri che non erano i suoi e, pertanto, si avrebbe a che fare con una prima discontinuità con il suo “originario” e “genuino” messaggio. Paolo di Tarso avrebbe poi accentuato questa discontinuità, offrendo un inquadramento teologico originale della dottrina del Maestro galileo, con schemi e concetti desunti dal Giudaismo ellenistico e dalla cultura greca del periodo. Una constatazione va pure fatta : l’Apostolo delle Genti sembra non fare nessun richiamo, nei suoi scritti, alla nozione di ‘messianicità’ così debordante dai Vangeli canonici e così viva nel contesto storico-geografico palestinese del I secolo.

Questa “stratificazione tra i tre livelli”, per uno studio scientifico dei Vangeli canonici, si poggia però su un fondamento aprioristicamente accettato ma mai messo in discussione : la separazione del Gesù della storia dal Cristo della Fede che, magari, avrebbe potuto risentire di qualche beneficio di attendibilità se avessimo potuto disporre di molti documenti extracristiani del I secolo, con esplicite informazioni su Gesù di Nazareth, onde stabilire un loro aperto confronto con gli scritti del N.T. Il Testimonium Flavianum (corrispondente ad Ant. Giud. XVIII, 63-64 e 116-119 e Ant. Giud. XX, 200) di Giuseppe Flavio ( del 93 EV ) e gli Annali XV,44 di Publio Cornelio Tacito ( del 112 EV ), assieme alla Lettera di Mara Bar Serapione ( risalente al 73 EV circa ), confermano, in modo ormai inoppugnabile, un dato storico biblico : la certezza dell’esistenza di Gesù di Nazareth giustiziato ( crocifisso ) in Giudea ad opera di Ponzio Pilato. Invece il documento “Alethés Lògos” di Cecilio Celso é abbastanza posteriore agli eventi evangelici ( intorno al 178 EV circa) e presuppone già la conoscenza del N.T., mirando solo a screditarlo polemicamente.

E’ pacifico da parte di tutti sostenere che i Vangeli canonici più gli Atti degli Apostoli ( e tutti gli altri scritti della Chiesa del I secolo ) non sono fonti neutrali, per la forte commistione che sussiste in essi tra la storia e la teologia, per cui risulta che il Gesù della storia non solo é mai inscindibile, ma per niente concepibile senza il Cristo della fede. Infatti rimane ben poco, dal punto di vista biografico, del Nazareno se non la narrazione dei suoi episodi e dei suoi discorsi che fondano la fede dei credenti prima nella sua messianicità, poi nella sua resurrezione, e poi ancora nella sua divinità e in una concezione trinitaria di Dio.

Un libro intitolato “Gesù e gli Zeloti” di Samuel Brandon (1907 - 1971), un ministro di culto anglicano, celebre nel terzultimo decennio del secolo scorso, ponendosi in una linea ideale che lo collega a Hermann Samuel Reimarus e a Robert Eisler, vale a dire a studiosi apertamente razionalisti arriva a sostenere, in base ad una esclusiva e “serrata” critica interna ai libri storici del N.T., non soltanto una “congruenza”, addirittura una “omogeneità di fondo”, tra il discepolato pre-pasquale di Gesù di Nazareth ( e la futura Chiesa di Gerusalemme ), da un lato, e i movimenti di liberazione della Palestina del I secolo*, dall’altro.

*Si badi bene : movimenti politico-religiosi ebrei più o meno organizzati contro l’oppressivo dominio romano e contro il collaborazionismo del Sinedrio e dell’aristocrazia sacerdotale.

Se questa “omogeneità” venisse spinta fino alle ultime conseguenze, potremmo rischiare di ridurre i discepoli del Nazareno prima e i ‘giudeocristiani’ poi, raccolti attorno al loro primo vescovo Iakobo negli anni successivi alla morte e resurrezione del Maestro di Nazareth, “esclusivamente” ad una delle tante correnti religiose del più variegato Giudaismo palestinese, alla maniera degli Esseni, dei Farisei, dei Sadducei e degli Zeloti, e non piuttosto i giudeo-cristiani come sostenitori, più o meno consapevoli (autonomamente dall’affermazione del Cristianesimo paolino nel Mediterraneo), di una religione con una nuova ed originale fisionomia rispetto alla matrice mosaica dalla quale pur essa é derivata. Non solo : la teoria di Samuel Brandon ( che tra l’altro sembra richiamarsi a Reimarus e ai suoi epigoni ), davvero impressionante, é quella che fa riferimento a un “Gesù rivoluzionario sul piano politico-sociale” e ai suoi discepoli “armati”, con caratteri non dissimili e non difformi rispetto allo Zelotismo, inteso come un movimento ebreo integralista dal punto di vista religioso, duro e puro e tenacemente arroccato a posizioni indipendentistiche e teocratiche, del quale i ‘Sicari’ (‘Ekariots’) costituirebbero il braccio armato terrorista.

E’ chiaro che si tratta di una prospettiva storico–critica non conciliabile con i pronunciamenti del Magistero della Chiesa cattolica e con il credo di tante altre confessioni cristiane, ma risulterà alla fine abbastanza debole anche sullo stesso piano esegetico, come cercheremo di dimostrare.

Consideriamo distinte due fasi del Cristianesimo nascente in terra di Palestina :

1. La prima é quella che vede Gesù predicare, produrre conversioni e “opere sorprendenti” (citazione che si ritrova nello scritto già menzionato di Giuseppe Flavio), “miracoli”, “segni” ( secondo il Quarto Vangelo ), raccogliere attorno a sé un ben cospicuo discepolato e dal quale viene selezionata una cerchia di intimi da lui chiamati ‘Apostoli’ ( dal greco : “inviati” ), commentare la Torah e i Profeti, insegnare nelle più disparate sinagoghe e nel Tempio di Gerusalemme.

Gesù si muove nell’ambito della religiosità tradizionale. Anche lui é stato un “bar Mitzva” (un “figlio della Legge” già dal dodicesimo anno di età) e si comporta come un predicatore itinerante, un esperto conoscitore delle Sacre Scritture dell’A.T. che preferisce seguire un suo percorso teologico autonomo, non omologabile né irriducibile a nessuna delle “philosophiai” ( correnti religiose del Giudaismo palestinese in quel periodo ) come le chiama Giuseppe Flavio, nel pieno rispetto delle principali credenze mosaiche. Tutti e quattro i Vangeli canonici più gli Atti degli Apostoli non fanno mai menzione degli Esseni, né tantomeno in modo esplicito degli Zeloti ( unica eccezione é l’allusione ad un apostolo di nome Simone detto lo Zelota in Mc. 3,18; Lc. 6,15; At. 1,13 ). Il confronto invece con gli Scribi, i Farisei, i Sadducei e gli Erodiani, é aperto e quasi sempre reciprocamente ostile sul modo di intendere e sulla sostanza della ‘Legge di Mosé’**, il ‘Regno dei cieli’, la figura del ‘Messia escatologico’. E - a leggere i brani evangelici - le provocazioni tra Gesù e le prime due categorie cultural-religiose non si contano: incomprensioni, critiche aspre e severe, polemiche, intimidazioni, diverbi fino all’omicidio deliberato. Occorre ricordare che non tutti i Farisei, da un lato, e la classe sacerdotale gerosolimitana, dall’altro, costituiscono un blocco monolitico e compatto nell’opporre un deciso baluardo al Vangelo. Pochi casi ma significativi sono quelli di Nicodemo ( Gv. 3,1-21 e Gv. 19,39 ), di Giuseppe d’Arimatea (Mt. 27,57-60; Mc. 15,42-47; Lc. 20,50-56; Gv. 19,38), di Gamaliele I ( At. 5,33-39 ) che esprimono una posizione equilibrata ed attendista. Anche la nascente Chiesa di Gerusalemme potrà contare su una presenza di ex Farisei.

**Il Maestro di Nazareth non si qualifica, proprio per nulla, come un contestatore della Legge di Mosé e meno che mai uno che mette in discussione le profezie veterotestamentarie. I Vangeli canonici ci dicono al riguardo :

“Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma a completare. In verità vi dico che fino a quando il cielo e la terra non passeranno, non scomparirà dalla legge neppure uno iota o un apice, finché non sia tutto adempiuto. Chi, dunque, violerà uno tra i più piccoli di questi comandamenti e insegnerà agli uomini a fare così, sarà considerato il più piccolo nel regno dei cieli; ma colui che li osserverà e insegnerà ad osservarli, sarà chiamato grande nel regno dei cieli. Poiché vi dico : se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete nel regno dei cieli ( Mt. 5,17-20ss.; si cfr anche Lc. 16,17 ).


L’osservanza della ‘Legge di Dio’ diventa una garanzia e una condizione indispensabili per l'accesso al Regno dei cieli. “Non sono venuto ad abolire la legge, ma a completare” ( Mt. 5,17 ) : questo versetto suggerisce l’idea di una nuova ‘rivelazione’ apportata da Cristo che si considera la “pienezza della Legge”.

Eppure questa nuova rivelazione ( si cfr. Lc. 16,16 ) fa leva su un ”carattere transitorio”, non diciamo solo dei Profeti che predicono l’avvento del Messia e del Regno di Dio ma addirittura della stessa Legge. Ci sarebbe un'apparente contraddizione con il versetto lucano successivo ( Lc. 16,17 ), se l’osservanza delle prescrizioni mosaiche non venisse associata allo studio dei Profeti, sottolineando in tal modo il valore profetico della stessa Torah, superato dalla venuta del Messia.


Comune a tutte queste tendenze riscontrabili nel Giudaismo palestinese del I secolo é la ‘apocalittica’, orientamento insieme spirituale ed esistenziale che si esprime in forme più radicali anche, e soprattutto, presso le correnti degli Esseni e degli Zeloti ). In questo effervescente contesto escatologico si inseriscono a pieno titolo le attività del Battista e di Gesù di Nazareth con i loro discepoli, e la futura Chiesa di Gerusalemme.

