Mysterium Salutis

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Mysterium salutis - Cinema e religione




IL CINEMA E IL REALISMO CRUDO DELLA FEDE




Proponendo la rivisitazione del film The Passion of Christ di Mel Gibson del 2004, il curatore dell'articolo invita alla riflessione sul rapporto che si può instaurare tra il Cinema e il realismo della Fede.

Sarebbe meglio dire 'iperrealismo' con tutto l'eccesso di violenza, di sofferenza e di sangue ostentato dal film. Il suo autore, Mel Gibson, ci regala una rappresentazione scenica di questo tipo, abbastanza insolita nella storia centenaria del Cinema che ha trattato spesso questo soggetto biblico, ma in maniera tanto incisiva da lasciare tramortiti, da non far rimanere nell'indifferenza gli stessi non-credenti. Non si può ignorare in essa un gusto espressionistico portato all'estremo con l'horror, con l'accentuazione del tenebroso e anche del grottesco ( alla Hyeronimus Bosch tanto per intenderci ) che caratterizzano il lungometraggio.

Un mondo intero si accanisce contro un uomo inerme in un terribile giorno, il venerdì di Passione, dal momento della cattura fino al decesso del condannato a morte. In questo mondo -e qui traspare la chiave teologica di Gibson- sotto la signoria di Satana si assiste alla crudeltà gratuita esercitata dal pregiudizio ideologico, dalla forza bruta, dall'invidia, dalla paura.......Crudeltà che palesa quella irrazionalità così ben sintetizzata dall'evangelista Giovanni : "mi odiarono senza ragione" ( Gv.15,25 ).

Si tratta di un Gesù sorprendentemente più umano, lontano da ogni stilizzazione, alle prese con afflizioni, con una spossante lotta interiore per potersi adeguare alla volontà del Padre celeste, con la violenza fisica e brutale ( prima dei carcerieri giudei e poi dei carnefici romani ) che si abbatte su di lui.

E -nonostante tutto ciò- sembra resistere, durante e dopo una impressionante flagellazione, più che ai suoi persecutori, al Maligno che agisce dietro le quinte di una folla sovraeccitata.
Gibson gioca sui paradossi : quest'uomo sembra essere il protagonista per eccellenza di questa tragica vicenda. Anzi, sembra lui a dare la piega agli eventi secondo una logica che sfugge agli altri comprimari della Passione e pure a noi spettatori. Con il suo comportamento dignitoso, seppur non ribelle ed insolente ( come quello di un altro condannato a morte come il "cattivo" ladrone o il graziato Barabba ), Gesù non fa altro che rendere acuta l'aggressività degli altri.

Ma ormai a condurre la partita, e a farla concludere, é una Forza dall'alto, superiore a quella di Satana. Anche se Gesù, in un momento di abbattimento sulla croce, emette l'ultimo grido, credendo che il Padre l'abbia abbandonato. La sua coscienza sperimenta la "vertigine" del Nulla.




Quella del Cristo non é stata una morte qualunque. La sua é una morte carica di mistero, di orrore, di fascino, che ha una valenza significativa molto forte e come tale coinvolge tutti, scuotendone l'indifferenza. Gibson sottolinea l'aspetto antidocetico della sua pellicola, mostrando la realtà e la serietà della morte del Crocifisso.

Certo, il suo é il punto di vista religioso, quello del cattolico che interpreta la Passione in conformità alla fede che ha ricevuto, ma senza la pretesa di convertire nessuno, quanto meno di offrire una riflessione teologica sull'Evento. L'esigenza del regista é stata quella di voler ricostruire la dinamica della Passione non solo attraverso un esame rigorosamente scientifico delle Sacre Scritture che ce la descrivono, ma anche attraverso lo studio della Sindone e in riferimento agli apporti mistici di una tedesca, la beata Anna Katharina Emmerick ( 1774 - 1824 ), che l'ha rivissuta menzionando tutta una serie di dettagli.
Tocca a noi confrontarci con questo suo messaggio e stimolare così la nostra fede.

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Seguiamo la trama del film "The Passion of Christ" di Mel Gibson ( 2004 ), le cui riprese sono state effettuate in Italia, nella provincia di Matera, con il finanziamento dello stesso regista.

Con un versetto del profeta Isaia si apre questa rappresentazione scenica con la luna piena….un bosco....un ambiente desolante.....un uomo che soffre intensamente.....più in fondo altri uomini smarriti e confusi che non possono fare alcunché per aiutarlo. In atto una figura avvolta in un mantello nero si avvicina con incedere minaccioso all'uomo sofferente e gli chiede "se il peso che deve portare non sia troppo gravoso". E' la tentazione di Satana ( Rosalinda Celentano ) che tende a vanificare il piano divino di salvezza, facendo leva sui limiti dell'io carnale di Gesù ( James Caviezel ). Con uno sforzo del suo io razionale, conforme alla sua volontà divina, il Nazareno, invece, riesce con molta difficoltà a superare questa terribile prova.

In un'altra sequenza Giuda Iscariota ( Luca Lionello ) vende il suo Maestro al Sinedrio che lo compensa con trenta denari d'argento, ignorando completamente l'eterogenesi dei fini che lo travolgerà inesorabilmente. Si presta ad accompagnare le Guardie del Tempio, con gran spiegamento di forze, per catturare il Nazareno e neutralizzare così i suoi discepoli.

Nel Gethsémani avviene una reazione degli Apostoli e, in primo luogo, quella di Pietro (Francesco De Vito) che ferisce un funzionario del Sommo Sacerdote di nome Malco (Roberto Bestazzoni), mutilandolo di un orecchio. Gesù richiama gli Apostoli e si lascia catturare non prima di aver guarito Malco. Questa arrendevolezza del Maestro e la spietata determinazione, nonché lo spiegamento di forze, delle guardie impressionano gli Apostoli che si danno alla fuga.

Gesù viene condotto in catene come un pericoloso malvivente e, per raggiungere il palazzo di Caifa, deve attraversare il torrente Cedron dove, alle pressioni esercitate su di lui, si aggiungono i maltrattamenti.
Giuda si allontana ma qualcosa comincia ad impensierirlo. Anche lui finisce per dirigersi al palazzo del Sommo Sacerdote. Intanto il "discepolo prediletto" ( Cristo Jivkov ) riferisce a Maria la madre di Gesù ( Maia Morgenstern ), in compagnia della Maddalena ( Monica Bellucci ) e di altre donne, che suo figlio é stato catturato.

Arrivati nello spiazzo antistante al palazzo, Maria e Giovanni incontrano Pietro, mentre la Maddalena chiede invano aiuto ad alcuni soldati romani di ronda affinché possano intervenire e liberare il Maestro. "Stanno nascondendo il loro crimine davanti ai tuoi occhi!" : grida rivolgendosi a uno di questi, denunciando il carattere arbitrario di questo arresto.
Una folla intanto si raduna nella piazza. Gesù viene condotto davanti ai Sinedriti che gli muovono accuse pesanti, ma non tali da comprometterlo definitivamente. Il clima si fa surriscaldato e Gesù viene più volte aggredito, ma il suo comportamento é calmo, dignitoso ed apparentemente rassegnato. Le testimonianze contro di lui sono discordanti. Il processo appare viziato e non tutti i membri del Sinedrio sono presenti. La riunione si tiene di notte e alcuni Sinedriti -che cercano di scagionare il Maestro galileo- sono allontanati dall'aula in modo brusco.

Finalmente Caifa ( Mattia Sbragia ) gli pone la domanda risolutiva : "Sei tu il Messia ? Il Figlio del Dio vivente ?". Gesù risponde in modo solenne : "Si ! Lo sono !". Tutti lo giudicano reo di morte. Si scatena un'ondata di violenza contro di lui. Il Nazareno viene allontanato. Pietro, riconosciuto da alcuni servitori di Caifa e da alcune guardie del Tempio, lo rinnega in pubblico e va via frettolosamente.

Giuda, che ha consegnato il Maestro ma non per ucciderlo, cerca di ribellarsi di fronte alla cattiva piega degli eventi, incontrando Caifa e alcuni Sinedriti. Questi lo respingono rinfacciandogli le sue responsabilità. Il traditore ha un sussulto di orgoglio offendendoli, gettando contro di loro le trenta monete d'argento e allontanandosi dal palazzo.
In un'altra sequenza, di fronte all'ineluttabile l'Iscariota si lascia prendere da un atroce rimorso. Satana prende forma, nella sua immaginazione, in alcuni ragazzini che lo tormentano. Si reca fuori dalla città abitata, dirigendosi sul Monte degli Ulivi dove, disperato, si suicida all'alba.

Sul far del mattino, un mesto corteo con a capo i Sinedriti e il Nazareno incatenato -seguiti da una folla che inveisce contro il prigioniero- si raduna nello spiazzo antistante al Pretorio.
Il prefetto romano Ponzio Pilato ( Hristo Shopov ) é già stato preavvisato, nella notte precedente, sui fatti dal suo luogotenente, il centurione Abenadér ( Fabio Sartor ), un romano simpatizzante della religione di Israele ( infatti porta un nome biblico ). La moglie Claudia Procula ( Claudia Gerini ), pur invocando l'estraneità di Pilato rispetto a quanto sta succedendo ( anche in forza di incubi notturni ), non fa altro che alimentargli continue perplessità. Questa folla eccitata e l'uso della maniera forte potrebbero pregiudicare seriamente Pilato davanti all'Imperatore.

Il prefetto chiede che gli venga presentato Gesù, il quale viene accusato di essere un sovversivo, ma i capi di imputazione elencati da Anna ( Toni Bertorelli ) e da Caifa non lo convincono. Comprende che si tratta di una questione religiosa e non intende procedere contro il Galileo. Come scappatoia giuridica lo consegna ad Erode Antipa ( Luca De Dominicis ), presente a Gerusalemme durante le festività pasquali, perché lo giudichi.
Davanti al Tetrarca che vorrebbe da Gesù qualche "esibizione" delle sue qualità taumaturgiche, l'accusato non gli dà soddisfazione e rimane in silenzio. Indispettito, Antipa lo schernisce e lo inveisce, ma non lo considera reo di morte, inviandolo di nuovo a Pilato.
Quest'ultimo, con la speranza di accontentare la plebaglia senza ucciderlo, lo fa flagellare. Anche Maria assiste con animo straziato alle percosse subite da suo figlio.
Spinti dal sadismo, i torturatori eccedono nel loro compito. Gesù mostra una resistenza sovrumana. Abenadér fa cessare le sevizie e Claudia, triste di fronte a tanto spettacolo, consegna dei panni di lino a Maria, la quale asciuga il suolo dal sangue di Gesù.
Con la corona di spine, quest'ultimo si presenta a Pilato ed entrambi di nuovo alla folla, ma quest'ultima non si lascia intenerire. Anzi, rincara la dose con alte grida : "Crocifiggilo ! Crocifiggilo !". Opportunisticamente, Pilato tenta l'ultima mossa per salvare la vita del Galileo. Un confronto -ragiona ingenuamente il prefetto- tra il flagellato e un omicida di nome Barabba ( Pietro Sarubbi ) dovrebbe essere vinto dal primo. La folla invece, in modo paradossale, sollecita con entusiasmo la liberazione del brigante.
Pilato consegna alle guardie il Nazareno perché sia crocifisso sul Golgotha.
Penoso e sofferto é per quest'ultimo il tragitto fino al luogo della crocifissione. Si rievocano, come in un flash-back, momenti della giovinezza di Gesù, il primo incontro con la Maddalena, e l'Ultima Cena. Con la croce sulle spalle e con il corpo piagato e macilento, Gesù si incammina verso il posto prestabilito, ma cade tre volte, inveito dalla folla contro di lui. Anche i soldati lo percuotono e una donna di nome Serafia ( Sabrina Impacciatore ), mossa a pietà, gli asciuga le guance sanguinanti e madide di sudore.
I soldati incaricano un uomo -che dice di chiamarsi Simone di Cirene ( Jarrett J. Merz )- di aiutare il condannato portando la croce. Giunti sul Golgotha, a Gesù viene strappata con violenza la tunica e, una volta denudato, viene inchiodato alla croce assieme a due malfattori, uno alla destra e uno alla sinistra.