Gesù si configura pienamente come un ‘predicatore apocalittico’, questo é poco ma sicuro, soggetto di una investitura divina attestata dalle “opere sorprendenti”, con una missione pubblica ed universale che non sembra contestare il sacerdozio levitico e il Tempio di Gerusalemme e, soprattutto, nel pieno rispetto della rivelazione mosaica***.

***In forza del suo carisma profetico Gesù predice eventi futuri in cui sarà superato il culto nel Tempio di Gerusalemme, e un tempo in cui Jahveh non sarà più adorato né nella Città Santa né sul monte Garizim, luogo sacro della popolazione samaritana ( Gv. 4,19-21 ). Ma questa sua presa di posizione non si traduce affatto in una violenta contestazione delle istituzioni sacerdotali ebraiche, come si vorrebbe evincere in modo sbrigativo ( cercando di scorgere una convergenza tra la sua indignata ed audace azione dimostrativa e le rivendicazioni del movimento zelota ) da una lettura della cacciata dei mercanti dal Tempio ( Mt. 21,12-17; Mc. 11,15-19; Lc. 19,45-47; Gv. 2,14-16 ) o da un contrasto con i Gran Sacerdoti a motivo di una sua presunta o reale autorità messianica ( Mt. 21,23-27; Mc. 11,27-33; Lc. 20, 1-8 ) o dalle sue stesse predizioni sulle sciagure escatologiche riguardo al sacro edificio dei Giudei ( Mt. 24,1-3; Mc. 13,1-4; Lc. 21,5-7 ), oppure da una interpretazione fin troppo letterale di una sua iperbolica frase ( “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” in Gv. 2,19; “Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo” in Mc. 14,58 e si cfr. Mt. 26,61 e Mc. 15,29 ), oggetto di un grave atto di accusa contro di lui da parte del Sinedrio. Se la sua provocazione nei confronti dei mercanti e dei Gran Sacerdoti fosse dipesa e seguita da presunte “contestazioni” delle istituzioni cultuali degli Ebrei palestinesi, ciò dovrebbe comportare la sua “coerenza” nel rifiuto di predicare e di partecipare alle funzioni liturgiche nel suddetto Tempio. Ora, beninteso, un rifiuto del genere non traspare da nessuno dei Vangeli canonici. Dopo la resurrezione del Galileo, gli Apostoli e i primi fedeli giudeocristiani frequenteranno il Tempio senza manifestare mai, al riguardo, propositi eversivi ( si cfr. Lc. 24,53 e At. 2,46 ).

I ‘Nebiim’ ( gli scritti profetici ) e i ‘Ketubiim’ ( libri sapienziali come i Salmi ) dell’A.T. alludono all’orientamento apocalittico ravvisato come il culmine della rivelazione di Jahveh nella storia dell’uomo, segnando l’inizio di un nuovo patto ( ‘berit’ ) di redenzione con Israele : con un Israele però disintegrato a causa del peccato ( ‘awon’ ) a tutti i livelli : politico-territoriale, sociale, religioso, morale…….

L’idea di una purificazione personale e collettiva dai peccati, come condizione per la premessa dell’instaurazione di un non meglio definito ‘Regno di Dio’ e forse magari dai caratteri politici e militari, é già riscontrabile nel Giudaismo palestinese ai tempi di Gesù. Sarà uno dei principali motivi della predicazione di Giovanni il Battista che sostiene un battesimo di penitenza come rito purificatore, comune anche agli Esseni. Così pure l’idea di un ‘Regno dei cieli’ non é stata introdotta per la prima volta da Gesù. Basti pensare al continuo richiamo a questa nozione da parte del Battista ( Mc. 3,1-2 ); come pure al suo esser oggetto di studio da parte di uno dei più grandi dottori della Legge di Mosé dei primi decenni del I secolo, quale é il venerato Hillel. Per non parlare poi della figura misteriosa del ‘Messia escatologico’ dai caratteri regali e sacerdotali, credenza ormai incontestabile nel territorio palestinese del I secolo.

Si può riscontrare, quindi, una relativa continuità del ministero pubblico di Gesù di Nazareth e dei suoi discepoli rispetto al Giudaismo del tempo. Gesù si serve di schemi culturali, di immagini e di nozioni, ricavati dal suo ambiente di origine, caricandoli però di un ‘contenuto nuovo, unico, inedito, originale’. Il suo modo di predicare e di rapportarsi ai contemporanei può apparire anche anticonformistico ( come per esempio la sua scelta del celibato contrariamente alla maggior parte dei rabbini dell’epoca ) e addirittura scandaloso, impegnandosi nella confutazione di certi luoghi comuni o di certi pregiudizi specie in campo etico-religioso. L’opzione preferenziale per i ‘peccatori’ sarà la “conditio sine qua non” di tutto il suo insegnamento incentrato sul ‘Regno di Dio’ : essa non va intesa come accettazione di ( o il compromesso con ) uno stato di peccato, ma come il ribaltamento di una pretesa umana di giustizia puramente esteriore e legalistica. Gesù può apparire un “radicale” nelle sue invettive, ma solo se mette a nudo la mistificazione ideologica, la simulazione di santità, la vanagloria religiosa che poggiano su deboli fondamenta morali, su tradizioni umane, su convincimenti di una ristretta mente carnale.

I Farisei accentuano fortemente le discriminazioni religiose e morali nel popolo ebraico, violando in un modo così palese il principio di ‘fraternità universale’ imposto da Jahveh.

Gesù non nega un’attenzione specifica a categorie sociali oppresse soprattutto dal lavoro, dalla rapacità fiscale, dai gravami signorili da parte dei dominatori stranieri e dei loro collaboratori indigeni, nonché da parte dei ceti possidenti. Anche i ‘poveri’ sono al centro delle preoccupazioni del Galileo che, del resto, ha vissuto prima del suo ministero pubblico in una famiglia di disagiate condizioni economiche. Ma nei suoi discorsi non rientrerà mai un messaggio di rivoluzione sociale. Nella tradizione sinottica non si riesce a riscontrare da parte di Gesù nessuna velleità di contestazione socio-economica. Si cfr. il suo incontro con il giovane ricco ( Mt. 19,16-30; Mc. 10,17-27; Lc. 18,18-30 ). La famosa citazione “é difficile per un ricco entrare nel regno dei cieli” non sta a significare la preclusione a un tale regno di chi detiene una proprietà. Infatti il Maestro asserisce che é “difficile” accedere al Regno per chi ha in gestione una ricchezza in modo disordinato ed egoistico o anche disonesto. Questo pensiero é rispecchiato facilmente nella parabola del ricco Epulone e del povero Lazzaro ( Lc. 16,18-31 ), ma che non mira mai a stabilire tra le due figure una frontale contrapposizione classista. Epulone viene punito nella vita ultraterrena non perché titolare di un patrimonio e neanche per aver vissuto in modo decoroso oppure gaudente, ma per aver fatto –lui possidente- del mancato esercizio della carità e della fraternità verso un suo simile una regola sbagliata di vita, volutamente ignorando, al riguardo, gli obblighi morali dettati dalla Legge di Mosé e dai Profeti.

Gesù sembra ritorcere, ma più volte in modo plateale e paradossale, contro gli Scribi, i Farisei, e persino contro i membri della casta sacerdotale, l’accusa di inadempienza della Legge di Mosé nella sostanza. Si attenga ora alla seconda formula di un grande comandamento : “ama il prossimo tuo come te stesso”.

“Or ecco, un dottore della Legge si alzò e domandò, per metterlo in imbarazzo : ‘Maestro, che cosa devo fare per ottenere la vita eterna ?’. Egli rispose : ‘Che cosa é scritto nella Legge? Cosa vi leggi ?’. Quello rispose : ‘Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso’. Gesù soggiunse : ‘Hai risposto bene : fa così e vivrai !’. Ma egli, volendo giustificarsi, domandò a Gesù : ‘E chi é il mio prossimo ?’. Gesù riprese : ‘Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e s’imbatté nei ladri, i quali lo spogliarono, lo caricarono di percosse e se andarono lasciandolo mezzo morto. Ora, un sacerdote, a caso, scendeva per la medesima strada, lo vide ma passò oltre. Così pure un levita, sopraggiunto in quel luogo, lo vide e tirò innanzi. Ma un Samaritano, che era in viaggio, arrivatogli vicino, lo vide e ne ebbe pietà. Gli si accostò, fasciò le sue ferite, versandovi olio e vino; poi, fattolo salire sul suo giumento, lo condusse all’albergo ed ebbe cura di lui. Il giorno dopo prese due denari e li diede all’albergatore dicendogli : Abbi cura di lui e quando spenderai in più, io te li restituirò al mio ritorno. Quale di questi tre é stato il prossimo per quell’uomo che si imbatté nei ladri ?’. Egli rispose : ‘Colui che ebbe compassione di lui’. E Gesù gli disse : ‘Và, e tu pure fa lo stesso !’” ( Lc. 10,25-37 ).

Il dottore della Legge interloquisce con il Nazareno rivolgendogli una domanda ipocrita, volendo rimanere nel vago circa questa nozione. Con una parabola Gesù sottolinea come per “prossimo” non si intenda solamente un “fratello generico” ( quale può rientrare anche un samaritano, uno scomodo confinante allora visto come “diverso”, “scismatico”, “impuro” da parte di chi si crede di essere possessore della verità e non rispetta la dignità personale di chi la pensa e vive in modo diverso ), ma soprattutto un “fratello sofferente che si trova in una situazione di svantaggio materiale e/o spirituale”, come il poveruomo che si é imbattuto nei banditi. Gesù mostra, nella suddetta similitudine, la paradossale incoerenza di chi si ritiene difensore della stessa Legge ( come il levita o il sacerdote giudei del racconto ) calpestandola e svuotandola poi nella sostanza. La Legge di Mosé potrà anche imporre di versare l’elemosina e le decime delle rendite, ma sempre sulla base di un importante fondamento religioso ed etico che é l’amore di Dio e del prossimo.