Il sole si eclissa….. Il cielo si oscura…..La gente comincia a preoccuparsi di questo improvviso cambiamento meteorologico. Alcuni Sinedriti scherniscono Gesù, e ad essi si associano quelli di uno dei due ladroni che pretende dal Messia di essere liberato, mentre l'altro ( Sergio Rubini ) redarguisce duramente il suo compagno, riconoscendo le loro responsabilità di fronte ai delitti commessi e la meritata pena capitale. E Gesù gli promette una felicità eterna per lui, per questo suo atto di amore e di fiducia.
Maria e Giovanni si trovano, addolorati, ai piedi della croce. Tra loro e Gesù c'é un ultimo scambio di parole.
Poi il grido improvviso : "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato !?". E dopo, ancora un'altra esclamazione : "Padre, rimetto a Te il mio Spirito ! Tutto é compiuto !". E muore. Un improvviso terremoto scuote il Golgotha e Gerusalemme. Gli astanti si allontanano in fretta, dirigendosi alle loro case. Il velo del Tempio si squarcia e Caifa si lascia prendere da un dolore intenso di fronte a questa sciagura.

Abenadér ordina ai soldati di abbreviare la vita dei condannati. Uno dei militi di nome Cassio Longino ( Giovanni Capalbo ), a conferma della morte di Gesù, gli trafigge il costato con la lancia. Ormai gli elementi si sono scatenati. Abenadér capisce che si trova di fronte ad un evento inaspettato, spettacolare e straordinario, e si toglie l'elmo per omaggiare il Nazareno crocifisso.

In un'altra sequenza si constata la disperazione di Satana per l'inevitabile sconfitta e la realizzazione del piano divino di salvezza attraverso la morte di Gesù. E' l'alba della domenica ! La ruota che chiude il Sepolcro viene rovesciata.....Cristo risorge vittorioso dalla morte !



IPAZIA FA ANCORA DISCUTERE



Mi sembra che il film Agorà, di pregevole fattura tecnica e scenografica, del regista cileno-spagnolo Alejandro Amenàbar sia una dovuta rievocazione della figura della scienziata e filosofa alessandrina Hypatia, ma non convince il pregiudizio del suddetto cineasta con il quale si é voluta ricostruire la vicenda del deplorevole delitto del 415 d. Cr. ad opera di fanatici ed esagitati monaci cristiani, prestandosi ad un'ennesima strumentalizzazione e provocazione da parte di un laicismo e di un anticlericalismo tanto beceri quanto privi di rispetto per l'oggettività storica.
Non credo che un cattolico degno di tanto nome non sia altrettanto onesto da non riconoscere tanto la statura morale ed intellettuale di questo insigne personaggio, quanto la persistenza di un acceso e violento fanatismo religioso tipico di certo estremismo cristiano.

Ma l'attribuzione di paternità dell'omicidio della filosofa neoplatonica -addirittura della qualifica di mandante materiale- al patriarca San Cirillo di Alessandria, secondo le argomentazioni abbastanza tendenziose del cristiano Socrate Scolastico e le allusioni più o meno esplicite dei pagani Pallada e Damascio -ultimo scolarca dell'Accademia Platonica, fatta chiudere dall'imperatore Giustiniano nel 529 d. Cr.- ed avvalorate, nel XVIII secolo e in piena temperie illuministica, dal filosofo irlandese John Toland e dallo storico inglese Edward Gibbon ( autore de
La decadenza e la caduta dell'Impero romano, anche a causa del Cristianesimo ) e dai massoni degli ultimi tre secoli, non poggia su fondamenta storiche sicure.

Un delitto così ripugnante avrebbe facilmente compromesso l'onorabilità e la santità di vita di Cirillo agli occhi delle Chiese orientali non cattoliche e della stessa Chiesa di Roma. E' innegabile, tuttavia, il suo influsso decisivo nelle agitazioni popolari che interessarono Alessandria d'Egitto nei primi decenni del V secolo d. Cr., ma va pure detto che i cristiani ( che erano la maggioranza degli abitanti a quell'epoca ) furono provocati dagli ebrei ( che costituivano una plurisecolare e numerosa colonia ) e dai pagani. E, come se non bastasse, la Chiesa di Alessandria era travagliata al proprio interno dalle divisioni dottrinali. Non mancarono le tensioni socioeconomiche a causa del rapace ed oppressivo fiscalismo esercitato da Costantinopoli ai danni delle province dell'Impero romano d'Oriente, alimentando le tendenze regionalistiche e separatistiche dell'Egitto che nel VII sec. d.Cr. avrebbero favorito la conquista araba e la conversione in massa della popolazione all'Islam. Si agitava, inoltre, anche lo spettro delle invasioni barbariche : tra il 415 e il 435 d. Cr. i Vandali erano già padroni dei territori meridionali della Penisola iberica, giungendo a minacciare le coste nordafricane.

Cirillo fu uno dei campioni dell'ortodossia con un eccessivo zelo -occorre riconoscerlo- ma fu anche il salvatore della civiltà cristiana e della sua integrità in quei tempi di crisi. Strano a dirsi, nonostante che il Cristianesimo niceno fosse religione di stato con l'Editto di Tessalonica del 380 d.Cr., in alcune regioni del Mediterraneo, i seguaci della nuova fede erano ancora apertamente discriminati. Le tendenze cesaropapiste degli imperatori bizantini e dei loro funzionari non solo non permisero la sottomissione -nella sua parte orientale- dell'Impero alla Chiesa, ma non furono sufficienti a garantire a quest'ultima una totale indipendenza dal primo, per la quale si batteva il vescovo Cirillo. I cristiani ortodossi alessandrini ( o copti ) si sentirono "assediati", all'interno, dagli eretici e, all'esterno, dai pagani e dagli ebrei. Cirillo adottò la linea di dura intransigenza nella difesa a tutti i costi della propria Chiesa, non esimendo dal richiedere le debite riparazioni per i danni subiti dalla sua comunità, non perseguendo, però, disegni di distruzione né dell'ebraismo né del paganesimo in se medesimi.

E' innegabile asserire che, certamente, queste tensioni politiche, sociali, economiche, e anche religiose, costituissero il retroterra psicologico perché avvenisse l'omicidio di Ipazia, ed é ragionevole supporre che questo fatto di sangue rientrasse nel contesto della controversia che oppose il santo vescovo al prefetto augustale d'Egitto di nome Oreste, anch'egli cristiano e del quale la filosofa fu amica e confidente.

Il motivo occasionale dell'uccisione di Ipazia, come riferito da Socrate Scolastico, fu la morte sotto tortura di un monaco di nome Ammonio che aveva ferito il prefetto con una pietra. Cirillo considerò questo religioso alla stregua di un martire, e le agitazioni dei confratelli della Nitria, noti anche come "parabolani" per le loro stravaganze ed eccentricità di vita ascetica, nonché desiderosi di "martirio", furono incontrollabili. Alcuni di essi, guidati da un lettore di nome Pietro, assalirono la povera donna e la uccisero con i cocci, facendola poi a pezzi e bruciandone i resti nel Cinerone.

Ipazia fu ravvisata come l'interprete più efficace ( non tanto della libertà di pensiero, come vorrebbe farci intendere Amenàbar ) dell'odiato paganesimo; ma anche considerata, a torto o a ragione, come l'ostacolo politico alla riconciliazione tra il prefetto augustale e il patriarca di Alessandria d'Egitto ( questo fu il senso del suo sacrificio cruento ). Senza neanche immaginare lontanamente come le differenze tra il Cristianesimo e il Neoplatonismo potessero venire smussate nel nome di un riscoperto monoteismo. Non si spiegherebbe, altrimenti, la presenza nel suo cenacolo di alunni che ricoprirono incarichi ufficiali nella Chiesa, come Sinesio di Cirene che divenne vescovo di Tolemaide, ma propenso ad un Cristianesimo gnosticheggiante.

Ipazia fu la figlia del matematico Teone, ultimo direttore del Museo di Alessandria, alla quale viene attribuita l'invenzione dell'astrolabio; studiosa di Platone, di Plotino e del matematico Diofanto, oltre che interprete del geocentrismo tolemaico.

Fu -come Giuliano l'Apostata e altri intellettuali pagani della cerchia dell'imperatore che parlavano di "res publica exinanita" ( "lo Stato stremato" )- un'adoratrice del Sole Invitto, in quanto ritenuto sede della 'psiché', plotinianamente intesa come Anima del Mondo.

"A sentire L. Rougier, moderno ammiratore di Celso, un antico polemista pagano, i cristiani sarebbero stati responsabili di questo terremoto strutturale : le vere cause delle persecuzioni furono motivi di ordine sociale. I cristiani stavano in rapporto alle classi raffinate della società pagana come, sotto la rivoluzione, i giacobini stavano alle vecchie monarchie europee e, ai nostri giorni, come i bolscevichi stanno alle società capitalistiche : una genìa esecrabile formata da una lega di tutti i nemici del genere umano; accozzaglia di schiavi, di poveracci, di scontenti, di gente senz'arte né parte, che contestano l'ordine stabilito, disertano il servizio militare, fuggono gli incarichi pubblici, fanno propaganda per il celibato, maledicono le dolcezze della vita, gettano l'anatema su tutta la cultura pagana, profetizzano la fine del mondo, a dispetto degli auguri che predicevano a Roma un destino eterno" (1).

Il Cristianesimo antico si era configurato proprio in questo modo, come rifiuto del mondo? Non mancarono certamente gli scontenti, i disertori, gli encratìti, gli escatologisti allarmisti, coloro che ( come Taziano e Tertulliano ) rifiutavano la cultura greca : per fortuna furono espressione di correnti minoritarie ed integraliste. Il Magistero della Chiesa, invece, accettò sempre quanto di positivo il mondo pagano potesse offrire, integrandolo con la sua visione cristiana di Dio, della vita e dell'uomo.

L'errore di Giuliano l'Apostata, di Gemisto Pletone, di Gibbon, di Rougier, di Mazzarino e di tanti storici dei nostri "gloriosi" atenei statali ( compresi quelli che per anni hanno imposto cinque programmi di esame per i non-frequentanti, facendo distinzione tra studenti di serie "a" e studenti di serie "b", condizionandone, vergognosamente, a priori il voto ) consisteva nell'idealizzare un paganesimo di fantasia che malcelava "una realtà assai meno splendida che traspare, d'altronde, nelle espressioni di disprezzo rivolte indistintamente a barbari, donne, schiavi, plebei" (2).

"Nelle classi superiori si trovavano, senz'altro, esempi di virtù (e, aggiunge chi scrive, Ipazia fu uno di questi), ma anche un grande scetticismo e una inquietudine confusa che spingevano sia verso le religioni orientali, sia verso la dissolutezza dei costumi" (3)

Ma anche il Cristianesimo, nei secoli, non dimenticò Ipazia e seppe restituire giustizia a questa donna eccezionale e sfortunata con il celebre dipinto "La Scuola di Atene" di Raffaello Sanzio, conservato nelle Stanze Vaticane, dove la studiosa venne messa in risalto e alla pari di altri prestigiosi sapienti dell'antichità.