Il ‘Regno di Dio’ non é suscettibile di essere inquadrato entro categorie politiche o secondo coordinate geografiche ( si cfr. “il mio regno non é di questo mondo” in Gv. 18,36 ) : esso sorge per iniziativa divina ma non si “edifica” senza l’uomo. Bensì dentro l’uomo ! E la sua instaurazione più completa non avverrà se non dopo la sofferenza, il ripudio e la morte del Messia ( Lc. 17,25 ). Si tratta di un ‘Regno’ che si inscrive nella storia con il ministero pubblico di Gesù di Nazareth e il suo prolungamento nel tempo che é la ‘Chiesa’, dove la misericordia, l’umiltà, la mitezza, la giustizia e la pace sono le condizioni imprescindibili per accedervi.

Nel Vangelo secondo Matteo, ritenuto dalla tradizione come un vangelo scritto solo per ebrei convertiti, ricorre un “loghion” di Gesù di Nazareth interessante ma non di facile interpretazione :

“Dai giorni di Giovanni il Battista fino a questo momento il ‘Regno dei cieli’ é sottomesso alla violenza, e i violenti se ne impadroniscono” ( Mt. 11,12; ma si cfr. pure Lc. 16,16 ).

Un bell’articolo di padre Giovanni Vannucci OSM, riportato nel sito www.nuovimagi.it/Archivio/Testi, offre un tentativo di attingimento del significato di questo versetto matteano : “in esso vengono riportate le parole di Cristo che stabiliscono una netta separazione tra i modi di conquista propri dei Profeti fino a Giovanni e quelli iniziati da Cristo…..I Profeti annunziarono il regno futuro, Giovanni il regno presente, Cristo il regno che non é in nessuno spazio terreno, ma nell’intimo di ciascun credente”. La prospettiva del ‘Regno’ non può essere più inquadrata in coordinate spazio – temporali, per cui un interrogativo del tipo “quando verrà il Regno di Dio ?”, rivolto a Gesù dai dottori della Legge, é alquanto irrisorio. Ma non per questo una tale prospettiva non ha un carattere storico : il Regno si é inaugurato con il Messia galileo e diviene già realtà dinamica ed operante nell’oggi dell’accoglienza della sua Parola. Regno di Dio denota sovranità di Dio su ogni cosa e la signoria divina nel cuore di ogni persona, della quale l’Altissimo non intende violentarne la libertà creaturale. Le riflessioni di padre Vannucci sono illuminanti al riguardo : “la violenza appartiene al tempo che in Giovanni é giunto al termine. Cristo é la Vita, il suo e il nostro Dio non é un dio di crudeltà, ma un Dio che dona se stesso perché la vita nelle sue manifestazioni avanzi senza impoverimenti o deformazioni. La più alta moralità é nel dono costante, silenzioso, alla vita perché produca i suoi frutti di matura gioia…..Egli é venuto in mezzo a noi, perché vivessimo la sua vita, ci amassimo del suo amore…..”. Insomma, viene evidenziato il carattere gratuito di questa realtà del Regno di Dio.

“Dai giorni di Giovanni il Battista fino a questo momento……” : la tematica del ‘Regno dei cieli’ é stata spesso esasperata ed abusata dai movimenti messianisti ed apocalittici del periodo del Nazareno. La citazione di Mt. 11,12 andrebbe vista anche come una implicita sconfessione dei movimenti di liberazione della Palestina del I secolo ( compresi gli Zeloti ), attraverso un’espressione dal sapore ironico che deplora un’appropriazione ed un uso indebiti del concetto di ‘regno di Dio’ da parte dei sostenitori della lotta armata.

Interprete di una teocrazia diretta in campo temporale, lo Zelotismo non ammette mediazioni, né una separazione né tantomeno una distinzione tra i due ordini religioso e civile, sostenendo che Jahveh é il vero padrone di Israele. Per questa corrente religioso-politica ( che, secondo Giuseppe Flavio, ha avuto origine con Giuda di Gamala -identificato con Giuda il Galileo menzionato in At. 5,37- e con il fariseo Saddoq, responsabili di una sollevazione armata accaduta nel 6 EV per protestare contro un censimento imperiale ) non si può preservare la fedeltà a Dio a contatto con l’idolatria espressa dai Gentili che, per giunta, tengono assoggettati i Giudei, occupando una “terra santa” che appartiene solo all’Altissimo.

Questa del ‘Regno di Dio’ é una categoria escatologica che ha dato alimento alla letteratura e alle predicazioni apocalittiche nel periodo intertestamentario, convinzione diffusa nel mondo giudaico dell’epoca. La gerarchia sacerdotale e i maggiorenti di Gerusalemme intendono mantenere, diciamo, lo “status quo” con un’odiosa e sofferta, ma necessaria, politica di equilibrio e di collaborazione con una soverchiante potenza straniera, capace di distruggere ( se questa fosse la volontà dell’Onnipotente ) una intera e minuscola nazione. Questo spregiudicato ma sano realismo, basato sul “divide et impera”, permette sia ai notabili ebrei di conservare i costumi e la religione del loro popolo più i loro privilegi, e sia agli occupanti romani di consolidare il loro vantaggio strategico militare ed amministrativo in Palestina. La frammentazione del mondo giudaico nell’area medio-orientale ( che si accompagna anche al fenomeno della Diaspora ) é un punto di forza per l’Impero romano ma anche, al contempo stesso, di debolezza a causa di questa turbolenza periferica che espone sempre più preoccupanti scenari ( come l’indebolimento del fronte orientale anti-partico ), richiedendo una continua e massiccia presenza di contingenti militari sul posto.

Anche per questo motivo il controllo delle masse si fa sempre più oppressivo ed intollerante da parte dei notabili ebrei, propensi alla repressione di gruppi destabilizzanti e, all’occorrenza, all’eliminazione fisica contro presunti o reali agitatori, qualora questi ultimi possano compromettere la loro leadership nazionale o il loro equilibrio di potere.

“I Gran Sacerdoti e i Farisei radunarono perciò il consiglio e dicevano : ‘Che facciamo ? Quest’uomo fa molti miracoli ! Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno la nostra città e la nostra nazione’. Uno di loro, Caifa, Sommo Sacerdote in quell’anno, disse : ‘Voi non capite nulla. Non comprendete come vi convenga che un uomo solo muoia per il popolo, e non perisca tutta la nazione’. Questo non lo disse di suo ma, essendo Sommo Sacerdote n quell’anno, profetò che Gesù doveva morire per la sua nazione, e non soltanto per la sua nazione, ma per raccogliere insieme i dispersi figli di Dio. Da quel giorno decisero di farlo morire ( Gv. 11,47-53 ).

“Dopo averli condotti, li presentarono al Sinedrio e il Sommo Sacerdote li interrogò dicendo : ‘Non vi avevamo noi severamente proibito di insegnare quel nome ? Invece, avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina e volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo” ( At. 5,27-28 ).


Altre correnti del Giudaismo sono, invece, decise ad incrinare un certo monopolio delle coscienze da parte del Sinedrio per mezzo dei dottori della Legge di Mosé ad esso asserviti. Alcune acquisiscono però una dimensione più o meno settaria, altre una base popolare, insistendo su una rigenerazione di tutto Israele, non solo morale ma anche sociopolitica. Altre si richiamano, rifacendosi alla tradizione profetica dell’A.T., al ‘resto di Israele’ ( si cfr. per esempio Sof. 4,11-13 oppure Zc. 13,7-9 ) come di un gruppo che presume di mantenere la fedeltà all’alleanza con Jahveh in modo esclusivo e che deve salvarsi dalla “generazione perversa” ( si cfr. Mt. 12,39; Mc. 8,12; Lc. 11,29 ) nella quale si trova a vivere.

Gli Esseni, per esempio, si isolano in prossimità dei deserti ( uno di questi nuclei si costituisce a Qumran ), lontani da eventuali vessazioni da parte del Sinedrio, promuovendo un culto più interiore della Legge di Mosé, incentrato sulla penitenza, rifiutando di onorare il Tempio e rimanendo critici nei confronti della politica del Sommo Sacerdote. Un'altra corrente integralista, quella degli Zeloti, si rivolge ai ceti popolari, facendo leva sui loro sentimenti di oppressione, rivendicando il principio della lotta armata contro i Romani ma soprattutto contro i vertici collaborazionisti ( cioé Erode Antipa e il Sinedrio ). Gli Zeloti operano nelle campagne palestinesi e sono diffusi specialmente in Galilea.

Un’altra corrente, quella dei discepoli di Giovanni il Battista, insiste sull’imminenza del Regno di Dio e sulla purificazione dai peccati con un battesimo di penitenza. L’attività del Precursore, in prossimità dei deserti, predilige l’ascetismo e si rivolge soprattutto a diverse categorie moralmente discutibili come pubblicani e soldati mercenari ( Lc. 3,12-14 ).

Anche Gesù di Nazareth, con il suo discepolato, si muove lungo la via tracciata dal Battista, del quale riconosce a più riprese il carisma profetico ( Mt. 11,1-15; Lc. 7,24-35 ), rifiutando le pratiche ascetiche e sviluppando una teologia propria dai contenuti nuovi, ancora non meglio definiti, ritenuti abbastanza oscuri dai suoi discepoli e dalle folle che lo seguono, come il sacrificio espiatorio del Messia escatologico in riscatto di una estesa moltitudine (Mt. 20,28; Mc. 10,45).

Sia il Nazareno che il Battista sono convinti che le peggiori disuguaglianze -che sono alla base del traviamento della nazione ebraica- non vadano combattute contrapponendo se medesimi più le categorie dei disadattati e degli oppressi ( alle quali il vangelo viene pur rivolto ) a chi detiene una specifica istituzione. Anche il ‘Regno di Dio’ va preceduto ed accompagnato, nella sua attuazione, da una rigenerazione nei rapporti interpersonali. Non con gli atteggiamenti di contestazione velleitaria dei poteri costituiti, facendo uso anche della violenza contro cose e persone ( come fanno gli Zeloti e i loro movimenti fiancheggiatori che esercitano il terrorismo ). Non con la disobbedienza civile o altri elementi destabilizzanti, come il rifiuto di pagare le imposte. ma mirando solo alla conversione del ‘cuore’ ( il nucleo più interiore di una persona ), rimuovendo il male sociale alle radici attraverso la correzione fraterna, l’esempio, la testimonianza di un’esistenza vissuta all’insegna dell’amore di Dio e del prossimo, con il richiamo al rispetto della Legge divina liberata, però, dalle maglie pesanti di consuetudini e tradizioni puramente umane, e l’appello all’ultimo giudizio di Dio.

…………………………………..

Samuel Brandon, nelle sue ricerche, espone il suo teorema : i) tra gli Apostoli é sicuramente presente uno zelota e non é escludibile che altri appartenenti al discepolato di Gesù abbiano aderito o, quanto meno, simpatizzato per lo Zelotismo; ii) nei quattro vangeli canonici non si fa accenno agli zeloti, trattandosi di scritti probabilmente redatti - dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 EV- per un contesto ormai ellenistico-romano, in modo da allontanare dalla figura del Galileo ogni connotazione eversiva; iii) Gesù entra trionfalmente nella Città Santa come un capo politico, compiendo “un’azione provocatoria” nei confronti del Tempio; iv) i suoi discepoli sono armati e reagiscono contro le Guardie del Tempio durante la sua cattura nel Gethsémani; v) il Nazareno viene condannato a morte dai Romani per delitto di lesa maestà, per essersi fatto re e, quindi, comportandosi da sedizioso; vi) l’ultimo dei vangeli, quello secondo Giovanni ( risalente al 98-100 EV ), riabilita più degli altri la figura di Gesù di Nazareth, rivolgendosi ad un pubblico ormai ellenistico-romano, mostrando un Pilato reticente nell’eseguire una condanna a morte voluta dal Sinedrio per motivi religiosi, spoliticizzando del tutto il Maestro galileo e ribadendone l’innocenza da qualsiasi reato di diritto comune.

Se queste sono le premesse, la conclusione (che tra l’altro non riesce ad essere convincente) é che Gesù Cristo risulta essere un Messia politico, un combattente apocalittico volto alla redenzione politica e sociale di Israele. La Chiesa di Gerusalemme ha condiviso il destino dei suoi connazionali giudei ortodossi, facendo causa comune con gli Zeloti, partecipando alla resistenza antiromana ed antisinedrita e finendo per scomparire dalla storia, lasciando in piedi la Grande Chiesa di origine paolina che ha fondato ( o ri-fondato ) il Cristianesimo. E, come ciliegina sulla torta, si potrebbe dire che la Chiesa primitiva ha introdotto il Cristo della fede con un suo messaggio di redenzione universale del genere umano in senso spirituale, inventando di sana pianta la sua resurrezione o intendendola in un senso solo mistico. Sarebbe il caso di riscrivere i vangeli con un’operazione demistificatrice, con gli strumenti della ricerca storico-critica.

E’ bene sottolineare che ci sono molte aporie in tutte queste riflessioni di Brandon.

Possiamo ravvisare tre diversi procedimenti di confutazione del suo teorema. In primo luogo conviene indagare sui tempi di composizione delle fonti evangeliche canoniche e degli Atti degli Apostoli, cercando di scoprire la loro datazione anteriore al 66-70 EV. In secondo luogo, occorre ricercare una coerenza logica interna dei suddetti documenti neotestamentari. Terzo : insistere sul supporto dato alle tesi tradizionali da parte di una delle poche ma più importanti fonti extrabibliche coeve : le ‘Antichità Giudaiche’ di Giuseppe Flavio ( sempre che si possa garantire l’autenticità dei brani concernenti il personaggio Gesù di Nazareth ).

In questo articolo ci soffermeremo sul secondo itinerario di ricerca.

Che tra gli Apostoli ci sia uno zelota non é un dato sufficiente per poter qualificare il discepolato del Nazareno come un movimento di sovversivi o, quanto meno, di contestatori violenti dal punto di vista politico e da quello sociale.

Basti pensare solo alla presenza, tra loro, di un pubblicano di nome Levi detto Matteo, appartenente ad una categoria socialmente e moralmente disprezzata dai contemporanei, già connivente con il potente di turno e fonte di guadagno ai margini della liceità. Non si spiegherebbe bene un suo passaggio così repentino da una condizione di simpatizzante filo-romano ad una di resistente indipendentista.

Il gruppo denominato dei ‘Dodici’ é fortemente disparato al suo interno in relazione alla provenienza di origine dei suoi membri : pescatori, uno zelota, discepoli di Giovanni il Battista, parenti carnali o acquisiti di Gesù di Nazareth……Nel più ampio discepolato vi figura una donna di nome Giovanna, già moglie di Cusa, nientemeno un procuratore di Erode Antipa ( Lc. 8,3 ). Tutte persone con un indice di istruzione medio, per non dire medio-basso, una elementare conoscenza dell’A.T., ma dotate di un buon senso pratico in relazione alle loro vicende ed attività quotidiane.

Eppure la loro
‘vocazione’ ( o ‘chiamata’ ) per noi, ancor oggi, costituisce un grande mistero. I Vangeli canonici sottolineano come la ‘chiamata di Gesù’ possa avere un carattere di estrema esigenza, focalizzandosi sul valore della ‘rinuncia’, fortemente messo in risalto dalla tradizione sinottica :

“Disse poi ad un altro : ‘Seguimi !’. Costui rispose : ‘Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre’. Gesù gli disse : ‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti : tu va a predicare il Regno di Dio’. Un altro disse : ‘Signore, io ti seguirò ma permettimi di andare prima ad accomiatarmi da quelli di casa mia’. Gesù gli rispose : ‘Chiunque mette mano all’aratro e si volta indietro, non é adatto per il regno di Dio’” ( Lc. 9,57-62 ).

“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra. Non sono venuto a portare la pace ma la spada. Perché sono venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno i suoi familiari. Chi ama il padre o la madre più di me, non é degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non é degno di me. E chi non prende la sua croce e mi segue, non é degno di me. Chi tiene conto della sua vita, la perderà, e chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la ritroverà” ( Mt. 10,34-39 ).

“Mentre si rivolgeva ancora alla folla, la madre e i suoi fratelli erano fuori e cercavano di parlargli. E uno gli disse: ‘Ecco tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori e desiderano parlarti’. Ma egli rispondendo a chi gli aveva parlato, disse : ‘Chi é mia madre e chi sono i miei fratelli ?’. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli, disse : ‘Ecco mia madre e i miei fratelli. Perché chi fa la volontà del Padre mio che é nei cieli, egli é mio fratello e mia sorella e mia madre ( Mt. 12,46-49 ).

“E chiamata la folla insieme coi suoi discepoli, disse loro : ‘Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare l’anima sua, la perderà; e chi perderà l’anima sua per me e per il Vangelo, la salverà. Che giova, infatti, all’uomo guadagnare il mondo intero, se perde l’anima sua ? E che darà l’uomo in cambio della sua anima ?. Se uno si vergognerà di me e delle mie parole tra questa generazione perversa, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà sulla gloria del Padre suo con gli Angeli santi” ( Mc. 8,34-38 ).

“Pietro prese a dirgli : ‘Ecco, noi abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo seguito’. Gesù rispose : ‘In verità vi dico : non c’é nessuno che abbandoni casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi per me e per il Vangelo e non riceva il centuplo fin d’ora, in questo tempo, in case, fratelli, sorelle, madre, figli, campi, insieme con persecuzioni, e nel secolo futuro, la vita eterna. Molti dei primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi” ( Mc. 10,28-31 ).

Il sacrificio nei confronti delle persone care e dei propri beni non risulta essere un comportamento eccezionale per gli israeliti dell’epoca che stiamo studiando. Anzi, l’emigrazione appare una opzione preferibile per sfuggire ad una situazione di miseria o anche richiesta per l’esercizio di determinate occupazioni quotidiane ( per esempio, la mercatura ), nonostante che nei contemporanei di Gesù siano vivissimi il senso della famiglia e il legame con il proprio paese di origine. Certo per la causa indipendentista, o per qualche altro ideale superiore, un tale sacrificio ha il suo costo e il suo peso.

Ma quello che il Nazareno esige dai suoi ascoltatori é una rinuncia radicale per costruire il ‘Regno’, e non tanto a cose e persone quanto a se stessi e ai propri attaccamenti egocentrici. Non solo per la causa del Vangelo : una tale richiesta comporta l’adesione di mente e cuore alla ‘persona di Gesù’. Il patriottismo zelota non si é spinto fino a tanto, analogamente al cenobitismo esseno.

La chiamata dei discepoli, soprattutto dei ‘Dodici’, ha qualcosa di straordinario. La risposta all’invito alla sequela di Gesù rimane un mistero se si pensa al carattere spontaneo ed immediato del riscontro da parte di alcuni suoi seguaci, tanto marcato dalla tradizione sinottica. Un evento insolito appare così d’eccezione, tanto é vero che Gesù ne rivendica il carattere provvidenziale e gratuito, esaltandolo come prodotto dell’iniziativa del Padre ( si cfr. Gv. 17,6ss. ).