NOTE :

(1) AA.VV. "Cento punti caldi della storia della Chiesa", Paoline 1983, pp.55-56;
(2) op. cit., p. 56;
(3) op. cit., p. 56.





LUTHER : IL CINEMA NELLA PROMOZIONE DEL CONFRONTO TRA LE RELIGIONI

Esponiamo una riflessione sul lungometraggio LUTHER del regista tedesco Eric Till, nel pieno approfondimento dello spirito ecumenico del quale tutte le confessioni cristiane, a cominciare da quella cattolica, si impegnano nel ricercare la profonda unità di fede, di vita e di dottrina, secondo le linee indicate dal Magistero della Chiesa cattolica nel Concilio Vaticano II.

Importante é il radicamento di una controversia dottrinale nella storia per capire quelli che appaiono come gli enigmi delle grandi divisioni che ancora lacerano il tessuto religioso della Cristianità. La comprensione delle origini di una riforma religiosa deve indurre gli autentici cristiani al riconoscimento dei propri e altrui torti, all'assimilazione di valori compatibili e al rispetto della diversità reciproca, come base di una comunione tanto auspicata.

Anche se
Luther, purtroppo, offre un'interpretazione di parte, abbastanza tendenziosa e forzata, dai colori forti e vivaci, dello scisma dalla Chiesa di Roma attuato dal celebre religioso agostiniano tedesco. Lungi dal presentarne una battagliera apologia, tuttavia ne esce un quadro abbastanza lusinghiero di Martin Lutero ( 1483-1546 ) come di una specie di genio e liberatore, campione dei diritti della nazione germanica contro il Papato e il Sacro Romano Impero di Carlo V d'Asburgo.

Noi cattolici non possiamo non prenderne atto, apprezzando il film di pregevole fattura tecnica ed artistica, ma non rinunciando a espletarvi un senso critico con alla mano i documenti storici.



Sul celebre riformatore religioso sono state curate, in passato, diverse edizioni cinematografiche. Nel 2004 ci riprova il tedesco Eric Till con un cast di eccezione e il finanziamento della Federazione Luterana Mondiale.
La pellicola vuole rievocare la figura di Martin Lutero, presentandocela come quella di un sincero cristiano che, agli inizi del Cinquecento, si batté contro i mali e gli abusi della Chiesa di Roma.

Per le cosiddette "comunità evangeliche" le guerre di religione -che insanguinarono la Germania e l'intera Europa in un arco di tempo che va, pressappoco, dal 1522 al 1648- furono solo un semplice incidente di percorso non desiderato e voluto dal ribelle agostiniano.

Se per una sorta di eterogenesi dei fini, il Nostro fu un po' come l'apprendista-stregone che non seppe dominare gli spiriti da lui suscitati, a Martin Lutero ( nato ad Eisleben nel 1483 e morto ivi nel 1546 ) rimarrà la tragica patente di responsabilità morale per tanti massacri e per la spaccatura dell'unità religiosa dell'Europa che perdura tuttora.

Altro che riforma, si trattò di una vera e propria rivoluzione !

Se i vertici delle istituzioni cattoliche dell'epoca, Papato in testa, non avessero commesso tanti vergognosi abusi e si fossero impegnati a rendere più facilmente accessibile, in modo attivo, dinamico e non uniforme, il dogma, oltre a stimolare un confronto dottrinale più aperto con chi richiedeva un'adeguamento del messaggio evangelico alle proprie sensibilità e alle aspettative di una riforma interna del mondo ecclesiastico, forse questo disastro si sarebbe potuto evitare.

Tempi difficili quelli di Lutero. L'unità religiosa coincideva con quella civile e politica. Chi metteva in discussione un solo principio dottrinale ed etico attentava all'unità socio-politica dello Stato a cui apparteneva. Con l'aggravante delle contese che opposero l'imperatore Carlo V d'Asburgo al sovrano francese Francesco I di Valois per una maggiore egemonia in Europa e un dominio diretto in Italia, con l'Inghilterra di Enrico VIII Tudor pronta a tifare per l'uno o per l'altro, entrando anch'essa in campo aperto. Per non parlare poi della minaccia ottomana che, con Solimano il Magnifico, raggiunse Vienna.

No, non furono tempi facili a favorire una messa in discussione, magari non contro la Chiesa, di certe convinzioni radicate.
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Ma Martin Lutero tenne duro. Una idea fissa percorse il suo cervello già intorno al 1510. "Si può ottenere salvezza fuori della Chiesa, ma non fuori dal Cristo" : fino alla morte rimase risoluto su questa posizione.

Il rapporto tra Dio e l'anima del credente, secondo il Nostro, doveva essere diretto e senza l'intermediazione istituzionale e sacramentale. Ne discendevano le necessarie conseguenze: individualismo; primato assoluto della Sacra Scrittura; libero esame ( vale a dire libera interpretazione dei testi sacri da parte di qualsiasi credente ); cessazione del sacerdozio ministeriale; negazione del culto dei santi, del purgatorio e di cinque sacramenti.

Sarebbero rimaste semplici convinzioni personali se non fossero state predicate in un contesto più che favorevole, dove principi, sudditi ed intellettuali si trovarono uniti : i) da un deciso anticurialismo; ii) nell'opporsi all'eccessiva fiscalità della Santa Sede; iii) dall'esigenza di una religiosità più austera ed autentica; iv) dal rifiuto di sterili speculazioni teologiche; v) contro un formalismo liturgico eccessivo e non facilmente assimilabile.

Numerosi principi tedeschi e i monarchi scandinavi ebbero così modo di impadronirsi dei beni ecclesiastici, cominciando a regolare -quella che si suol definire oggi- la 'Chiesa di Stato'. Lutero consacrò questo loro assolutismo, asserendo che, a causa del peccato originale, una semplice comunità non era in grado di autogovernarsi, onde l'indispensabilità del potere di spada del principe. Un assolutismo -quello germanico- che, sul piano fattuale, andò rafforzandosi dopo la repressione della 'guerra dei cavalieri' ( 1522-23 ) e le agitazioni anabattiste, e dopo la pericolosa 'guerra dei contadini' ( 1524-25 ) che il Nostro deplorò incoraggiando i governanti allo sterminio dei ribelli.

Strana applicazione del suo principio della 'libertà del cristiano' !

L'estremista Carlostadio ( Andreas Bodenstein detto Karlstadt ), i profeti di Zwickau, Nikolaus Storch, gli anabattisti e l'ex monaco Thomas Muntzer, si richiamarono proprio alle sue dottrine, uccidendo preti, frati e suore, saccheggiando conventi e castelli.

Auspicando l'uguaglianza socioeconomica e la comunione dei beni, nonché imponendo l'iconoclastia, i radicali sfruttarono le angosce e i fermenti di ribellione di una grande massa di servi della gleba. Questi ultimi, privi di unità di comando in campo militare, furono selvaggiamente sopraffatti dalla repressione feudale. Si contarono centomila vittime : una cifra spaventosa !

I radicali si ispiravano al criterio della libertà del cristiano, ma Lutero sconfessò la loro azione appellandosi al principio di obbedienza che ogni suddito deve avere nei confronti del proprio sovrano.

Eppure i suoi sostenitori videro in lui il campione dei diritti della nazione germanica contro le pretese romane ed imperiali. La sua traduzione della Bibbia nella lingua del volgo fu il fondamento dell'idioma tedesco, ma egli non si dimostrò neanche un felice traduttore : un biblista suo contemporaneo, Hieronymus Emser, potè ravvisarvi più di millequattrocento errori.

Il suo proposito di non voler rompere con la Chiesa cattolica si rivelò un grande "bluff" che all'inizio non convinse né papa Leone X, né Carlo V, né valenti teologi come Johann Eck e il cardinale Tommaso de Vio detto Caietano, né il diplomatico Girolamo Aleandro, ma illuse Federico il Saggio, il suo segretario Georg Burckhardt detto Spalatino, Filippo Melantone……

Dopo il 1520 la rottura con Roma divenne un evento compiuto. La presunta riforma della Chiesa sarebbe stata attuata dai laici, cioè dai principi e dai magistrati cittadini. Carlo V dovette riconoscere lo "status quo" e da allora la Germania rimase un territorio religiosamente diviso.

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Ma seguiamo il film di Eric Till.



Lungo la via di casa, Lutero ( Joseph Fiennes ) é sorpreso da un violento temporale. Sembra incredibile come un fenomeno naturale possa aver deciso della vocazione religiosa del Nostro in maniera così repentina.

Eppure il regista sembra suggerirci quest'interpretazione, non riuscendo tra l'altro a nascondere come Lutero sia invece una personalità complessa e nevrotica che, tuttavia, possiede un temperamento orgoglioso.
Chi l'ha indovinato bene é il suo genitore, Hans Luther ( Michael Traynor ), che gli rinfaccia il tradimento delle sue aspettative paterne. Durante la sua prima messa, Martin sembra avere un senso della presenza terrificante di Dio e questa considerazione lo assilla e l'opprime. Il timore per la dannazione eterna diventa ossessivo per il giovane religioso.

Il superiore degli Eremitani Agostiniani di Erfurt ( al quale il Nostro appartiene ), Johann von Staupitz ( Bruno Ganz ), cerca di rassicurarlo : "non é Dio che é in collera con voi ! Siete voi in collera con Dio !". Fa qualcosa di più per il suo confratello in crisi : lo manda a studiare teologia a Wittenberg e a perfezionare la sua carriera accademica.

E sarà proprio lo studio biblico a metterlo di fronte ad una formidabile scoperta, tale da fargli cambiare l'esistenza : la misericordia di un Dio d'amore che permette che il suo Figlio si immoli e ci renda giusti pur rimanendo, nello stesso tempo, peccatori anche incalliti. Lutero non crede nel libero arbitrio e, nel film, lo dimostrerà con i fatti dando sepoltura cristiana ad un ragazzino che si é appena suicidato.

Secondo Lutero l'espressione paolina "il giusto vivrà per fede" é da intendersi nel senso che, potendo noi possedere una fede fiduciale, Dio ci comunica la sua grazia, coprendoci con la sua misericordia.

Frequentando i corsi di teologia dogmatica, Lutero ha un confronto polemico con un professore di nome Carlostadio ( Jochen Horst ) nel mettere in discussione le dichiarazioni di papi e di concili che a suo giudizio si sono spesso contraddetti. Si conquista la platea e suscita perfino le simpatie del suo docente e collega di studi. Intanto papa Leone X ( Uwe Ochsenknecht ) ha bandito un'indulgenza per sostenere l'opera di ricostruzione della Basilica di San Pietro, estendendola alla Sassonia. E' un modo assolutamente vergognoso di coprire la compravendita di un vescovato da parte di un giovane ecclesiastico pieno di ambizioni, Alberto di Magonza ( Johannes Lang ), il quale incarica un domenicano, Johann Tetzel (Alfred Molina), di predicare tale indulgenza nei suoi territori.

La grossolanità dell'intervento di questo religioso scatena le ire di Lutero che non solo contrasta la vendita di questa remissione delle pene temporali per i peccati commessi, ma ne invalida addirittura la dottrina. Con le sue celebri 95 tesi che, secondo la leggenda, avrebbe affisso alla porta della cattedrale di Wittenberg, Lutero consegue grande popolarità e il favore degli umanisti capitanati da Filippo Melantone ( Lars Rudoblph ), altro astro della Riforma nascente.