Quali possono essere le motivazioni della sequela del Galileo ? La straordinarietà e la dimensione carismatica del personaggio in questione. La forte impressione suscitata dai “segni” che lo accompagnano e che manifestano in lui un qualcosa di soprannaturale. Ma Gesù appare anche un “soggetto difficile da gestire” e che fa appello ad un linguaggio figurato, velato, simbolico, spesso ricco di sensi doppi, che mette a dura prova la capacità di comprensione di chi lo ascolta. Anche i Dodici faticano a capirlo. Numerosi suoi discepoli lo abbandonano in occasione del suo discorso sul ‘pane di vita’ ( Gv. 6,60-71 ) e il Quarto Vangelo riporta spesso la citazione “molti non credettero in lui”, insistendo sul paradosso di una mancanza di fede intorno alla sua persona nonostante le “opere sorprendenti” da lui compiute ( si cfr. tutto il brano di Gv. 12,37-50 ).

I suoi più intimi ( comprese Maria Maddalena e le donne del suo seguito ) si legano di un amore fraterno al loro Maestro. E nonostante questo rapporto affettivo così consolidato, si insinuano in esso l’ombra e la minaccia del tradimento. Un mistero questo ma, purtroppo, anche una eventualità.

Non ci sono motivi per dubitare neanche più di tanto della sincerità dell’affetto di Giuda Iscariota per Gesù, nonostante la sua azione ancor più riprovevole perché mercenaria. L’Iscariota avrà desiderato (inconsapevole, del resto, dell’eterogenesi dei fini che lo travolgerà in modo inesorabile), forse, il danno al movimento e/o all’immagine del Nazareno, ma non la sua morte. Solo il pensiero di quest’affetto sincero e reciproco lo ha condotto poi al pentimento e alla disperazione.

E’ evidente che la personalità carismatica ed affascinante del Maestro di Nazareth, da un lato, e i “paradoxon ergon”, dall’altro, non bastano a spiegare da soli i motivi della sequela. Nei Dodici e negli altri discepoli non può certo mancare lo zelo religioso : sono credenti osservanti, sinceramente devoti alla causa di Israele, nella sua rigenerazione religiosa e nella sua emancipazione politica. Anch’essi si credono desiderosi e partecipi di un tempo messianico ed escatologico ( caratterizzato dalla scomparsa del male e delle miserie morali e dal trionfo della pace e della giustizia ) predetto dai Profeti, del quale si crede già imminente fin dalla frequentazione del Battista, ed inaugurato dall’annuncio della parola di Cristo.

Gli interlocutori di Gesù –e in primo luogo i suoi discepoli- non riescono a dissociare la religione dalla politica : sono fedeli alla radice veterotestamentaria della nozione di un Regno di Dio dai caratteri trionfalistici e militari che vede signoreggiare Israele su tutte le nazioni.

Occorre fare una constatazione molto importante : Gesù non sconfessa apertamente fino all’ultimo, con le parole, questa concezione che i suoi connazionali ( e in fondo anche i suoi discepoli ) hanno del ‘Regno di Dio’ :

“Trovandosi essi ( gli Apostoli ) riuniti, gli domandarono : ‘Signore, é questo il tempo in cui tu ristabilirai il regno di Israele ?’. Egli rispose loro : ‘Non sta a voi conoscere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato in suo potere. Ma con la discesa dello Spirito Santo riceverete dentro di voi la forza di essermi testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea, nella Samaria e fino all’estremità della terra” ( At. 1,6-8 ).

Il Maestro non corregge questa loro prospettiva. Saranno gli eventi successivi a far loro prendere coscienza di cosa egli avesse inteso quando affrontava questo tema. Per il momento lascia che i suoi contemporanei diano questa interpretazione ( come nel caso riferito dal versetto lucano ), mentre egli la svuota solo del suo senso nazionalistico ed esclusivistico, dilatando e caricando il tema del Regno di una precisa valenza spirituale. Cristo segue una pedagogia progressiva nel processo di rivelazione e tempi opportuni per manifestare nuove verità, senza forzare la mente umana e la storia. Gli Apostoli, tutti gli altri discepoli e i fedeli della Chiesa di Gerusalemme, in forza dello Spirito Santo e delle circostanze ( l’apertura e la conversione dei Gentili al Vangelo, la distruzione di Gerusalemme nel 70 EV ), perverranno alla consapevolezza che il nuovo ‘Israele di Dio’ sarà tutta l’umanità redenta nel sangue del Messia galileo.

Tornando all’indagine sul suo ministero pre-pasquale, la tradizione sinottica ci informa che Gesù, contrariamente ai suoi contemporanei, promuove la distinzione tra la ‘religione’ e la ‘politica’ con il celebre episodio del ‘Tributo a Cesare’ ( Mt. 22,15-22; Mc. 12,13-17; Lc. 20,20-26 ). Un pericoloso tentativo di screditarlo davanti all’opinione pubblica, oppure di incolparlo di sedizione, gli viene prospettato da alcuni Farisei e da alcuni Erodiani : “é lecito pagare il tributo a Cesare ?”. Rifiutando il tributo, Gesù si sarebbe ingraziato i movimenti di resistenza antiromana e quelle folle gerosolimitane fortemente entusiaste di fronte ad una sua identificazione con l’immagine del Messia politico e guerriero, ma sarebbe stato denunciato dai notabili a Pilato per ribellione. Accettando il tributo -cosa che effettivamente fa- avrebbe deluso le aspettative degli indipendentisti e avrebbe “apparentemente” compromesso la prospettiva messianica della sua nazione. Anche in quest’ultima alternativa i Farisei e gli Erodiani ci avrebbero lo stesso guadagnato nel produrre il malcontento popolare nei suoi confronti.

Gesù, teorizzando la distinzione tra due diversi ambiti di autorità, fa capire che a Dio si deve l’adorazione e il culto e all’autorità civile ( nella misura in cui essa non interferisce nella sfera religiosa ) la sottomissione in quanto garante della pace e dell’ordine, invitando anche -a causa del peccato- ad accettare una dominazione straniera nella misura in cui essa é tollerabile, con la consapevolezza che la violenza é sempre deleteria ( Mt. 26,52 ) e con il sano realismo di chi constata quasi impossibile un ribaltamento dei rapporti di forza tra il minuscolo popolo ebraico e il soverchiante potere romano. Il rapporto di Gesù con l’Impero non risulta essere lontano dalla linea seguita dal Sinedrio, con la differenza che egli introduce questa dissociazione tra la religione e la politica.

Tuttavia il suo destino rimane segnato. Il giorno della Passione, accanto ai facinorosi, ai corrotti dai Capi, non mancherà la folla disillusa ad invocare la sua crocifissione da Pilato.

L’episodio del ‘Tributo a Cesare’ rende Gesù inviso con molta probabilità anche agli Zeloti che, nel loro fanatismo, considerano solo Jahveh il padrone esclusivo della Terra Santa e il pagamento delle tasse non solo come un incentivo allo sfruttamento del popolo, ma anche un riconoscimento all’idolatria desunta dalle immagini impresse sulle monete ( la Legge di Mosé infatti proibisce la raffigurazione di esseri viventi ).

Anche Giuseppe Flavio ( sempre con il beneficio dell’autenticità delle sue fonti ), bene informato sugli avvenimenti palestinesi del I secolo, non sembra riconoscere all’attività di Cristo un carattere politico o interpretabile in questo senso.

Il Nazareno riabilita con vigore un’altra delle categorie sociali più disprezzate nel mondo mediterraneo : la ‘condizione servile’. Egli non sostiene nessun programma di emancipazione giuridica dello schiavo, ma adduce quest’ultimo come paradigma del perfetto credente nel suo rapporto con Dio e con i fratelli. Il rapporto di servizio ( che é di dipendenza ) deve essere, secondo il pensiero di Cristo, fondato sull’amore e sull’umiltà, condizioni imprescindibili per l’accesso al Regno di Dio. Sono molti i brani evangelici che alludono a questa tematica. Valga un passo significativo tra i tanti : Gesù non asseconda la richiesta, dettata da un’ambizione apparentemente grossolana, dei figli di Zebedeo di avere un posto di privilegio nella sua gloria :

“Or Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, si avvicinarono a lui e gli dissero : ‘Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quanto ti chiediamo’. Egli domandò loro : ‘Che volete che io faccia per voi ?’. Essi gli dissero : ‘Concedici di sedere uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nella tua gloria’. Gesù disse loro : ‘Voi sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io berrò e ricevere il battesimo con cui io sarò battezzato ?’. Gli risposero : ‘Lo possiamo !’. Gesù disse loro : ‘Voi, sì, berrete il calice che io berrò e riceverete il battesimo con cui io sarò battezzato, però, quanto a sedere alla mia destra o alla mia sinistra, non sta a me il concedervelo, ma é per coloro per i quali é stato preparato’. Gli altri dieci, inteso ciò, si sdegnarono contro Giacomo e Giovanni. Allora, chiamatili presso di sé, Gesù disse loro : ‘Voi sapete che quelli che passano per capi delle nazioni le tiranneggiano e i loro grandi fanno pesare il potere su di esse. Ma non così dev’essere fra di voi, colui che vorrà diventare grande fra voi, sarà il vostro servo; e colui che fra voi vorrà essere il primo, sarà il servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell’uomo, non é venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita in riscatto per molti” ( Mc. 10,35-44 ).

In questo passo é implicita l’allusione al Regno dei Cieli, evidenziando come il comportamento di chi vuole essere grande debba essere quello del ‘servizio’. Il ‘Regno’, annunciato da Gesù, non sarà mai espressione di potere e di dominio di un uomo su un altro uomo.

Arriviamo ora alla condanna a morte di Gesù di Nazareth.

Gli studiosi che sostengono “la linea ribellista e politica dell’attività del Nazareno e dei suoi discepoli” accentuano la responsabilità solo romana nell’evento della crocifissione, con la connivenza del notabilato ebraico di Gerusalemme. Ovviamente, i risultati delle loro indagini sono realmente in contrasto con tutta la prospettiva neotestamentaria che attribuisce la causa della morte di Gesù solo ai Giudei e, nello specifico, ai loro più autorevoli Capi religiosi. Pilato sarebbe intervenuto a ratificare un giudizio di condanna emesso dal Sinedrio e a far eseguire una conseguente pena capitale.

I suddetti storici razionalisti fanno leva sull’ipotesi di una redazione tardiva dei libri storici del N.T., posteriore alla definitiva Diaspora del 70 EV ( ipotesi che finora non é stata scientificamente suffragata ), insistendo su un preteso abile “escamotage” della Chiesa primitiva, consistente nel riscattare l’operato politico di un crocifisso, mostrandolo all’opinione pubblica ellenistico-romana come un innocente fatto uccidere, per volere dei capi del suo popolo, per ragioni puramente religiose. Secondo questi studiosi sarebbe il caso di riscrivere i vangeli.

Gli unici supporti extracristiani alla tesi tradizionale potrebbero essere riscontrati nel suddetto Testimonium Flavianum e nella Lettera di Mara Bar Serapione -sempre che siano ritenuti attendibili - che addebitano la responsabilità della morte di Gesù al solo notabilato ebreo. Però, anche in questi documenti potrebbe non essere, di primo acchito, smentita l’ipotesi di una condanna a morte per altri motivi accanto a quelli religiosi. Eppure Giuseppe Flavio non fa riferimento ad un diretto ed esplicito impegno politico da parte di Gesù; e lo stoico siriaco lo considera un sapiente al pari di altri due grandi dell’antichità, come Socrate e Pitagora, anch’essi non impegnati sul piano politico e, tuttavia, fatti morire ingiustamente.

Neanche gli Annales XV,44 di Tacito possono offrire un indizio attendibile a favore dell’ipotesi dell’uccisione di Gesù di Nazareth fondata su reali motivazioni politiche. Riportiamo il brano in questione :

“Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi é di turpe e di vergognoso……..”.

Questa di Tacito é una fonte abbastanza tendenziosa ma, sicuramente, una prova storica extrabiblica tanto della nascita del Cristianesimo in Giudea e della sua diffusione a Roma nel I secolo EV, quanto dell’esistenza terrena di Cristo, fatto giustiziare da Ponzio Pilato sotto l’imperatore Tiberio. Essa raccoglie le dicerie popolari circolanti nell’Urbe intorno a questa “exitialis superstitio”, senza vagliarle criticamente e senza che Tacito stesso perda tempo nel conoscere la consistenza di questa nuova realtà del Cristianesimo. Allo storico latino questo fenomeno non interessa più di tanto, anche perché disgustato dalla provenienza orientale di nuove “mode” e di nuovi culti stranieri. Cristo viene liquidato in poche parole come origine di questa “morbosa” superstizione e del gruppo che a Roma la professa spudoratamente. Forse sarà stato giustiziato come un ribelle o come un malfattore, ma Tacito non lo afferma in maniera esplicita. Semplicemente collega la figura di un ebreo palestinese con l’origine di una credenza di natura religiosa.

A nostro avviso risulta essere abbastanza valida la tesi di un biblista che ravvisa -nel contesto della tradizione sinottica- nei capitoli precedenti alla narrazione della Passione quasi una sorta di propedeutica rispetto a quest’ultima, sulla base di un ragionamento di fondo a posteriori che é a monte della redazione dei primi tre vangeli che conosciamo : il senso ultimo di tutto il precedente ministero pubblico di Gesù di Nazareth é costituito dal duplice Evento della Passione e della Resurrezione.

I primi cristiani ( giudeo-cristiani ed etnico-cristiani ) devono rendere ragione storicamente, a se stessi e all’esterno, del loro kerygma e della loro fede in Cristo fisicamente risorto; ma anche rendere comprensibile la sua morte violenta più volte annunciata. Una condanna capitale non per un reato di diritto comune, ma in conseguenza di quello che il Galileo predica : cioé dei suoi insegnamenti solo religiosi e morali che non chiamano in causa né l’indipendenza da Roma, né il rifiuto di pagare le decime al Tempio e le imposte al dominatore straniero, e né il ricorso ai fatti di sangue. Separatamente dalla narrazione della Passione e della Resurrezione, il precedente racconto del suo ministero pubblico finirebbe per mostrare -se volessimo pure espungere i miracoli dalla stessa- un Cristo semplice maestro di morale, con buona pace di Hegel e dei suoi ‘Scritti teologici giovanili’ ( 1793-1800 ), un rabbino che inculca massime per la buona condotta dell’uomo.

Il ‘titulus crucis’ riporta la dicitura “Gesù Nazareno Re dei Giudei” e l’evangelista Giovanni gioca sui paradossi. Il Maestro é sovrano, ma di un “regno che non é di questo mondo” (Gv. 18,36) ed é re di Israele solo dal punto di vista della fede. Pilato ironizza su questo “strano” personaggio al quale viene attribuita la regalità. Il Quarto Vangelo e i Sinottici sottolineano in che modo é stato giudicato e messo a morte un “sedizioso” o un “ribelle” solo ed abbandonato al suo destino. Il gioco dei paradossi non finisce qui : l’inerme e pacifico re viene messo a confronto con un omicida di nome Barabba, responsabile di un delitto commesso durante un tumulto. E’ come se i vangeli volessero dirci : sia l’intelligenza di chi ci ascolti o di chi ci legga a giudicare chi sia l’autentico criminale politico. Un innocente di nome Gesù al quale viene attribuita una regalità non meglio definita ? Oppure : un omicida còlto in flagrante nel contesto di una sollevazione popolare antiromana ? Oppure ancora : i Capi religiosi che giocano in malafede sull’equivocità dell’uso gesuano del termine “regno” per far meglio condannare a morte un innocente con la menzogna ? Oppure : Pilato che non considera il Nazareno reo di niente, ma alla fine calpesta il senso della giustizia presa sul serio, coprendo politicamente ( diciamo per “ragion di Stato” ) un’uccisione per cause puramente religiose ?

L’evangelista Giovanni poi mette in luce il vero punto di vista degli accusatori :

“Gli ( = Pilato ) replicarono allora i Giudei : ‘Noi abbiamo una legge secondo la quale deve morire, perché si é fatto ‘Figlio di Dio’ ” ( Gv. 19,7 ).

Cioé : per il reato di bestemmia punibile con la morte secondo la Torah, ma solo in relazione alla religione israelitica.

I redattori biblici narrano gli episodi della Passione anche con la preoccupazione di salvaguardare l’innocenza di Gesù.

Ci si può anche porre questa domanda. Perché narrare una serie di avvenimenti crudi e dolorosi che possano dare adito anche all’illazione contraria ? Se la composizione dei vangeli canonici risulta essere posteriore al 70 EV e diretta solo al mondo ellenistico-romano, perché presentare una scomoda e raccapricciante crocifissione, dal momento che Pilato e gli altri comprimari della tragica vicenda sono morti e non possono dichiarare più l’estraneità ( oppure la colpevolezza ) di Gesù di Nazareth dai crimini di diritto comune ? Che bisogno c’é di “inventare” la sentenza di condanna del “prefectus Judeae”, la flagellazione, i due briganti citati con il nome latinizzato di ‘latrones’ ? Semmai, col pretesto di evidenziare il paradosso ripugnante dello spettacolo di un uomo puro assieme a due malviventi, si può anche avere la sensazione di confonderlo con loro ? Non si può inventare la “bella favola” dell’ascensione di un Gesù diverso, possente ed “immortale” come Elia su un carro di fuoco, dal Monte degli Ulivi, a conclusione di una vicenda fatta di miracoli più che strepitosi e di idillici rapporti con il suo popolo che si esprimono in gratificazioni e successi ?

E invece no perché gli eventi sono quelli che sono e descritti nel Nuovo Testamento.

Gli Autori ( preceduti dagli Apostoli e dalla prima generazione dei fedeli ) hanno –bisogna riconoscerlo- il coraggio della sincerità e della testimonianza a doversi misurare con un ambiente a loro estraneo e prevenuto, a prezzo dell’irrisione, dell’ostracismo, dell’ostilità più o meno aperta, della vita……Cosa ancor più eclatante se la redazione degli vangeli canonici viene effettuata nel periodo in cui gli Apostoli risultano essere ancora viventi.

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2. La seconda fase del Cristianesimo nascente che esponiamo é quella che considera la storia della Chiesa di Gerusalemme dalla Pentecoste del 30 EV fino alla prima guerra giudaica del 66-70 EV.

Abbiamo notizie della Chiesa primitiva di Gerusalemme, sorta come istituzione per impulso dello Spirito Santo e degli Apostoli e che fa capo a Simone detto Cefa, a Giacomo “fratello del Signore”, e al futuro evangelista Giovanni ( le tre “colonne” come le chiama Paolo di Tarso in Gal. 2,9 ), la quale condivide in tutto e per tutto il destino collettivo degli Ebrei palestinesi fino alla “catastrofe” del 66-70 EV. Fonti più dirette di informazione sull’esistenza di questa comunità primitiva sono gli ‘Atti degli Apostoli’ ( scritto attribuito dalla tradizione a Luca ) e quella di Egesippo riportata da Eusebio di Cesarea nella sua ‘Storia Ecclesiastica’.

Indirettamente, qualche indizio ce lo possono offrire anche gli altri scritti del Nuovo Testamento, come le Lettere paoline -in modo particolare la ‘Lettera agli Ebrei-, non tanto per la storia di questa Chiesa-madre, quanto per il relativo pensiero teologico che si potrebbe ricostruire in relazione all’epistola summenzionata.