Tetzel viene sfiduciato. L'arcivescovo Alberto di Magonza deferisce la causa dello "scandalo delle indulgenze" a Roma. Papa Leone X é preoccupato. Lutero si sente incoraggiato a proseguire tra l'imbarazzo e l'appoggio convinto di Federico il Saggio Grande Elettore di Sassonia ( Peter Ustinov ), e del suo segretario Spalatino ( Benjamin Sadler ).
Arrivano in Germania due alti prelati : il cardinale Caietano ( Mathiéu Carriére ) e il diplomatico Girolamo Aleandro ( Jonathan Firth ). Questi ultimi impongono al monaco agostiniano la completa ritrattazione delle sue idee. Lutero chiede invano una discussione ma rischia di essere scomunicato e di rimetterci pure la libertà e la vita.

Staupitz lo dispensa dall'esercizio dei voti espellendolo dal convento, anche per garantire l'incolumità personale del suo confratello. Quest'ultimo insiste nella provocazione grazie alla popolarità e al favore di Federico il Saggio, Ormai é un ribelle che viene scomunicato nel 1521 e che brucia pubblicamente la bolla di condanna papale e il Corpus Iuris Canonici, reclamando l'intervento dei principi nella riforma della Chiesa.
Su richiesta di Federico di Sassonia -che ritiene conforme alla legge tedesca giudicare l'accusato nella propria terra- l'Imperatore Carlo V ( Torben Liebrecht ) convoca Martin alla Dieta di Worms (1521), perché possa ritrattare pubblicamente le sue idee. Alla presenza dei convenuti, il teologo Johann Eck ( Christopher Buchholz ) gli impone severamente l'abiura. Lutero risponde deciso : "a meno che con la Sacra Scrittura non mi si dimostri il contrario, io non ritratto nulla, perché non è giusto andare contro coscienza. Iddio mi aiuti. Amen !". E' messo al bando dall'Impero e chiunque potrebbe ucciderlo. Federico il Saggio e Spalatino, pur non compromettendosi pubblicamente per difenderlo, organizzano un finto rapimento per salvarlo. Lutero finisce per trovarsi nel castello di Wartburg quasi solo e in questo rifugio conduce e porta a termine la traduzione del Nuovo Testamento in lingua tedesca, in modo che tutti possano leggerlo ed interpretarlo.

Ma ormai il vento della ribellione ha invaso ogni dove. Ne approfittano gli estremisti come Carlostadio che fomentano disordini in nome della Riforma, tanto che Lutero -appoggiato da Spalatino- deve abbandonare, sotto falso nome di "Junker Jorg", Wartburg e raggiungere Wittenberg per sconfessare e far esiliare il suo ex professore di teologia ( che morirà a Basilea nel 1541 ). La 'rivolta dei contadini', eccitati da "predicatori evangelici", sembra essere inarrestabile. Lutero condanna la sedizione, invocando i principi a soffocarla spietatamente. Ne segue un bagno di sangue spaventoso : circa centomila vittime. Questa efferatezza impressiona lo stesso riformatore che tuttavia é deciso a perseguire i suoi obiettivi fino all'ultimo.

Si incontra con una giovane monaca cistercense, Katharina von Bora ( Claire Cox ), la quale, rinnegati i voti ed approfittando dei disordini scoppiati, é riuscita a fuggire dal monastero di Nimbschen con alcune consorelle, facendosi portare via su un carro trasportante barili di aringhe, Martin e Katharina si innamorano e si sposano. Dalla loro unione nasceranno sette figli, scandalizzando non solo i cattolici ma anche alcuni tra i riformatori più convinti. Un ex confratello di Martin, l'olandese Ulrich di Utrecht ( Marco Hofschneider ) se ne va da Wittenberg al suo paese di origine per propagare dottrine eterodosse. Giunto alla frontiera, viene catturato ed arso vivo sul rogo.

Intanto l'Imperatore, spalleggiato da Aleandro, decide l'ultima carta contro la Riforma per potersi impadronire della persona di Lutero. Nella Dieta di Augusta ( 1530 ) numerosi principi, Melantone, e alcune città germaniche "protestano" ( da qui il termine di 'protestanti' ) confessando la loro forma di fede conforme alle nuove dottrine. Carlo V è costretto a recedere dalle sue richieste.
La Riforma ha vinto e Martin Lutero non può essere più perseguito.




GIORDANO BRUNO




La valenza simbolica di
Giordano Bruno, in questi ultimi tre secoli, é stata sempre sfruttata sia da parte dei settori più conservatori all'interno della Chiesa cattolica ( che ravvisarono nel filosofo campano un "soggetto demoniaco" che andava, per così dire, "neutralizzato" ) e sia da parte degli orientamenti laicisti che, contrapponendolo all' "oscurantismo" della Chiesa della Controriforma, lo celebrarono e continuano a farlo all'insegna della promozione a tutti i costi della libertà di pensiero contro tutti i dogmatismi.

Eppure, a ben riflettere, in tutti e due i versanti sussisteva e sussiste ancora l'inconveniente di dare una lettura riduttiva -e sempre da un certo "punto di vista"- del personaggio senza la corretta maniera di riconsiderare l'uomo e il tempo in cui visse.

E' innegabile che, dopo la parentesi cruenta dei regimi totalitari del Novecento, l'esigenza della libertà di pensiero, di parola e di espressione, si era fatta sempre più insopprimibile e la figura di Giordano Bruno si adattava molto bene ad incarnare, più di ogni altra, questa esigenza, anche se Giuliano Montaldo, nel suo celebre ed omonimo lungometraggio del 1973, offriva una chiave di lettura della vita di un tale studioso in un'epoca ( primi anni Settanta ) dove la "contestazione generale" rivendicava una "libertà da" e non piuttosto una "libertà per", fino a fare di Bruno il simbolo di un anticonformismo esasperato, sostenuto e difeso fino alla propria morte violenta.

In effetti l'intellettuale domenicano visse in un contesto religioso e sociopolitico -quello della Controriforma- caratterizzato dal monolitismo, dalla uniformità e nella difesa di un ordine costituito, per cui ogni novità in religione era eresia, in filosofia errore e nella politica rivoluzione. Non si consentiva un'apertura ad alternative di pensiero : l'irregolarità andava punita o, quanto meno, emarginata tanto nei paesi cattolici quanto in quelli protestanti.

La cosa che stupisce di Giordano Bruno, al di là di una vita avventurosa vissuta all'insegna dell'eccentricità, fu la sua "apparente" moderazione. Dal punto di vista politico, in Francia, il filosofo si schierò con i "politiques" che -sostenitori di Enrico III di Valois- si fecero sostenitori di una linea mediana ed equidistante tra i "liguers" ( leghisti ) ultracattolici dei Guisa e gli "huguenots" ( calvinisti ) di Enrico di Navarra.

Per quanto concerne la sua morte violenta, Bruno non fu un parossistico autolesionista. Una volta consolidate le sue convinzioni filosofiche, non si mostrò più disposto ad accettare compromessi con un potere ufficiale che sembrava calpestare e mortificare la dignità della ragione umana.

Le sue continue provocazioni, prima dell'ultima prigionia, puntavano sempre alla ricerca di un punto di equilibrio con tutti, assieme al suo generoso, ma non meglio definito, proposito di una 'Riforma' ( dopo quella di Lutero e Calvino ) : riforma del Cristianesimo che fosse più "leggero" e più "razionale"; riforma della società ( fine delle guerre di religione, instaurazione di una pace universale, parità di condizioni per tutti gli uomini ); riforma del mondo alla riscoperta di una unità più profonda con la Natura considerata come qualcosa di divino e di unitario. Una riforma da trattare con i più alti vertici istituzionali dell'epoca : il re di Francia, la regina d'Inghilterra, il Sacro Romano Imperatore e….perfino il Papa, risolvendosi -come il film di Montaldo suggerisce- in un colossale "fallimento".

Ma questo suo patrimonio di convinzioni non aveva quasi più nulla di cristiano : negazione della Trinità, della divinità di Cristo, della verginità della Madonna, della creazione, della resurrezione dei corpi; affermazione dell'eternità e della infinità della materia e dottrina della trasmigrazione delle anime, ecc. Giordano Bruno fu coerente con la sua impostazione rigidamente razionalistica :

"io ho sempre diffinito filosoficamente e secondo li principii e lume naturale, non avendo riguardo principal a quel che secondo la fede deve essere tenuto".

Quindi, rigetto totale della fede e della teologia che riflette su di essa. "Sola philosophia" ! L'orientamento averroistico della doppia verità trionfava sul tomismo, ma solo in apparenza, perché alle verità di fede Bruno sembrava non crederci più, nonostante la loro validità ai fini dell'educazione delle masse ignoranti.

Il tribunale dell'Inquisizione non era nato con il fine primario dell'eliminazione fisica dell'eretico, anche se in esso sussiste un "paradosso", ben evidenziato dal film di Montaldo, per il quale la pena capitale era quasi d'obbligo per i recidivi. Tale tribunale perseguiva l'obiettivo della ricerca e dello smascheramento del reo eterodosso al fine di "correggerlo" più che punirlo, incoraggiandolo a percorrere un itinerario interiore ed esistenziale che doveva concludersi con una generale e consapevole "ritrattazione" delle proprie posizioni dottrinali, volendo provvedere alla salvezza della sua anima e alla sua reintegrazione nel corpo della Chiesa e della cristianità. L'unica differenza di un tale organo ecclesiastico rispetto agli strumenti repressivi messi in atto dai più terroristici e sanguinari regimi totalitari del Novecento, risiedeva nel paradossale
rispetto della dignità personale dell'eretico ( nel film il cardinale Bellarmino asserisce di volere la morte del peccato e non quella del peccatore ) da parte della Chiesa cattolica, sempre laddove l'Inquisizione non fosse stata sviata dai suoi genuini propositi, solo perché strumentalizzata da certi poteri costituiti e per interessi che poco avevano a che fare con quelli religiosi ( si cfr. tra i tanti casi, la ripugnante esecuzione capitale del povero prete Urbain Grandier nel 1634, coinvolto nella vicenda scabrosa dei "Diavoli di Loudun", autorizzata dal cardinale Richelieu ). Da questa constatazione se ne può ricavare, se vogliamo, un giudizio meno severo e più obiettivo nei confronti della Chiesa di Roma dei secoli passati, senza però trascurare il peso di sofferenze da essa procurate.




Se già all'autore dei "reati di religione" venivano accordate alcune garanzie e certi diritti dalle stesse istituzioni ecclesiastiche, tuttavia ci si domandava : come comportarsi nei confronti di soggetti notori e sovrastimati ( ma anche detestati ) dalle masse e dai ceti dirigenti -quale poteva essere Giordano Bruno- per l'eccellente loro livello culturale e scientifico ?

Scartando la sbrigativa ma poco intelligente opzione omicida, pretesa ( come sembra suggerire la pellicola di Montaldo ) dal cardinale Sartori che preferiva "recidere il male dalle radici", il Sant'Uffizio si confrontava con un personaggio quasi unico nel suo genere, per il suo esasperato anticonformismo e per la sua insofferenza di fronte ai dogmi, con un individuo che si ergeva come un "campione assoluto" nello sfidare il potere del momento che lo sovrastava, facendo indispettire e confondere, con il suo atteggiamento pertinace e provocatorio, i suoi stessi persecutori.

Il Sant'Uffizio -e Bellarmino in testa- intuiva la "pericolosità" e la "novità" dell'atteggiamento del frate sfratato nei confronti delle istituzioni religiose e politico-sociali del tempo. Probabilmente nessun eretico era arrivato a tanto e ciò può spiegare la lunga durata della detenzione romana del Nolano che, negli auspici del Papa, non doveva concludersi con la sua morte sul rogo. Se proposito principale era quello di "salvargli l'anima", non meno importante e secondario risultava l'altro : assicurare la vittoria morale alla Chiesa cattolica attraverso "l'abiura" del prigioniero, "sbandierandola al mondo".

Eppure Bruno aveva già abiurato più di una volta, come dimostra la conclusione del processo veneziano del 1592. Rimane ancora per noi un mistero il suo rifiuto della prospettiva della ritrattazione prima del tragico finale di Campo dei Fiori.

Nelle vicissitudini trascorse una tale eventualità poteva apparirgli un "escamotage" e il "bluff" gli sarebbe servito per guadagnare tempo "per poter ancora pensare". Ma mentre nelle carceri veneziane il Nolano poteva ancora puntare sulla ricerca di un punto di equilibrio con le istituzioni della Serenissima che riuscivano a garantirgli, entro certi limiti, una relativa tolleranza in campo di circolazione di idee, il suo confronto con l'Inquisizione romana, purtroppo, si rivelò conflittuale sin dal principio, già con il diniego, da parte dei vertici vaticani, di prendere in esame il suo progetto di riforma del Cristianesimo. Negli ultimi anni della sua prigionia Bruno consolidò la consapevolezza di aver scoperto la "verità" in modo tale da non ritenere più possibile la percezione di una compatibilità o meno delle sue teorie con il "dogma" insegnato dalla Chiesa di Roma. Possiamo dire che il filosofo, con le sue sofferenze fisiche, aveva riscoperto il valore dell'onestà intellettuale e, con la sua morte atroce, aveva riscattato un'esistenza all'insegna dell'eccentricità e dello scandalo; ma nei suoi ultimi anni, in un clima di mutata condizione spirituale, "l'abiura" gli sarebbe apparsa una gravissima colpa morale tanto da far notare, nel film, al giovane teologo Orsini nella sua visita in prigione :

"Forse adesso si accontenterebbero della mia abiura. Abiura può anche voler dire : percorrere un lungo cammino che allontana da Dio !".

E da allora si può dire che il suo sacrificio non risultò essere vano e che, anzi, diede i suoi frutti. Nel 1965, in pieno Concilio Ecumenico Vaticano II, la Chiesa cattolica riconobbe nella
Gaudium et Spes e nella Dignitatis Humanae l'indispensabilità di un'autentica autonomia della ragione umana.




Il film "Giordano Bruno" di Giuliano Montaldo ( 1973 )




Giuliano Montaldo realizzò nel lontano 1973 un lungometraggio sul celebre religioso domenicano arso vivo sul rogo a Roma il 17 febbraio 1600. Ci sembra ancor oggi un riconoscimento meritato e dovuto ad uomo di cultura di altissimo spessore e che segnò nel bene e nel male un'epoca nella storia della filosofia.

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Venezia 1592 : si festeggia la ricorrenza della vittoria della Repubblica di San Marco contro i Turchi a Lepanto. Alle manifestazioni di giubilo assiste, con sguardo ironico e divertito, un piccolo uomo, con lo scapolare, in cerca di provocazioni.
Invitato ad un ricevimento in casa del senatore Andrea Morosini, l'uomo si qualifica : é Giordano Bruno da Nola ( un istrionico Gian Maria Volonté ), un frate sfratato che si trova nella città lagunare in cerca di un editore che gli pubblichi i suoi scritti, ritenendo che la repubblica veneta sia in Italia la più tollerante in campo di libertà di espressione, garantendogli una "libera" circolazione della sua filosofia, servendosi della "copertura" offertagli dallo stesso Morosini, dall'amante di costui, la cortigiana Fosca ( interpretata da Charlotte Rampling ), e dal suo "mentore", il patrizio Giovanni Mocenigo ( Mario Bardella ).

Dopo una nottata di bagordi tra orge, festini e disquisizioni filosofiche basate sulle corrispondenze simpatetiche tra uomini, animali e astri, con un anziano arsenalotto (Giuseppe Maffioli) e i suoi compagni, Bruno rincasa ubriaco presso il suo protettore che resta sconcertato di fronte al comportamento così bizzarro e scostumato del forestiero.
Il confessore di Mocenigo ( Corrado Gaipa ) mette al corrente il patrizio sulle irregolarità del suo ospite, impressionandolo fortemente.
Dopo un violento diverbio serale nel quale il Nolano, negandogli l'insegnamento della magia, lo preavvisa della sua prossima dipartita, Mocenigo, aiutato dai servi, lo rinchiude in una stanza e lo denuncia all'Inquisizione, esponendone i motivi ad un giudice domenicano ( Vernon Dobtcheff ). Bruno viene condotto nel carcere di san Domenico di Castello dove incontra altri sventurati : il napoletano Francesco Vaia, Matteo de Silvestris, Frà Giulio da Salò, Francesco Graziano da Udine e il cappuccino Frà Celestino da Verona, al secolo Giovanni Antonio Arrigoni ( Massimo Foschi ).






Una situazione imbarazzante per le istituzioni della Serenissima che vorrebbero liberarsi di uno scomodo personaggio, ma neanche consegnarlo al Sant'Uffizio di Roma, per evitare una generale disapprovazione data la notorietà del filosofo.
Il Patriarca di Venezia intende processare quest'ultimo "in loco" a dispetto del Nunzio pontificio Ludovico Taverna ( José Quaglio ) che lo vuole invece estradato a Roma. Bruno previene il processo, disponendosi ad una ritrattazione delle proprie idee. Non é solo il timore di finire nelle prigioni papali che lo spinge all'abiura, ma anche il bisogno di altro tempo "per poter ancora pensare e per poter agire". Il doge Pasquale Cicogna tratta con lo Stato Pontificio l'estradizione di alcuni fuorusciti arrestati come delinquenti comuni, ma le pressioni romane per la consegna di Giordano Bruno si fanno sempre più pressanti.





Per il Nolano si tratta di un'altra sconfitta : anche la Serenissima gli volta le spalle e, nonostante la strenua difesa condotta da Morosini, il Senato concede l'estradizione del prigioniero con una larga maggioranza di voti.

Si istruisce così il processo romano. Bruno si difende da solo con le sue argomentazioni dialettiche, ma il tribunale del Sant'Uffizio esige dall'imputato la piena confessione dei suoi errori e la ritrattazione definitiva, non nascondendo il contrasto, al suo interno, tra una linea "draconiana", espressa dallo zelante e potente cardinale Sartori o Santorio ( Hans Christian Blech ) e dal Taverna che propendono per la condanna, ed una linea indulgente e più desiderosa di conoscere la consistenza e la novità del vero pensiero del Nolano, rappresentata dal cardinale Roberto Bellarmino ( Mark Burns ). A rafforzare quest'ultima posizione interviene, dall'esterno, lo stesso papa Clemente VIII Aldobrandini ( Hans Caninenberg ), informato sull'andamento del processo da un religioso, Alberto Tragagliolo ( Renato Scarpa ). Bruno accusa i magistrati di estrapolare parole e frasi dai suoi libri, distorcendone il significato e rivolgerlo contro di lui. Sartori autorizza l'uso della tortura della ruota per ottenere la confessione completa dell'imputato, ma questi, dopo aver negato, riesce a chiudersi in se stesso meravigliando i suoi stessi persecutori.
Come in un "flash-back" il prigioniero rievoca un tragico evento del quale é stato spettatore da giovane : il supplizio di una presunta strega.
In carcere Bruno incontra il fiorentino Francesco Pucci ( Angelo Guglielmi ), mistico platonizzante ed antitrinitario, da lui conosciuto in Inghilterra. Il cardinale Bellarmino fa introdurre Giordano nel suo studio per meglio saggiare le sue profonde qualità intellettuali, mostrando una certa curiosità verso il suo progetto di riforma del Cristianesimo; ma il prigioniero, ormai consapevole dell'atteggiamento repressivo delle istituzioni cattoliche della Controriforma, rifiuta la collaborazione con il porporato. Si assiste alla sequenza della decapitazione del Pucci ( 1597 ). Un protetto del Sartori, un teologo, il giovane Orsini ( Mathieu Carriére ), fa visita al Nolano, attestandogli la sua stima dopo aver analizzato il contenuto dei suoi scritti : Bruno ormai ha capito che, con i giudici pontifici, si tratta di una partita che deve terminare o con la sua morte o con la sua abiura, ma inorridisce di fronte a questa seconda possibilità che non gli appare più l'espediente di un tempo, bensì la totale sconfessione della "verità" da lui ormai definitivamente scoperta.
In un altro flash-back, il filosofo, in età adolescenziale, assiste ad una cerimonia di "auto da fé" che vede coinvolto l'arcivescovo di Toledo, Bartolomeo Carranza ( 1503-1576 ), accusato di "alumbrismo".
Fortemente turbato dalla tempra morale del Nolano, papa Clemente VIII, contrariamente a Sartori, mostra reticenza nel comminargli la pena capitale.
A segnare il destino di morte di Giordano ora intervengono le deposizioni dei suoi ex compagni di cella del carcere di San Domenico di Castello, prima tra tutte quella del cappuccino Frà Celestino da Verona. Finché permaneva l'accusa del Mocenigo, secondo il diritto canonico "unus textus nullis textis", non si poteva procedere nella continuazione del processo. Celestino, vittima strumentale dell'inganno perpetrato ai suoi danni, viene condannato a morte al rogo come recidivo ( settembre 1599 ). Intanto, si perviene ai risultati delle ricerche teologiche sugli scritti di Bruno che segnalano sue gravi deviazioni dottrinali che il Bellarmino fa riassumere in otto proposizioni nel tentativo di salvare la vita dell'accusato.
Alla presenza del Papa e di alcuni cardinali, il dotto gesuita accorda a Bruno quaranta giorni di tempo per pentirsi e rinnegare così i suoi errori.
Nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva, Giordano fa sapere di non avere nulla di cui pentirsi. Accoratamente, espone la confessione della propria sconfitta per il fatto di non aver potuto pacificare l'Europa e far cambiare la condizione degli uomini, attraverso la pressione sui maggiori sovrani dell'epoca compreso il Papa, essendosi cullato nella generosa illusione secondo la quale "il potere poteva riformare se stesso". Decide così per la sua condanna a morte che sarà ratificata da Clemente VIII.





L'8 febbraio 1600, nel palazzo del cardinale Madruzzo, alla presenza di Sartori, Bellarmino, e di altri porporati, dei notai e testimoni Francesco Pietrasanta e Frà Benedetto Mandina, a Bruno viene letta la sentenza di condanna al rogo da tenersi in Piazza Campo dei Fiori, ed autorizzata la sua consegna al braccio secolare nella persona di monsignor Ferrante Taverna ( Daniele Vargas ). Il filosofo, alla lettura della sentenza, in un soprassalto di orgoglio esclama :

"Tremate più voi nel pronunciare la sentenza che io nel riceverla !".

Nove giorni dopo, i confratelli di San Giovanni Decollato vanno a prelevarlo al carcere di Tor di Nona per condurlo al luogo del supplizio. Il tragitto del filosofo é veramente penoso e, per impedirgli di pronunciare irriverenze, gli viene chiusa la bocca con la mordacchia e, all'alba, alla presenza di una folla numerosa -e in essa del teologo Orsini- si dà fuoco alle fascine che circondano il patibolo.