Sebbene nasca come istituzione strutturata sui Dodici, nel giro i così poco tempo i suoi membri aumentano a dismisura : da centoventi persone ( At. 1,15 ) si passa ad un numero elevato di circa tremila fedeli ( At. 2,41 ). E non é poco in proporzione al numero degli abitanti della Città Santa a quell’epoca. Pur prospettandosi inizialmente un quadro quasi idillico di fraternità ( At. 4,31-37 ), non mancano però problemi di organizzazione interna e i ‘Dodici’, al riguardo, istituiscono i due ministeri della ‘diakonìa’ ( del servizio alla comunità con incarichi di assistenza ai poveri e alle vedove ) e del ‘presbiterato’ nelle funzioni liturgiche. Questa primitiva Chiesa é costituita inizialmente da abitanti della Giudea e da ellenisti, cioè ebrei provenienti dalla Diaspora ( ma anche da ‘proseliti’ e ‘timorati di Dio’, vale a dire da ex pagani che, in precedenza, hanno accettato usi, costumi e credenze giudaiche ).

Ebrei o Cristiani ? Si tratta di sapere se questi nuovi credenti in Cristo si considerano a pieno titolo ebrei ortodossi sì ma che alla fine credono chiaramente che i tempi escatologici siano stati finalmente inaugurati da Gesù che, oltre a possedere qualità profetiche e taumaturgiche, é il vero Messia di Israele ( ma questo Messia é stato tuttavia ripudiato dalla “generazione perversa” come attesta Pietro in At. 2,40, e pertanto tale comunità si considera il ‘resto di Israele’ vaticinato dai profeti dell’A.T. ) ? Oppure sono ebrei profondamente innovatori che cominciano ad essere consapevoli della natura divina del personaggio Gesù Cristo, in modo tale da ritenere il suo operato come l’espressione di una nuova ‘rivelazione di Dio’, superiore a quella mediata da Mosé e dai Profeti dell’A.T., e che fonda una nuova religione che nasce dal ceppo dell’Ebraismo ? Tutta la comunità dei giudeocristiani ortodossi fa capo agli Apostoli, e successivamente alla figura di Iakobo, esprimendo le due già accennate prospettive****che si implicano dialetticamente tra loro e talora si scontrano, ma il più delle volte riescono a trovare il loro giusto punto di equilibrio, rendendo così vivace la vita della Chiesa-madre.

****Alcuni studiosi sono convinti che la Chiesa di Gerusalemme possa comprendere pure una terza corrente supposta molto critica nei confronti del Tempio, idealmente collegata alle “provocazioni” di Gesù al sacro edificio di culto ( si cfr i Vangeli canonici al riguardo ), concludendo che essa é rappresentata dagli Ellenisti ( At. 6,1 ), in base al lungo discorso del diacono Stefano protomartire della Chiesa primitiva :


“Ma fu Salomone che gli edificò un Tempio. L’Altissimo, però, non abita in templi manufatti, come dice il profeta: ‘Il cielo é il mio trono e la terra sgabello ai miei piedi; qual casa mi edificherete, dice il Signore, e quale sarà il luogo del mio riposo ? Non é stata forse la mia mano a far tutto questo ?’. Duri di cervice e incirconcisi di cuore e di orecchie, voi sempre resistete allo Spirito Santo : come furono i vostri padri, così siete voi. Quale profeta non perseguitarono i vostri padri ? Essi uccisero coloro che predicevano la venuta del Giusto, di cui voi, in questi giorni, siete stati i traditori e gli omicidi. Voi che avete ricevuto la Legge per ministero di Angeli e non l’avete osservata” ( At. 7,47-53 ).

Stefano viene lapidato presumibilmente intorno all’anno 36 EV. Il Sinedrio forse approfitta dell’assenza del prefetto Ponzio Pilato, destituito per ordine di Tiberio a causa di sue maldestre operazioni nella repressione di una rivolta di Samaritani, per scatenare una prima persecuzione contro la neonata Chiesa di Gerusalemme (si cfr. At. 8,1-3 e 9,1-2). Il suo braccio armato é un fariseo nativo di Tarso di nome Saulo ( At.8,1-3ss ). Numerosi credenti vengono imprigionati. Molti altri, soprattutto della Diaspora, fuggono diffondendo il Vangelo altrove ( si cfr. At. 11,19 ).

Ora questi studiosi ritengono che, data la tensione apocalittica ed escatologica che pur pervade la giovane Chiesa, non manchino le intemperanze di molti fedeli che, in preda all’eccentricità e alla provocazione, contrapponendo il carisma profetico al sacerdozio, sobillino gli ascoltatori a polemizzare contro il Tempio e il sacerdozio levitico. Si tratta di una debole ipotesi, ma gli Atti degli Apostoli citano il discorso di Stefano come pretesto occasionale per una violenta vessazione sinedrita contro i fedeli del Galileo crocifisso, senza alcuna discriminazione.

Perfino la Lettera agli Ebrei ( composta verosimilmente intorno al 64 EV ), inviata dall’Italia ( forse da Roma? ) ai giudeocristiani ( quelli di Gerusalemme oppure quelli delle comunità della Diaspora ) e che rivendica la superiorità del sacerdozio di Cristo su quello levitico e il superamento di quest’ultimo, non nasconde l’ancora persistente attaccamento al Tempio e le relative pratiche cultuali da parte dei credenti di origine giudaica, già quasi all’indomani della più generale sollevazione antiromana dell’intera Palestina. Di fronte a questa constatazione perde credito la posizione di chi vuol ravvisare nei primi seguaci degli Apostoli, compresi gli ‘Ellenisti’, un movimento di contestazione del Tempio di Gerusalemme.

Se il greco ‘Chrestòs’ traduce l’ebraico ‘Mashiàh’, l’equivalente ‘chrestianòi’ dovrebbe corrispondere ai ‘messianici’ o ‘messianisti’. Con questo termine, in senso lato, si intenderebbe un qualsiasi partito religioso-politico di tipo apocalittico che fa capo ad un ‘Messia’. Beninteso : una delle tante correnti religiose ebraiche.

Non sono mancati storici non cattolici che ritengono gli ‘Ellenisti’ ( citati negli Atti degli Apostoli nel cap. 6 ) - per il fatto che numerosi ebrei della Diaspora, convertiti al Vangelo dagli Apostoli, dopo la morte di Stefano si sono rifugiati in Siria, in Fenicia e nell’isola di Cipro, per sfuggire alla persecuzione del Sinedrio - come i ribelli e contestatori messianisti facenti parte della Chiesa di Gerusalemme. E da Antiochia di Siria molti di questi si sono dati poi l’appellativo greco di ‘chrestianòi’, cioé l’equivalente greco di ‘messianisti’ ( anzi combattenti messianisti nella madrepatria ). In ultima analisi, la persecuzione del Sinedrio sarebbe stata un atto politico oltre che religioso. Si tratta, anche questo, di un teorema che non regge ad un’attenta lettura del passo degli Atti degli Apostoli relativo alla fondazione della Chiesa di Antiochia :


“Frattanto quelli che erano stati dispersi dalla persecuzione contro Stefano, si sparsero sino in Fenicia, a Cipro e ad Antiochia, annunziando la parola soltanto ai Giudei. Vi furono però tra loro alcuni di Cipro e di Cirene i quali, giunti ad Antiochia, si rivolsero anche ai Greci, parlando loro del Signore Gesù. La mano del Signore era con loro e grande fu il numero di quelli che credettero e si convertirono al Signore. La notizia giunse agli orecchi dei membri della Chiesa di Gerusalemme ed essi inviarono Barnaba fino ad Antiochia. Quando egli fu giunto ed ebbe veduto l’effetto della grazia di Dio, si rallegrò ed esortò tutti a rimanere con animo fermo uniti al Signore. Egli era un uomo dabbene, pieno di Spirito Santo e di fede. Ed una folla assai numerosa si unì al Signore. Barnaba poi si recò a Tarso in cerca di Saulo e, avendolo trovato, lo condusse ad Antiochia. Per un anno intero lavorarono assieme in quella Chiesa e istruirono molti. In Antiochia per la prima volta i discepoli presero il nome di ‘Cristiani’” ( At.11,19-26 ).


Nessuna fonte cristiana del I secolo e nessuna fonte giudaica del periodo intertestamentario hanno utilizzato il termine ‘toi chrestianòi’ in senso lato per indicare un qualsiasi movimento messianista circolante nell’ambiente ebraico palestinese. Ma quando si é parlato di ‘toi chrestianòi’ nel senso stretto dell’espressione, si é alluso tanto ai seguaci di Gesù Cristo crocifisso sotto Pilato ( si cfr. Ant. Giud. XVIII, 63-64 e Annales XV,44 ) e poi risorto da morte, ritenuto Messia e Figlio di Dio, quanto ancora ai professanti una religione diversa dal Giudaismo, in corrispondenza alla citazione di At. 11,26 che riferisce come i fedeli della Chiesa di Antiochia ( composta dagli esuli ellenisti di Cipro e di Cirene e da ex pagani ivi residenti, confermata dagli Apostoli e dalla Chiesa di Gerusalemme ) abbiano “per la prima volta” ( nel senso di un termine mai utilizzato prima di allora in nessun contesto ebraico ) dato a se stessi il nome di ‘cristiani’.

A nostro avviso risulta essere debole anche l’ipotesi di un “Cristianesimo al plurale”, proposta da alcuni storici non cattolici ( alcuni che hanno insegnato nelle Facoltà umanistiche fino a pochi anni fa “campando di rendita su questi argomenti religiosi” ). Se l’espressione ‘toi chrestianòi’ fosse stata utilizzata da una fonte giudaica del periodo intertestamentario, indipendentemente dal N.T., Luca non avrebbe avuto reticenza nell’operare dei “distinguo”, facendoci capire che questa espressione veniva già adoperata in altri contesti.