I DIALOGHI DELLE CARMELITANE




L'Albero della Libertà piantato in terra insanguinata

Il cinema francese ha sempre esaltato, da più di cent'anni, la 'Revolution' e i suoi discutibili 'ideali'. Non ci risulta, però, che si sia impegnato in un'opera revisionistica, vale a dire nel documentare le nefandezze di cui si macchiarono i giacobini, i sanculotti e il corrotto regime direttoriale messi assieme. Mai un passo avanti nel demolire il mito di Napoleone Bonaparte che, in realtà, non fu se non un arrogante generale repubblicano che portò la nazione transalpina allo sfacelo, con guerre continue e costosissime, nell'arco di un quindicennio. Analogo discorso potrebbe valere pure per Oliver Cromwell, un genocida di massa, ma considerato un eroe nei paesi anglosassoni.



Cinema e storiografia ufficiale, per tanto tempo, si sono trovati allineati in una sorta di vergognosa congiura del silenzio, "politically correct". Gli eccìdi della Vandea, ben documentati da un rigoroso studio di Reynald Sechér, per esempio, fino a qualche decennio fa erano sconosciuti ai più. Ci sembra che il lungometraggio del 1959, intitolato Les Dialogues des Carmélites, di R. L. Bruckberger - Ph. Agostini sia alquanto eloquente. Ispirandosi ad una vicenda tragica realmente accaduta, i romanzieri e i registi, senza alcun proposito acrimonioso, seppero rendere giustizia alle migliaia di migliaia di francesi di religione cattolica, in primo luogo ecclesiastici, vittime di un assassinio legalizzato, anche di massa, solo perché in odio alla fede.

Ci sembra che sia una pellicola controcorrente rispetto a tutte le altre, comprese quelle insistenti sulla parodia della Rivoluzione Francese, che hanno affrontato l'argomento della dittatura giacobina e dei suoi promotori più nefasti come Robespierre, Saint-Just, Barére de Vieuzac, Collot d'Herbois, Prieur de la Marne, il pittore David, Billaud-Varenne…..Molti di costoro non saldarono il conto con la giustizia neppure nel periodo della Restaurazione borbonica.
Una devastante crisi economica fu la causa prossima degli eventi del 1789-95, ma oggi tutti gli storici sono d'accordo nell'ammettere che ci fu un lungo periodo di gestazione del fenomeno rivoluzionario, grazie anche all'opera di corrosione che il pensiero illuministico, nei suoi aspetti più radicali ed eversivi, esercitò nei confronti delle istituzioni politiche, sociali, culturali e religiose francesi. Nelle fasi moderate e in quelle estremistiche della Rivoluzione fu all'opera un tentativo graduale, ma implacabile, di annientamento del Cristianesimo in tutte le sue forme e, in modo specifico, della Chiesa cattolica. Furono secolarizzati ed incamerati i beni ecclesiastici senza indennizzo. Furono proibiti gli ordini religiosi : prima quelli contemplativi; poi tutti gli altri. Con l'introduzione della Costituzione civile del clero lo Stato intese regolare la vita della Chiesa : vescovi e parroci divennero funzionari statali stipendiati. Si avviò la prima spaccatura in seno al clero. I preti e i religiosi anticostituzionali furono definiti refrattari e, pertanto, perseguibili penalmente. Solo una piccola minoranza si uniformò alle direttive del governo per salvare il salvabile illudendosi.



Il movimento massimalista dei sanculotti ( appartenenti ai ceti umili della città di Parigi e dei sobborghi, molti provenienti anche dal proletariato operaio ), approfittando degli errori del governo monarchico-costituzionale nella conduzione della guerra contro l'Austria, e del malessere popolare a causa del carovita e degli insuccessi militari, riuscì ad attuare un colpo di Stato il 10 agosto 1792 che rovesciò la monarchia. Nella capitale si instaurò una "Commune" insurrezionale che si rese responsabile di atroci massacri all'insegna della caccia ai sabotatori e agenti dello straniero. In questa tragica vicenda si manifestò, per la prima volta, una pubblica recrudescenza in odio alla fede : prime vittime furono sacerdoti e religiosi. Luigi XVI, dopo un discutibile processo, venne condannato a morte. La Francia si divise in due campi contrapposti e le tensioni, presenti nel territorio, degenerarono presto nella guerra civile. La nazione, soprattutto nel contesto rurale, era profondamente cattolica e, sul piano politico, professava un lealismo monarchico. La Vandea, la Normandia e la Bretagna insorsero contro il governo di Parigi e alle battaglie campali seguì la tattica della "guerriglia". Dopo che i girondini furono estromessi dal potere, con il colpo di Stato del 2 giugno 1793, anche le province, controllate dai repubblicani moderati e federalisti, insorsero, facendo causa comune con i realisti, contro il centralismo giacobino. "La patria e la repubblica sono in pericolo !" : si gridavano slogan di questo tipo dalle tribune della Convenzione Nazionale, egemonizzata dai montagnardi, nello stigmatizzare il pericolo esterno ( gli austro-prussiani e gli inglesi ) e quello interno ( monarchici e girondini ). Fu instaurato un governo straordinario, il Comitato di Salute Pubblica, che attuò misure di estremo rigore, imponendo calmiere, leva in massa contro i nemici stranieri, programmi di democrazia sociale e una durissima coercizione poliziesca. Nacque il regime del 'Terrore' i cui simboli tristemente noti furono il Tribunale Rivoluzionario che condannò circa sedicimila francesi alla ghigliottina, e le stragi in Vandea



I sanculotti, che per un certo periodo influenzarono la Convenzione, imposero l'ateismo di Stato con il grossolano culto della Dea Ragione. Fu la pagina più cupa della storia della Chiesa francese : gli edifici sacri furono chiusi e il culto -anche quello prima tollerato- proibito, moltissimi preti condannati a morte o deportati, la religione cattolica ridicolizzata, ex sacerdoti costretti a sposarsi. Furono introdotti il divorzio, il calendario repubblicano e alcune cerimonie civiche. Robespierre, ostile al cattolicesimo ma, nello stesso tempo, anche all'ateismo, considerato fattore disgregante della nazione, cercò di frenare le intemperanze degli estremisti, non solo mandando a morte gli esponenti più in vista come Jacques Roux e Jacques-René Hebért, ma introducendo un nuovo culto, quello dell'Essere Supremo e della Natura. Tale provvedimento si dimostrò una manovra controproducente del dittatore. I successi militari conseguiti a Fleurùs dal generale Jean-Baptiste Jourdan contro i prussiani, l'inerzia dei sanculotti che non perdonarono a Robespierre la condanna di Hebért, la passività degli operai esasperati dal maximum dei prezzi, l'ostilità di una borghesia che si sentì minacciata nei suoi interessi e nell'incolumità personale, segnarono il destino dell' "Incorruttibile" e dei suoi seguaci. L'ala moderata della Convenzione Nazionale, supportata dai reggimenti del generale Jean - Paul Barras, attuò il colpo di Stato del "Nove Termidoro" ( 27 luglio 1794 ) e riuscì a sbaragliare le deboli forze dei "terroristi". Robespierre arrestato, sommariamente processato, fu avviato alla ghigliottina il giorno dopo. Le carceri si sfollarono e una "doucer de vivre" sembrò caratterizzare la borghesia ( parigina e provinciale ) dedita alla finanza, una volta allentata la morsa estremista. Sorse un regime corrotto, il 'Direttorio', ma estremamente fecondo nelle conquiste militari all'esterno. Queste ultime fecero la fortuna di Napoleone Bonaparte che, con un altro colpo di mano, il "Diciotto Brumaio" ( 9 novembre 1799 ), instaurò la propria dittatura personale.
Dal 1789 al 1793 la Chiesa Cattolica fu discriminata in territorio francese. Dal 1793 al 1801, cioé fino all'anno della stipula del concordato con il papa Pio VII, apertamente perseguitata.
Questo fu il contesto civile, politico e socio-economico in cui si svolse la vicenda che ora descriviamo.



Le 'sedici carmelitane scalze di Compiegne'

Occorre fare una precisazione. Il romanzo "L'ultima al patibolo" e i dialoghi di Bernanos sono finzioni letterarie che si ispirano ad una vicenda realmente accaduta. Bianca della Forza, invece, non é mai esistita. Gli autori, però, conoscevano la circostanza di una giovane novizia, incitata dai magistrati rivoluzionari ad accusare la priora e le sue consorelle di sequestro e di violenza psicologica. Questa ragazza, invece, confessò la sincerità della propria vocazione monastica e andò incontro al proprio destino. Le suore furono prima processate a Parigi, dove infierì contro di loro l'implacabile Antoine-Quentin Fouquier-Tinville ( 1747 - 1795 ), pubblico ministero al Tribunale Rivoluzionario, poi ghigliottinate, nell'arco di ventiquattr'ore, il 17 luglio 1794, dieci giorni prima dell'esautorazione dal potere di Robespierre.

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Seguiamo gli antefatti. Il testo di padre Antonio Maria Sicari OCD, "Libro dei santi carmelitani", edito dagli Scalzi di Morena, ci aiuta nella ricostruzione.
Gli ordini monastici di vita contemplativa furono soppressi fin dal 1790 e i loro beni fondiari incamerati dallo Stato.

Vigeva la proibizione assoluta per quanto concerneva la professione dei voti di povertà, castità e obbedienza. Le monache carmelitane scalze di Compiégne si videro costrette -finché fu possibile- ad assecondare le direttive del governo di Parigi e per il resto potevano vivere relativamente tranquille. Gli eventi, però, precipitarono e le carmelitane divennero, nella loro città, il capro espiatorio delle frustrazioni e del malessere del popolino aizzato abilmente dagli estremisti.
Padre Sicari afferma al riguardo :

"Il teorema era semplice : non può essere libero chi si rinchiude in un convento e si vincola con dei voti; se qualcuno lo fa, é segno che é stato costretto. Compito della ragione ( e della Nazione ) é restituirgli la Libertà" (1).

La 'rivoluzione' é sempre contro la natura e contro la 'storia' perché vuole inutilmente, per così dire, "mettere le brache al mondo", calare idee astratte nella realtà. E risulta sempre un'operazione controproducente il tentativo di affossare la 'tradizione'. Una cosa é operare una 'assimilazione critica di un patrimonio di nozioni, di consuetudini, di costumi'; altra cosa é voler abbattere codesto patrimonio. Il rivoluzionario, per sua indole, é un utopista e non riesce mai, seriamente, a fare i conti con la realtà concreta. Tutto ciò che sopravanza i limiti della ragione umana, di una Ragione livellatrice, uniformante, pianificatrice, che incasella entro schemi prestabiliti, ecc., é inspiegabile ed assurdo. Chi sostiene una posizione, difficilmente, inquadrabile entro questi parametri é un pazzo, un 'fanatico', un sovversivo da ridurre all'impotenza, oppure da eliminare.
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Questo era il quadro della situazione offerto, da un lato, dalle monache di Compiégne e, dall'altro, dalle nuove istituzioni nate con la Rivoluzione.

"Giunsero dunque gli ufficiali municipali, violarono la clausura e si insediarono nella grande sala capitolare. Alle due porte furono messe quattro guardie. Altre guardie furono schierate, una alla porta di ogni cella, per impedire che le suore comunicassero tra loro, e soprattutto che avessero contatti con la Priora. Anche le altre porte dei chiostri furono presidiate. L'idea che altrimenti le monache sarebbero state soggiogate e costrette a mentire dalla presenza della loro superiora ( o da qualche consorella più dispotica ) era data assolutamente per certa" ( 2 ).

I rivoluzionari peccavano di presunzione di sapere cosa fosse la 'libertà'. Facevano valere perciò il 'pregiudizio' : quelle donne -che la grata divideva dal mondo circostante- "erano rinchiuse contro la propria volontà". I nemici della Chiesa si sentivano investiti della missione di "liberarle", ma si trovavano confusi, invece, davanti alla determinazione delle suore "a continuare ad essere spose di Cristo", tanto da essere indispettiti ed irritati da questo loro atteggiamento così provocatorio. Da qui l'accusa di 'fanatismo' a quelle donne che esibivano la ragionevolezza delle loro convinzioni di fede e la loro serietà di vita. Praticamente, la 'libertà individuale' era anche quella -non compresa dai rivoluzionari- di "voler vivere e morire nel loro monastero". I magistrati, una volta interrogate le interessate, abbandonarono il luogo, per poi ritornarvi alla prima occasione, quando le contingenze di fatto avrebbero permesso la caduta in disgrazia di quelle poverette : per esempio, una sommossa popolare contro di loro a causa di una carestia o di un insuccesso militare.
Il caso di una giovane novizia -dal quale la Le Fort e Bernanos trarranno lo spunto per
I Dialoghi delle Carmelitane- che diceva "di aver trovato la felicità in quel monastero", già allora sembrava smentire il pregiudizio secondo il quale numerose fanciulle erano "costrette, contro la propria volontà, dai parenti ad abbracciare la vita consacrata". E' vero che sussisteva ancora l'istituto del maggiorascato, ma questo tuttavia si avviava ad un lento declino per scomparire del tutto tra il Settecento e l'Ottocento. Nel secolo XIX, purtroppo, non mancavano casi di monacazione forzata : non solo nelle famiglie altolocate, ma anche tra la povera gente ( si cfr. il celebre romanzo di Verga "Storia di una capinera" ), tuttavia sempre proibiti dalle autorità ecclesiastiche che applicavano le pene canoniche ai coartatori.
Gli ufficiali municipali di Compiégne tornarono, in seguito, al monastero per disperdere le abitanti, permettendovi l'acquartieramento di reparti dell'esercito. Le "sedici monache" (precisamente tredici professe e una novizia più due inservienti laiche) si incamminarono per Parigi dove vi trovarono una difficile sistemazione. Pur essendo rispettate dalla gente del posto, non sfuggirono al rigore della fase più acuta del 'Grande Terrore', dove il parossismo dei robespierristi non conobbe più limiti. Denunciate, furono processate "per aver favorito un assembramento di ribelli e di sediziosi", "per aver bramato la libertà annegare in quei flutti di sangue che le loro infami macchinazioni hanno sempre fatto spargere in nome del cielo" (3), e altro. Le accuse di Fouquier furono puramente gratuite, generiche e retoriche. Il contegno delle religiose e della loro priora, anche nei confronti della morte che rivestiva l'aspetto della lama infallibile nella precisione, fu alquanto esemplare, calmo e dignitoso. Intonando il 'Veni Creator Spiritus', una ad una, confortate dalla loro superiora che volle morire per ultima, si avviarono sul palco del supplizio.

"Dalla folla un prete, travestito da rivoluzionario, diede loro l'ultima assoluzione" (4).

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Questi i nomi delle suore di Compiégne beatificate :

Sr. Teresa di S. Agostino ( Maria Maddalena Claudina Lidoine ) - priora;
Sr. S. Luigi ( Maria Anna Francesca Brideau ) - vicepriora;
Sr. Anna Maria di Gesù Crocifisso ( Maria Anna Piedcourt );
Sr. Carlotta della Resurrezione ( Anna Maria Maddalena Thouret );
Sr. Eufrasia dell'Immacolata Concezione ( Maria Claudia Cipriana Briard );
Sr. Enrichetta di Gesù ( Maria Francesca de Croissy );
Sr. Teresa del Cuore di Maria ( Maria Anna Henisset );
Sr. Teresa di S. Ignazio ( Maria Gabriella Trézel );
Sr. Giulia Luisa di Gesù ( Rosa Cristiana de Neuville );
Sr. Maria Enrichetta della Provvidenza ( Maria Annetta Pelras );
Sr. Costanza ( Maria Genoveffa Meunier ) - novizia;
Sr. Maria dello Spirito Santo ( Angelica Roussel );
Sr. S. Marta ( Maria Dufour );
Sr. S. Francesco Saverio ( Elisabetta Giulietta Vérolot );
Sr. Caterina Soiron;
Sr. Teresa Soiron.

Passiamo ora alla loro storia romanzata.
Fu la scrittrice tedesca Gertrud von Le Fort ( 1876 - 1971 ) ad appassionarsi alla vicenda delle sedici carmelitane di Compiégne.



Ne nacque, per l'appunto, un romanzo intitolato "L'ultima al patibolo", edito nel 1931. Il successo fu significativo, tanto che un altro scrittore famoso, il francese Georges Bernanos ( 1888 - 1948 ), nell'ultimo periodo della sua esistenza, sulla base del suddetto libro, curò una serie di dialoghi per la realizzazione di un film, seguendo la sceneggiatura elaborata da un religioso, padre Raymond Leopold Bruckberger O.P. ( 1907 - 1998 ).
Il testo di Bernanos non solo fu rappresentato in teatro, ma anche commentato musicalmente dal maestro Francis Poulenc nel 1957. Qualche anno dopo, il suddetto domenicano, con la collaborazione del regista Philippe Agostini, fece uscire nelle sale cinematografiche ( 1959 ) il lungometraggio intitolato
I Dialoghi delle Carmelitane, una coproduzione italo - francese con la partecipazione di quattro interpreti di grandissimo spessore : la nostra Alida Valli ( 1921-2006 ), Jeanne Moreau ( 1928 ), Georges Wilson (1921) e Pierre Brasseur ( 1905 - 1971 ). E' appena riconoscibile, tra le figure, una giovane Franca Bettoja, successiva moglie di Ugo Tognazzi. La musica fu curata da Jean Francaix.
I nuclei tematici del racconto della Le Fort possono ridursi a tre : 'martirio', 'morte', 'Grazia'. Due sono le protagoniste principali che vi si confrontano in modo diverso e anche conflittuale. La prima é una giovane novizia, Blanche de La Force, che riesce con molta difficoltà ad emettere i voti. L'altra é la sua maestra, Mére Marie de la Incarnation, una donna sicura di sé circa i doveri del Carmelo che alla fine incoraggia le proprie consorelle al martirio, ma paradossalmente non lo subirà. Pascal Audret interpretò il primo personaggio, Jeanne Moreau il secondo.
Una edizione televisiva francese de
I Dialoghi delle Carmelitane fu curata dal regista Pierre Cardinal nel 1983, con la partecipazione di Anne Caudry nel ruolo di Blanche.


Il valore dell'opera letteraria di Gertrud von Le Fort e Georges Bernanos

Tutto il racconto ruota attorno ai tre nuclei tematici del 'martirio', della 'morte' e della 'Grazia', con l'evincente scopo di esaltare il carisma dell'Ordine del Carmelo. Santa Teresa d'Avila, infatti, considerò il 'martirio' una delle strade maestre per conseguire la perfezione assoluta, in totale conformazione al Cristo. Profetizzò una fioritura di martiri per il suo Ordine religioso. Infatti, molto prima dell'uccisione delle sedici carmelitane di Compiégne, due missionari, un francese ( Dionisio della Natività, al secolo Pierre Berthélot ) e un portoghese ( Redento della Croce, al secolo Tomàs Rodriguez ), perirono nel tentativo di evangelizzare la Malesia ( 1638 ). Il Novecento fu il secolo più significativo del martirio carmelitano. Tre suore di Guadalajara furono assassinate dai repubblicani nel corso della guerra civile spagnola ( 1936-39 ). Edith Stein, Alfonso Maria Mazurek, Jacques di Gesù (al secolo Jacques Bunel, al quale fu dedicata la celebre pellicola firmata da Louis Malle, "Au revoir enfants", del 1987), e anche il carmelitano non-riformato Titus Brandsma, conobbero le atrocità dei lager nazisti.
Come asserisce padre Sicari :

"Cristo fa parte della definizione del proprio io, della propria vita, al punto che morire per Lui non é una sventura, ma un guadagno. Non si può in questa vita pronunciare la parola 'Io' in forma più piena e più definitiva di quando ci si consegna nelle mani di chi, a causa di Cristo, ci vuol togliere l'esistenza. Perché é proprio allora che Gesù deve immedesimarsi totalmente col nostro 'Io' fragile e pauroso, per sostenerlo e dargli forza e gioia" (5).

Più chiaro di così.

Più complesso é il tema della morte. Bianca della Forza vive in sé un terribile paradosso. Il senso della morte e l'angoscia per l'imprevedibile l'hanno sempre tormentata da quando era bambina. Il mondo la terrorizza e lei si serve del rifugio del Carmelo come di una corazza contro ciò che la minaccia e la opprime. Ma anche nel monastero di Compiégne non cessano queste inquietudini. Anzi, sembrano rafforzarsi e lei perde l'autocontrollo. Non riesce a comunicare con le consorelle più equilibrate e sicure nelle loro scelte. Mente di fronte a loro e a se stessa fino all'ultimo; ma Dio comprende le miserie umane e le accetta. Bianca é una santa nel genuino senso della parola. Vincerà la stessa morte e il mondo intero con l'inaspettato aiuto della 'Grazia', quando contemplerà la sua comunità di Compiégne salire sul patibolo. In quel momento Dio la chiama ad offrire tutta se stessa in quella terribile prova.

Il film




Il lungometraggio inizia con la cerimonia di ingresso al noviziato da parte di due fanciulle : Blanche de la Force ( Pascal Audret ) e Marie-Geneviéve Meuniér ( Anne Doat ). Davanti al celebrante che é anche il cappellano del monastero ( Georges Wilson ), e alla presenza del marchese de La Force ( Pierre Bertin ) e del figlio ( Claude Laydu ), Marie prende il nome di Costance de Saint- Denìs, l'altra quello di Bianca dell'Agonìa di Gesù.
Una volta entrate nel monastero carmelitano e finito il rito di vestizione, le due giovani sono promosse novizie. La grata indica la totale separazione dal mondo circostante.
Eloquente la scelta del nome di religiosa da parte della giovane La Force, il cui significato non sembra sfuggire all'anziana priora ( Madeleine Renaud ).
Segue tra queste due donne uno scambio di battute. La ragazza manifesta la propria felicità mentendo a se stessa. La superiora non ne é convinta e le chiede di rivelarle meglio i suoi sentimenti. Bianca ha paura del mondo e il senso della morte la opprime ogni giorno di più. Crede che il Carmelo sia un ottimo riparo contro le sue inquietudini. La superiora la disillude nel modo più franco e deciso : la vita in questo monastero é una dura lotta da intraprendere nel cammino di perfezione. Cristo non é l'amabile Sposo ma il "sovrano dei terrori" che reclama sempre di più dalle sue fedeli. Bianca ribatte di potercela fare, contando sulle proprie forze. Ma la superiora sostiene che "Dio mette alla prova non la nostra forza, ma la nostra debolezza". Inoltre sa che ha i giorni contati, come le ha riferito il suo medico curante.
Segue la tormentata agonia della superiora prima di morire. Crede che il destino di Bianca sia il suo ed affida la ragazza alla responsabilità di un'altra religiosa, madre Maria dell'Incarnazione ( Jeanne Moreau ), che dovrà rispondere davanti a Dio della sua salute spirituale.
Bianca e Costanza si frequentano e hanno caratteri contrapposti : la seconda ha una visione più ottimistica della vita e si comporta con una certa frivolezza e superficialità che sconcertano l'aristocratica.
Intanto viene eletta una nuova priora, madre Teresa di S. Agostino ( Alida Valli ), animo dolce e socievole che si comporta con le più giovani quasi come una mamma, ma gli avvenimenti precipitano.