E’ chiaro che l’Autore degli Atti degli Apostoli ci offre l’informazione secondo la quale i credenti in Gesù ad Antiochia di Siria, “per la prima volta”, si attribuiscono la denominazione ‘toi chrestianòi’ in senso stretto per qualificare se stessi come i seguaci di Gesù Messia crocifisso da Ponzio Pilato ( e poi risorto ), ma anche sostenitori di una nuova religione che lo considera Figlio del Dio altissimo. Teniamo presente che si tratta di un termine introdotto già in un ambiente extrapalestinese ( Antiochia era una “città gentile” per eccellenza ) per intendere già di per sé una “philosophia” o una “stirpe” ( se vogliamo attenerci alle diciture ricorrenti negli scritti di Giuseppe Flavio ) che si pone agli albori già al di là del mondo religioso ebraico ( nel quale rientrano le correnti dei Farisei, dei Sadducei, degli Esseni, degli Zeloti, ecc. ).


Altri problemi interni finiranno per costituire, negli anni successivi, un travaglio per la giovane comunità gerosolimitana, come l’apertura al Vangelo dei Gentili senza passare per la circoncisione e l’osservanza delle prescrizioni mosaiche. In tal modo “l’Israele secondo la carne” perde il suo privilegio di priorità in ordine alla Salvezza, per cui non basta solo la fede nell’uguaglianza del Figlio con il Padre a fare la differenza sostanziale tra il Cristianesimo nascente e il Giudaismo. Quest’ultima viene marcata soprattutto in forza di una concezione teologica di capitale importanza. Il principio paolino della giustificazione per la fede in Gesù Cristo crocifisso e non per le opere della Legge viene accettato da tutti gli Apostoli viventi, compresi Pietro e Iakobo, presidente della Chiesa-madre. Anche se quest’ultimo avanzerà un compromesso pratico nei rapporti con i Gentili ( At. 15,13-21 ), puntualizzando poi, in una sua celebre e omonima Epistola, il complementare principio che la fede non può bastare, ma che occorre anche l’osservanza dei comandamenti divini, in quanto “la fede senza le opere é morta” ( Gc. 2,26 ). Si tratta di uno spunto dottrinale di Iakobo, fatto valere come un tentativo estremo per garantire la compattezza del Giudeo-cristianesimo ortodosso attorno a lui, cercando di evitare non solo l’eventualità di deviazioni ereticali miranti a sconfessare la divinità di Gesù in nome di un rigido monoteismo jahvista, quanto la stessa apostasia e il ritorno dei delusi al Giudaismo ufficiale, con il quale anche lo stesso Apostolo intende misurarsi e mantenervi un canale di collegamento al fine di scongiurare ulteriori vessazioni da parte del Sinedrio, dei Farisei più irriducibili e delle correnti integraliste.

A questi problemi interni alla Chiesa nascente si aggiungono quelli di coesistenza con il Giudaismo ufficiale. Dal 30 al 66 EV la comunità gerosolimitana constata la sua base popolare in aumento, ma l’equilibrio tra gli Apostoli e i nuovi credenti, da un lato, e il Sinedrio, dall’altro, si interrompe a più riprese. Prima con l’arresto di Pietro e Giovanni, poi con il martirio del diacono ellenista Stefano, poi ancora con un tentativo di persecuzione a vasto raggio che vede il fariseo Saulo ( originario di Tarso ) come attivo protagonista principale, e poi ancora con un’altra persecuzione -questa volta legale- voluta da Erode Agrippa I d’accordo con il Sinedrio ( e che conosce il martirio di uno dei due figli di Zebedeo, l’allontanamento di Pietro da Gerusalemme e la dispersione degli Apostoli ), infine con l’uccisione dello stesso Iakobo autorizzata dal Sommo Sacerdote Anano circa l’anno 62 EV.

I periodi di difficile e precaria coesistenza tra le autorità religiose d’Israele e la Chiesa di Gerusalemme sono garantiti : i) da un numero crescente di convertiti al Vangelo nella Città Santa che sembra non rendere efficace un’azione repressiva risolutiva; ii) il controllo continuo e costante esercitato dai procuratori romani e dai loro contingenti militari sul posto, pronti a prevenire o, quanto meno, a soffocare eventuali disordini; iii ) il prevalere di una linea moderata ed attendista da parte di alcuni rabbini accreditati presso il Sinedrio come Gamaliele I (At. 5,33-40ss); iv) il senso di responsabilità assunto dagli Apostoli, e soprattutto da Iakobo, in ordine al kerygma pubblico incentrato sul carattere messianico del personaggio di Cristo crocifisso e poi risorto da morte, e non piuttosto ostentando la sua natura divina che lo rende uguale al Padre. Una provocazione quest’ultima che non sarebbe stata né tollerabile né perdonata dai Capi religiosi d’Israele.

Tre sono le documentazioni che riguardano Iakobo o Giacomo “fratello di Gesù detto il Cristo” ( identificato dalla tradizione come Giacomo il Minore e come Giacomo il Giusto ), quale capo della Chiesa-madre almeno negli anni che vanno dal 44-49 EV fino alla sua morte avvenuta per lapidazione nel 62 EV circa : due di provenienza cristiana, come il Nuovo Testamento ( dell’Apostolo si conserva l’Epistola omonima ) e un’informazione fornita da un giudeocristiano del II secolo di nome Egesippo e riportata, successivamente, da Eusebio di Cesarea nella sua ‘Storia Ecclesiastica’; l’altra, invece di parte ebraica, costituita dal già citato Testimonium Flavianum.

La Chiesa-madre di Gerusalemme del I secolo condivide il destino collettivo del popolo ebraico della Palestina, dalla sua nascita come istituzione fino alla dispersione negli anni della prima guerra giudaica. Presume di mantenere un rapporto di continuità con il Giudaismo ufficiale nel senso che gli ebrei convertiti continuano ancora a professare le consuetudini e le pratiche cultuali del Tempio ( si cfr. At. 2,46 ), non ignorando tuttavia l’insegnamento di Gesù circa il valore della Legge morale e l’inutilità delle tradizioni farisaiche che l’appesantiscono e la svuotano dall’interno. Anche i giudeocristiani della Palestina pagano le decime al Tempio e le imposte all’Imperatore, come tutti gli ebrei ortodossi.

Ebrei o Cristiani ? Iakobo e i suoi seguaci, con il passare del tempo, cominciano però a non illudersi più su una “sostanziale continuità”, anche sul piano teologico, del loro Vangelo con il Giudaismo ufficiale. Quest’ultimo non si lascia riformare al proprio interno e farsi permeare dalle nuove credenze nella messianicità di Gesù Cristo ( nella sua resurrezione fisica e nel carattere profetico e taumaturgico del suo operato storico ), non mira a dissociare la religione dalla politica, caratterizzandosi come fortemente conservatore sia sul piano di un rigido monoteismo che su quello di un legalismo esteriore puramente asfittico, inconcludente e disumano, e in una sorta di angusto esclusivismo nel rapporto con le genti pagane.

Iakobo e i primi fedeli gerosolimitani si possono ritenere ebrei solo su un piano formale ed esteriore, ma sostanzialmente cristiani in quanto, constatando il considerevole numero di conversioni dei Gentili extrapalestinesi al Vangelo senza passare per la circoncisione, grazie anche alla solerte attività di Paolo di Tarso, stanno maturando la consapevolezza che “l’Israele secondo la carne” non conta più nel piano divino di salvezza, subentrando ad esso il ‘nuovo Israele’, erede dei beni promessi in una ‘Nuova Alleanza’ suggellata nel sangue del Figlio di Dio*****. E in questo nuovo ‘Popolo di Dio’, costituito da quelli che credono in Gesù Messia, gli ex pagani risultano essere molto più numerosi degli ebrei convertiti.

*****La separazione della Chiesa dalla Sinagoga é un processo che si consuma non in modo uniforme, bensì in maniera potremmo dire “elastica”, a seconda delle circostanze e dei diversi territori mediterranei in cui si diffonde il Vangelo. Nelle Chiese di fondazione paolina il distacco dal Giudaismo ufficiale é netto e repentino, e l’Apostolo delle Genti deve faticare non poco nella sua opposizione decisa ai Giudaizzanti. Il distacco é anche più facile ( constatando che in alcune comunità il numero degli ebrei convertiti rispetto a quello degli ex pagani é esiguo, in altre é nullo ), presumendolo già una realtà compiuta dopo il 50 EV. Processo abbastanza tardivo, invece, nelle comunità cristiane siriaco-palestinesi-mesopotamiche, dove persisterà per molto tempo un legame più o meno stretto con il Giudaismo ufficiale da parte di alcune correnti giudeo-cristiane eterodosse ( come gli Ebioniti ), non riconoscentisi più nella Tradizione apostolica custodita dai vescovi in comunione con il successore di Pietro.

E’ questa “coscienza” che fa essere “cristiani” anche i fedeli della Chiesa di Gerusalemme, al pari delle comunità di fondazione paolina. Ecco perché l’autore degli Atti degli Apostoli, componendo il suo scritto ( non sappiamo se intorno al 65 oppure verso il 70 EV ), riporta questo dato storico molto eloquente. Nel 40 EV circa, i credenti in Gesù ad Antiochia di Siria si attribuiscono, per la prima volta, una nuova denominazione : ‘toi chrestianòi’ ( ‘i cristiani’ ), come si evince in At. 11,26. Non solamente per offrire una loro configurazione, diciamo di tipo sociologico e giuridico all’esterno, nei rapporti con gli Ebrei e con i pagani sul piano religioso, e con i Romani su quello politico, ma proprio perché viventi questa consapevolezza di fondo. La suddetta categoria sarà estesa retrospettivamente anche alla Chiesa di Gerusalemme fin dai suoi primordi.






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