Si presenta alla grata un commissario repubblicano ( Pierre Brasseur ) con alcune guardie municipali. Tutto é requisito e d'ora in avanti le suore non potranno più disporre delle rendite, neanche delle doti delle novizie. La priora é obbligata a consegnare l'inventario dei beni, accettando di buona volontà lo stato di indigenza nel quale dovranno vivere. "Purché ci lascino in pace!" : questo il suo commento.
Il commissario non ha intenzioni malvagie contro le monache. In fondo esegue solo gli ordini ma non si illude sulla dolorosa piega degli eventi che presto comprometteranno non solo la loro libertà, ma anche la loro vita. Intanto, il fratello di Bianca dell'Agonia si trova ad essere proscritto in quanto monarchico dichiarato. Riesce a sfuggire ai suoi inseguitori e a raggiungere, nottetempo, il monastero carmelitano, incoraggiando la novizia a lasciare il paese. La ragazza gli oppone un diniego e il cavaliere de La Force dovrà militare nell'Armata degli Emigrati, un esercito privato del Conte di Artois che fiancheggerà gli austro-prussiani. Bianca ha deciso, senza averne ancora consapevolezza, il suo fatale destino.
La presenza dell'attivista monarchico, però, é stata scoperta. Il commissario fa violare la clausura, ordinando la perquisizione delle celle del monastero. E' convinto che le giovani che vi dimorano siano vittime di una coartazione psicologica e le invita ad uscire da quella "fredda prigione". Bianca si sente già libera e non accetta la "libertà" che i rivoluzionari le impongono.
Madre Maria dell'Incarnazione, al contrario della novizia, é una donna sicura e sa quello che vuole. Capisce che la vocazione di Bianca é tormentata e pertanto manifesta la sua contrarietà all'emissione dei voti della ragazza. La priora supera la resistenza di madre Maria. Bianca e Costanza divengono suore professe.
Il cappellano del monastero, non avendo giurato fedeltà alla costituzione civile del clero, si trova ad essere un fuorilegge e, per celebrare le funzioni liturgiche, deve agire in clandestinità.
Ormai tutto sta precipitando. Molti ecclesiastici a Parigi sono stati massacrati da una folla inferocita istigata da politici atei. Tale incresciosa notizia pone le suore di Compiégne in uno stato d'allerta : queste ultime capiscono che prima o poi dovranno subire la prova del martirio richiesta da Dio. Questa constatazione non fa altro che aggravare le tensioni psicologiche di Bianca che si trova combattuta tra il dilemma di evitare la morte e abbandonare per sempre le proprie consorelle, oppure soccombere. Alla fine emette il voto di martirio mentendo ancora una volta a se stessa, per simulare il coraggio e la solidarietà con le altre donne.
Avviene -un giorno- un assalto della folla esasperata che irrompe nel monastero, ma l'improvvisa notizia della vittoria dei francesi contro i prussiani a Valmy placa gli animi e le monache sono lasciate indisturbate. La priora intuisce che la loro situazione é molto pericolosa : pertanto, si reca a Parigi per trovare una sistemazione clandestina alle sue figlie spirituali. Nello stesso tempo interviene il commissario con l'ordine di requisizione del monastero, per dar luogo ad un alloggiamento di soldati.
Le donne si trovano costrette a recarsi a Parigi, ma hanno la triste sorpresa di assistere alla defezione di Bianca che sembra ora non voler più condividere la loro sorte. Nella capitale la giovane ritorna al palazzo paterno ma le viene riferito che il padre si trova in carcere. Siamo in pieno regime del Terrore. Al marchese de La Force fanno credere che la figlia ha rinnegato il Carmelo e accettato la "libertà" dei rivoluzionari. La giovane, alla presenza del genitore, smentisce pubblicamente. Il vecchio aristocratico viene giustiziato e Bianca non ha più nessuno al mondo.
La priora incarica madre Maria dell'Incarnazione di ritrovare l'ex novizia, rimasta sola nel palazzo paterno, e salvarla con l'aiuto di un'avvenente attrice ed "entraineuse", Rose Ducor ( Judith Magre ). Le due suore si incontrano nel camerino di Rose. Bianca, allarmata, comunica a suor Maria che tutte le consorelle sono state arrestate e che entrambe si trovano ora in grave pericolo. Di fronte alla necessità di affrontare il martirio, prospettata da madre Maria, la giovane reagisce in malo modo : Bianca desidera salvare le proprie compagne dalla morte e non subirla assieme a loro.
Intanto le quindici suore di Compiégne vengono processate. Madre Maria é contumace. Tutte e sedici vengono condannate a morte e Fouquier-Tinville ( Renaud Mary ), pubblico ministero, notifica le accuse ( "per aver tenuto corrispondenze fanatiche, conciliabili controrivoluzionari, nascosto libri liberticidi, dato asilo a proscritti e preti refrattari"….).
Le monache accettano l'estremo sacrificio per il Signore con dignità e pacatezza che turbano Bianca che le assiste davanti al palco della ghigliottina. All'improvviso avviene il 'miracolo'…..Cristo la chiama a sé e lei avverte un irresistibile impulso ad andare a morire. Prende il posto di madre Maria dell'Incarnazione e china la testa sotto la mannaia. Finalmente ha vinto se stessa !
Anche la sua maestra é presente, tra gli spettatori, nella piazza delle esecuzioni. Vuole raggiungere le consorelle : lo fa per un motivo di orgoglio e per un senso di colpa, per averle incoraggiate al martirio. Se ne accorge il cappellano del monastero, naturalmente travestito, che intuisce i suoi propositi, fermandola appena in tempo. L'uomo le chiede : "Che cosa vuole fare ?". La donna gli replica : "Mi lasci ! Devo congiungermi a loro !". Il cappellano insiste: "E' Dio che le sta chiamando a sé !". Accorata, la donna gli chiede : "che cosa mi resterà ?". Il cappellano : "il Carmelo ! Lei lo continuerà da sola !".


NOTE :

Antonio Maria Sicari, "Libro dei santi carmelitani", edizione OCD, 1999, p. 92;
op. cit., p. 93;
op. cit., p. 100;
op. cit., p. 101;
op. cit., p. 94.









IL CINEMA E LA SFIDA DELL'ATEISMO



Rivisitando la celebre pellicola dello spagnolo Luis Bunuel ( 1900 - 1983 ), La Via Lattea (in francese , 'La voie lactée'), firmata nel lontano 1968, il grande maestro del cinema spagnolo e messicano ha inteso fare della 'contraddizione' la chiave di lettura di quella che é stata l'avventura del Cristianesimo nei suoi duemila anni di storia, offrendo così una galleria di affreschi di varie epoche, con scene di costume, contrassegnate dalle dispute teologiche e dalle eresie predominanti, per mettere in risalto una presunta follia e assurdità di una religione che, ancor oggi, é la più diffusa nel mondo.

Il 'surrealismo' -come corrente culturale- si esprime, nel modo più adeguato in quest'opera, raggiungendo con Bunuel la sua più intensa autocelebrazione. Anche nel suddetto lungometraggio ( con la sceneggiatura dello scrittore Jean-Claude Charriére ), il regista spagnolo esplora la dialettica oppositiva che si dà tra la libertà e il potere osservando, in un modo retrospettivo e quasi divertito, l'anticonformismo esprimentesi nei vari movimenti ereticali emersi lungo la storia della Chiesa cattolica, mirando anche a far saltare, sul piano dell'immaginazione e su quello della rappresentazione scenica plastica, gli equilibri consolidati non solo con le istituzioni ( e la Chiesa di Roma é una di queste ), ma anche con le convenzioni prestabilite di ordine e di armonia.

Bunuel, più che non avere fede in Dio, aggredisce la prospettiva di una razionalità cosciente capace di fondare, da sola, la civiltà, la convivenza civile, il progresso e la felicità "per il maggior numero". Non é difficile ravvisare come, dietro il paravento dell'assurdità ( presunta ) di un'antica religione, si voglia in realtà irridere la società tecnologica di massa della nostra epoca.
Quasi alla fine del film, l'autore ( dietro la maschera del suo "alter ego", l'attore Georges Marchàl ) dovrà ammettere che la 'fede' non sarà mai tanto assurda quanto la pretesa della scienza di dire l'ultima parola su tutto. La frase che ha reso celebre la pellicola é questa :

"Il mio odio per la scienza e il mio orrore per la tecnologia mi condurranno fatalmente a quest'assurda fede in Dio".

Ci piace considerare questa citazione come il testamento spirituale del regista che, nonostante tutto, ci induce a credere come il suo ateismo non si sia poggiato su basi sicure e convinte. E' inevitabile l'alternativa : o Dio o la scienza misura di tutto !
Anche i due protagonisti principali, due vagabondi, si incamminano per un luogo di pellegrinaggio celebre già nell'Alto Medioevo, Santiago di Compostela, nella Galizia spagnola, dove si ritiene siano custodite le spoglie dell'Apostolo S. Giacomo, fratello dell'evangelista S.Giovanni, che ha tentato l'evangelizzazione di questo territorio considerato, nell'antichità, l'estremo limite occidentale del mondo allora conosciuto ("Finisterre"). L'uno, il più giovane, é ateo ( interpretato da Laurent Terzieff ); l'altro, vecchio, invece é credente ( impersonato da Paul Frankeur ). Sono due simboli nel film e rispecchiano due concezioni contrastanti della vita : una visione razionale e anche nichilista del mondo, la prima; e un cristianesimo problematico e suscettibile di essere smentito, l'altra.
Bunuel sembra oscillare tra l'una e l'altro. La 'Via Lattea' ( infatti, si credeva nel Medioevo che una stella guidasse i pellegrini al santo luogo di Compostela ) rappresenta un pò il miraggio di una certezza assoluta da conseguire, a tutti i costi, per orientare la propria esistenza. Questo viaggio é abbastanza travagliato per due vagabondi che non hanno di che sfamarsi e di che riposarsi, dal sud della Francia fino alla Galizia, ma é anche costellato da una serie di curiosi incontri-scontri con personaggi e relative vicende che hanno fatto la storia ( in questo caso la storia della Chiesa ), intervallati dalle scene che riproducono "visioni oniriche" subite, soprattutto, dal più giovane dei vagabondi : un papa fucilato dai miliziani anarchici ( un'eco della triste e feroce guerra civile spagnola di trent'anni prima ); scene di vita evangelica dove Gesù ( interpretato da Bernard Verley ) sembra insegnare la discordia; una suora, aderente al movimento giansenista, che fanaticamente si fa crocifiggere per essere simile al Signore.
Bunuel vuole insegnare che i rapporti umani sono fondati sulla 'follìa'. Dice bene uno spettatore : il regista ha fatto apparire, nella persona di Pierre Clementi ( un giovane attore francese, bello e dannato, incarcerato in Italia con l'accusa di traffico di stupefacenti e in seguito prosciolto ), nella figura dell'angelo della morte un Cristo più dissacrante e sconvolgente.
Ma se anche il potere, le istituzioni, le convenzioni sociali, possono avere la loro origine più profonda nei meandri oscuri della psiche umana o nei suoi meccanismi inibitori, é pur vero che l'esigenza di 'libertà' é insopprimibile nell'uomo e tende prima o poi ad erompere. Ciò accadde con le eresie medioevali. Ciò accadde nella guerra civile spagnola del 1936-39, dove Bunuel sosteneva la causa antifranchista. Ciò accade in qualsiasi rivoluzione sociale, politica, religiosa, culturale, sessuale......




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